Dato un segno tramite un re d’Israele

Geova diede spesso segni a conferma della veracità e attendibilità delle sue parole. Al re Ezechia furono dati due segni, uno di carattere privato ma con riferimenti cosmici sensazionali (Isa 38:7-8) e l’altro riguardante l’anno nel quale stiamo per avventurarci di qui a tre mesi, quando comincerà per noi un tempo di sabato e resteremo al chiuso nelle nostre stanze. (Isa 26.20) Un segno poteva servire ad identificare qualcuno o qualcosa. Il segno dato al re aveva relazione che con la chiusura del sistema di cose presente e con l’inaugurazione della nuova terra. (Isa 37:30)

Messi degli uncini al naso

Quando nelle Scritture ti trovi davanti la parola “uncino”, il pensiero corre veloce a Gog di Magog, personaggio caratteristico del mondo profetico di Ezechiele, che scrive: “E devi dire: ‘Il Sovrano Signore Geova ha detto questo: “Ecco, io sono contro di te, o Gog, capo dei capi principali di Mesec e Tubal. E certamente ti volterò e metterò uncini nelle tue mascelle e ti farò uscire con tutte le tue forze militari.” (Eze 38:3-4) Di cosa si parla? Si discute di un’entità politica e religiosa che arriva ad attaccare, alla fine dei tempi, il rimanente della Nuova Gerusalemme, cioè l’Israele spirituale.

Anche Isaia accenna a qualcosa di simile a proposito di Rabsache in quel passo dove si legge: “E certamente ti metterò il mio uncino al naso e il mio freno fra le labbra e in realtà ti ricondurrò per la via per la quale sei venuto. (Isaia 37:29) A chi si riferisce Isaia? Il riferimento è a un alto funzionario di Sennacherib, re d’Assiria, messo a capo di un esercito che Geova miracolosamente sconfisse. Un angelo in una sola notte abbattè centottantacinquemila soldati accampati. Questo versetto, Isaia 37:36, contiene la registrazione di una delle più sonore sconfitte ricordate nella Bibbia. Molti tentativi sono stati fatti per spiegare i fatti lì riportati.

Una pestilenza nell’accampamento assiro

Di questa spettacolare vittoria divina scrive anche Giuseppe Flavio che, citando Beroso, sostiene quanto segue: “Quando Sennacherib tornò a Gerusalemme dalla sua guerra con l’Egitto, vi trovò l’esercito sotto Rabsache in pericolo per una piaga, perché Dio aveva fatto abbattere una pestilenza sul suo esercito, e la prima notte dell’assedio 185.000 uomini erano periti con i loro comandanti e ufficiali. (Antichità giudaiche, X, 21, [i, 5])

Per comprendere meglio l’accaduto ci si potrebbe rifare alla situazione in cui Satana incitava Davide a contare Israele e la cosa era cattiva agli occhi di Dio. In 1 Cronache si legge: “Geova mandò quindi una pestilenza in Israele, così che caddero settantamila persone d’Israele.  Per di più, il [vero] Dio mandò un angelo a Gerusalemme per causare rovina”. (1Cr 21:14) Anche qui un essere spirituale fu incaricato di causare nel popolo una pestilenza.

Geova rispetta le leggi fisiche

Il termine ebraico mal’ak (angelo) significa semplicemente un messaggero, uno mandato a eseguire un ordine, a svolgere un servizio. Geova può mandare chiunque come suo messaggero, anche un uomo. Qualsiasi fossero dunque i mezzi usati per distruggere l’esercito Assiro, questi stavano sotto la sovrintendenza di un essere celeste. Si deve però ricordare che è contrario al modo di procedere di Geova ignorare le normali regole fisiche del mondo. Egli sempre agisce utilizzando le leggi naturali. Quindi l’idea che egli potesse servirsi di una pestilenza per raggiungere il suo obiettivo rientra nel suo consueto modo di agire.

Nonostante la concisa brevità della narrazione resta aperta la possibilità che i postumi della pestilenza nell’accampamento assiro possano essere durati per qualche tempo. Infatti nel capitolo immediatamente successivo al racconto di quella tragedia, al primo versetto, si narra della malattia di Ezechia in quanto affetto da un foruncolo maligno: “In quei giorni Ezechia si ammalò fino al punto di morire”. (Isa 38:1)

Nel quadro generale anche questo fatto risulta significativo. In ogni caso, qualsiasi mezzo Geova usi per adempiere il suo proposito, ciò che trionfa è la piena manifestazione della sua potenza. Anche oggi, similmente, Geova si serve di una pandemia artificialmente creata per eseguire il suo giudizio. Quando Ezechia supplica sentitamente Geova, Dio gli promette un prolungamento di vita e gli dà un segno di conferma.

Modelli biblici per i tempi della fine

La sconfitta di Rabsache costituisce pertanto un modello di ciò che accadrà durante la guerra di Armaghedon quando Geova sbaraglierà i nemici coalizzati. Ed è sommamente significativo, soprattutto considerando i tempi in cui stiamo vivendo, il fatto che migliaia di sodati morissero in una sola notte come risultato di una pestilenza e che il re stesso s’ammalasse. Ma torniamo a noi. Questo funzionario, cioè Rabsache, è un personaggio che corrisponde a Gog di Magog. Entrambi costituiscono modelli biblici atti a rivelare vicende future.

In Isaia 37:26-27 Geova rivolgendosi a Sennacherib gli dice: “Non hai udito? Da tempi remoti è ciò che certamente farò. Da giorni lontani l’ho anche formato. Ora certamente lo farò avvenire. E tu servirai per far sì che città fortificate divengano desolate come mucchi di rovine. E i loro abitanti saranno di mani deboli; Saranno semplicemente atterriti e proveranno vergogna. Devono divenire come la vegetazione del campo e come tenera erba verde, L’erba dei tetti e della terrazza davanti al vento orientale.” Qui il riferimento è ai tempi della fine.

Un segno per i tempi della fine

Le attività di simili personaggi si proiettano sui nostri giorni. A conferma, rivolgendosi a Gog, Geova dice: “Nella parte finale degli anni verrai al paese [del popolo] ricondotto dalla spada, radunato da molti popoli, ai monti d’Israele, che sono stati di continuo un luogo devastato; sì, [un paese] che è stato tratto dai popoli, [dove] hanno dimorato al sicuro, tutti quanti.  E sarai costretto a salire. Verrai come una bufera. Sarai come nuvole per coprire il paese, tu e tutte le tue schiere e molti popoli con te”’. (Eze 37:8-9)

Per caratterizzare meglio lo svolgimento dei fatti, Isaia fece conoscere a Ezechia un segno che ben si addice alle circostanze che stiamo per vivere noi nell’immediato: “E questo sarà per te il segno: Quest’anno si mangerà della crescita dei granelli caduti, e nel secondo anno il grano che spunterà da sé; ma nel terzo anno seminate e mietete e piantate vigne e mangiatene il frutto.”

Come comprendere una profezia in apparenza così enigmatica? Generalmente i commentatori si sono sentiti perplessi di fronte a queste parole. Molti hanno supposto che il primo anno in questione fosse un anno sabatico, in cui la terra non veniva coltivata e che l’anno successivo fosse un anno di giubileo in cui si ripeteva la medesima situazione. (Lev 25:2-7) Tuttavia non c’è la minima prova che l’anno in cui Sennacherib assediava Gerusalemme fosse un anno sabatico o che l’anno successivo fosse un giubileo. Inoltre, anche se così fosse, sarebbe difficile immaginare come avvenimenti che si sarebbero verificati due o tre anni dopo avrebbero potuto costituire un segno per Ezechia a conferma delle parole di Isaia. In realtà il segno aveva a che vedere coi tempi della fine.

radunamento degli eletti

 Si tratta di considerare il fatto che dal prossimo ottobre 2021 entriamo in un anno sabatico in cui resteremo chiusi in casa e ci nutriremo delle scorte messe da parte, “la crescita di granelli caduti”. Tra novembre e dicembre 2022 verrà portata a termine la guerra di Armaghedon. Subito dopo il rimanente sopravvissuto sarà trasferito nel nuovo mondo, su una nuova terra, sotto un nuovo cielo, dove si mangeranno prodotti “spuntati da sé”, in quanto non ci sarà stato modo di fare lavori di semina e coltivazione al momento giusto. Il terzo anno però si mangeranno i prodotti che ciascuno si sarà seminato. Avverrà come profetizzato: “E quelli che scampano dalla casa di Giuda, quelli che sono lasciati rimanere, certamente metteranno radici all’ingiù, e produrranno frutto all’insù. Poiché da Gerusalemme uscirà un rimanente, e quelli che scampano, dal monte Sion.” (Isaia 37:30-32) Queste sono profezie per noi, sui quali sono giunti i termini del sistema di cose.

Così, come entrando nel paese di Canaan gli israeliti dovettero osservare un sabato a Geova, anche per noi durante l’ultimo anno di questo sistema di cose ed il primo in quello avvenire ci sarà la celebrazione di un sabato. Ciò significherà per tutti noi la completa fuoriuscita da Babilonia e dalle sue organizzazioni religiose.

I tre anni di Moab

Anche al capitolo 16, Isaia, nell’ambito di certe dichiarazioni contro Moab, accenna a tre anni particolari. In quel capitolo si legge: “Entro tre anni, secondo gli anni del lavoratore salariato, la gloria di Moab deve anche essere screditata con molta agitazione di ogni sorta, e i rimasti saranno pochissimi, non potenti.” Questa pure è una profezia valida per i tempi della fine. Moab era una regione che Israele annoverava tra i nemici. E Pella era una città sui monti di Moab. I primi cristiani si rifugiarono nelle sue borgate quando si accorsero del disastro incombente su Gerusalemme. Eserciti romani nel 67 d.C. al comando di Cestio Gallio assediarono Gerusalemme, ma improvvisamente mollarono la presa sulla città. Alcuni cristiani capirono immediatamente che era il momento per fuggire ai monti. (Mat 24:16-20)

Al presente, per alcuni di noi, la simbolica fuga ai monti prende concretamente l’avvio con lo scoppio della pandemia da Covid 19 che ha reso a tutti palese l’adempimento delle piaghe dell’Apocalisse, a fine 2019. A partire da quel momento per giungere alla fine del 2022 saranno trascorsi esattamene tre anni. Ecco che a quel punto, alla fine del 2022, i rimasti saranno pochissimi e non saranno tra i potenti della terra.

Isaia 15 e 16

Il quindicesimo e sedicesimo capitolo di Isaia costituiscono una profezia contro Moab.  Geremia introduce molto di questa profezia nel capitolo 48 del suo libro. Moab era una regione a est di Giuda, al di là del Giordano, nei luoghi dell’odierna Giordania. Si tratta di profezie legate al tempo della fine. La profezia aveva una scadenza. Tutto si doveva compiere nel giro di tre brevi anni.

In Isaia capitoli 15-16 il problema che si pone è curioso perché c’è come un travaso, da Moab gli abitanti cercano rifugio in Israele e da Israele altri si rifugiano in Moab. Entrambi i gruppi, non trovando rifugio nel proprio paese, vanno con le loro scorte alla valle del torrente dei salici, allusivo forse alle acque dell’Eufrate, per uscire da Babilonia. Il senso è che da Israele un rimanente fugge per cercare rifugio sui monti, fuori da un popolo apostata, mentre anche in Moab alcuni abitanti, uno sparuto rimanente, si rendono conto di dover cercare il regno messianico. Questo non sta forse accadendo sotto i nostri occhi? Si assiste a una fuga dalle file di Babilonia e una corsa ai simbolici monti di Pella.

Cerchiamo di approfondire partendo dal testo. Moab è sotto attacco. I suoi abitanti cercano i loro dei. Tutti piangono e fanno lutto in misura estrema. Tuttavia ne escono dei fuggiaschi con le loro provviste che continuano a dirigersi alla valle del torrente dei pioppi. Isaia 15:7 legge quanto segue:

“Perciò i resti (letteralmente: il surplus, le eccedenze, l’abbondanza) e i loro beni accumulati che hanno riposto (le provviste, le scorte) continuano a portarli alla valle del torrente dei pioppi.” Cosa rappresenta questa valle?

Isaia 27

 Per approfondire, confrontiamoci con Isaia 27:12,13: “E deve accadere in quel giorno che Geova batterà [il frutto], dalla corrente del Fiume fino alla valle del torrente d’Egitto, e così voi stessi sarete raccolti l’uno dopo l’altro (anche tradotto “uno per uno”, ad indicare attenzione e cura individuale), o figli d’Israele. E deve accadere in quel giorno che si suonerà un gran corno, e quelli che periscono nel paese d’Assiria e quelli che sono dispersi nel paese d’Egitto certamente verranno e si inchineranno dinanzi a Geova sul santo monte in Gerusalemme.”

Definire i confini geografici

Intanto proviamo a definire i confini geografici che fanno da sfondo a queste profezie. Si va dalla corrente del Fiume, cioè l’Eufrate, fino alla valle del torrente d’Egitto. Qui non si tratta del Nilo ma del fiume che divide la Palestina dall’Egitto, conosciuto dai Greci come Rhinocolura,(vedi la traduzione dei LXX) ma oggi nominato Wadi-el Arish.

Cosa farà Geova? Farà una sorta d trebbiatura, separando il grano dalla pula e selezionando solo il prodotto migliore. “E deve avvenire in quel giorno che Geova offrirà di nuovo la sua mano, una seconda volta, per acquistare il rimanente del suo popolo che rimarrà dall’Assiria e dall’Egitto e da Patros e da Cus e da Elam e da Sinar e da Amat e dalle isole del mare. E certamente alzerà un segnale per le nazioni e raccoglierà i dispersi d’Israele; e radunerà gli sparsi di Giuda dalle quattro estremità della terra.” Isaia 11.11-12

Alcune citazioni

Aggiungo di seguito alcune citazioni da Isaia atte ad illuminare il lettore sul fatto che Geova intende estrarre da Babilonia un rimanente che egli ha deciso di salvare:

“Poiché così diverrà in mezzo al paese, fra i popoli, come la bacchiatura dell’olivo, come la racimolatura quando la vendemmia è giunta alla fine”. (Isaia 24:13)

‘E vi deve rimanere una racimolatura come quando c’è la bacchiatura dell’olivo: due [o] tre olive mature in cima al ramo; quattro [o] cinque sui suoi rami fruttiferi”, è l’espressione di Geova l’Iddio d’Israele’. (Isa 17:6)

“Poiché non è con uno strumento per trebbiare che si batte il comino nero; e sul comino non si fa girare la ruota del carro. Poiché il comino nero in genere si batte con la verga, e il comino col bastone. Si schiaccia in genere il frumento stesso? Poiché non si continua mai a trebbiarlo incessantemente. Ed egli deve mettere in movimento il rullo del suo carro, e i suoi propri destrieri, [ma] non lo schiaccerà.” (Isa 28:27)

Tutte queste profezie hanno a che fare coi tempi della fine. Si tratta del tempo in cui suona la tromba e gli angeli radunano gli eletti fuori da Babilonia.

Conclusione

Analizzando le profezie di Isaia sappiamo che Geova fin dall’inizio aveva presente i nostri giorni e ci dava precise indicazioni affinché comprendessimo l’esigenza di confidare in lui, uscire da Babilonia, rifugiarci nella regione montagnosa di Moab, a Pella, portando con noi le nostre provviste, il cibo per il corpo, ma anche quello spirituale.


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