Matrimonio nella Bibbia: Lea, Rachele e il ratto di Dina

Matrimonio nella Bibbia: sposarsi troppo presto nell’opinione comune della donna che vive oggi in occidente è giustamente da evitare, ma per le donne del passato era la norma.  Nelle Scritture, quando incontriamo donne in età da marito o anche giovani spose, dovremmo pensare a ragazzine piuttosto acerbe per gli standard moderni. I dottori della legge fissavano l’età minima per i matrimoni delle donne a dodici anni e un giorno.

Prendiamo come esempio Rebecca. Fu data in matrimonio ad Isacco ancora piccola, tant’è che veniva al suo seguito Debora, la nutrice. (Ge 24:59) Per esaminare almeno i termini della situazione si consideri il seguente post che da precisi riferimenti scritturali: Was Rebekah a Child of Three Years When Isaac Married Her?https://www.simplybible.com/f80q-notes-rebekah-age-married-Isaac.htm Nell’articolo qui citato si ragiona in termini cronologici e, Bibbia e versetti alla mano, si considera il fatto che, quando Sara muore, Isacco ha 37 anni. Poi si sposa a 40 quando Rebecca potrebbe essere ancora piccola, addirittura, suggerisce il commentatore, di poco più di tre anni.

Infatti Abraamo era venuto a sapere dei figli nati a suo fratello Nahor poco dopo aver tentato di sacrificare il figlio sul Moria, cioè un po’ prima della morte di Sara. In quel passo inserito in Genesi, dopo l’elenco dei vari figli nati a casa di Nahor, come ultima informazione data subito prima di quella della morte di Sara, veniamo a sapere che a Betuel, figlio di Nahor, era nata una bambina, Rebecca. (Ge 22:20-23; 23:1) Il versetto in questione poneva quindi le basi per il futuro matrimonio del figlio di Abraamo. Il patriarca dunque, quando manda il servitore a cercare una moglie per Isacco va a colpo sicuro.

Infatti Giuseppe Flavio scrive che il servitore di Abraamo: “si raccomandò a Dio pregando che se era di suo gradimento che le nozze giungessero a buon fine, gli facesse incontrare e conoscere Rebecca, per la cui mano Abraamo l’aveva mandato per suo figlio.” (Antichità Giudaiche, Libro I, XVI, 245)

Isacco prefigurava il Cristo

Qui si potrebbe introdurre un ragionamento ad hoc. Supponiamo che quando stava sull’altare del Moria ed era disposto a morire, Isacco, sul modello del Cristo che in quel momento prefigurava, avesse 33 anni. Allora da quel momento al tempo del matrimonio, il suo quarantesimo anno di età, sarebbero trascorsi 7 anni, così che Rebecca avesse il tempo di crescere un po’. Debora l’avrebbe accompagnata per non lasciarla sola e spaesata in un ambiente completamente nuovo. Tuttavia quanti anni Rebecca avesse veramente al tempo del matrimonio la Bibbia non lo dice. Però l’idea che potesse avere sette anni sembrerebbe calzare con il modello dei sette anni dell’Apocalisse, e il tempo delle sue nozze prefigurerebbe quello del matrimonio dell’Agnello e della Nuova Gerusalemme.

A proposito del numero sette: anche Dina risulta essere la settima dei figli di Lea e al tempo della sua disavventura poteva avere sette anni. Si potrebbe aggiungere che anche l’etimologia del nome Betsabea corrisponde al significato di “settima figlia” e questo fatto porrebbe anche questo personaggio nella sfera d’influenza dell’Apocalisse. Tuttavia, visto che la questione dell’età di Rebecca andata sposa ad Isacco, si può immaginare sulla base di ipotesi ma non può essere definita con certezza, esamineremo un altro caso, il caso di Dina.

Un problema cronologico di difficile soluzione

Il capitolo 29 di Genesi, dopo aver raccontato la storia delle nozze di Rachele con Giacobbe e l’ingarbuglio architettato da Labano, che la prima notte diede a Giacobbe la figlia Lea in luogo della bramata Rachele, racconta anche in bell’ordine la nascita di dodici figli maschi e di un’unica femmina. Il problema è che nell’arco di sette anni sembrerebbe concentrarsi il tutto, cosa che veramente avrebbe dell’impossibile. Delle mogli di Isacco la prima a generare fu Lea che in rapida successione mise al mondo Ruben, Simeone, Levi e Giuda, dopo di che smise di partorire.

Allora, sul modello posto in essere da Rachele che aveva dato la serva Bila in moglie a Giacobbe, per avere figli tramite questa donna, anche Lea, per avere altri figli, gli concesse Zilpa. Dalle schiave nascono a breve giro Dan, Neftali, Gad e Aser. Dunque minimo quattro anni sarebbero trascorsi dal giorno del matrimonio di Giacobbe per arrivare a Giuda. Dopo era passato circa un anno di pausa in cui erano subentrate le ancelle. Poi Lea cominciò di nuovo a restare incinta e partorì altri tre figli.

Zabulon e Dina: fratelli gemelli

Dopo che Ruben, ormai un ragazzino di cinque anni, porta a Lea le mandragole trovate nel campo. Rachele le desidera e le ottiene in cambio di una notte che Giacobbe avrebbe poi trascorso con sua sorella. Così Lea ricomincia a generare: prima Issacar e poi Zabulon. Alla fine, come testimoniano le scritture, nasce Dina. Ora sembrerebbe molto difficile concentrare tutte queste gravidanze nel breve arco di sette anni.

Eppure Genesi vi pone termine con lo scadere dei 14 anni del servizio dovuto a Labano. Allora un’altra interpretazione si imporrebbe. L’unica ipotesi è che l’ultimo parto di Lea fosse gemellare. Da cosa lo possiamo dedurre? Per le quattro gravidanze successive alla nascita di Ruben le Scritture precisano: “E rimase incinta di nuovo”. (Ge 29:33,34,35) Lo stesso si ripete alla nascita di Issacar e a quella di Zabulon. Ciò non viene detto alla nascita di Dina. Lì si legge che nato Zabulon, Lea partorì una figlia e le mise nome Dina. Messa in questo modo la cronologia delle gravidanze tornerebbe: nei primi quattro anni di matrimonio nascono quattro figli. Poi dopo un anno di pausa in cui subentrano Bila e Zilpa, Lea rimane di nuovo incinta, di Issacar. L’anno dopo porta a termine una gravidanza gemellare. In tutto sono sei gravidanze in sette anni.

Giacobbe conclude i primi 14 anni di lavoro alle dipendenze

Genesi 30:25-28 legge: E avvenne che quando Rachele aveva partorito Giuseppe, Giacobbe immediatamente disse a Labano: “Mandami via perché me ne vada al mio luogo e al mio paese. Dammi le mie mogli e i miei figli, per cui ti ho servito, perché me ne vada; poiché tu stesso devi sapere il servizio che ti ho prestato”. Quindi Labano gli disse: “Se, ora, ho trovato favore ai tuoi occhi, ho inteso i presagi nel senso che Geova mi benedice a motivo tuo”. E aggiunse: “Fissami il tuo salario e io lo darò”. 

È a questo punto che partono i sei anni conclusivi in cui Giacobbe continua a fermarsi sotto il tetto del suocero, ma come salariato. Se l’ordine delle gravidanze di Lea è come l’abbiamo supposto, le nascite di Zabulon, Dina e Giuseppe sarebbero state contemporanee. Perciò quando Giacobbe giunse a Succot, Dina aveva circa sei anni. (Ge 33:17) Questo perché alla fine dei venti anni di servizio, Giacobbe si mise in viaggio alla volta di Canaan e fece pausa stabilendo un primo accampamento a Succot, dove costruì una casa per sé e capanne per il gregge. Per questo chiamò quel luogo Succot, che significa capanne. (Ge 30:21-22; 2531,41) Da Succot nel giro di qualche mese Giacobbe poteva poi muoversi nella terra di Sichem.

L’accampamento di Giacobbe a Succot

Come dicevamo, trascorsi i vent’anni presso Labano, Giacobbe abbandona Paddan-Aram. Genesi legge: “E Giacobbe partì per Succot, e si edificava una casa e per il suo bestiame fece delle capanne. Perciò diede al luogo il nome di Succot.” (Ge 33:17)

Giacobbe, arrivato a Succot aveva gravi problemi di salute. Dopo gli estenuanti momenti in cui tutto angosciato aveva dovuto prepararsi all’incontro con suo fratello Esaù (Ge 32:7), la lotta di una intera notte con un angelo l’aveva lasciato zoppo. Infatti dopo essersi organizzato e aver preparato consistenti doni per ingraziarsi il fratello, Giacobbe era venuto alle prese con un angelo con cui aveva lottato strenuamente una notte intera per ottenere la benedizione di Geova. Ne aveva assoluto bisogno: il pensiero di incontrarsi con Esaù lo terrorizzava giorno e notte.

Finita la lotta con l’angelo, Genesi riporta le parole di Giacobbe: “Ho visto Dio faccia a faccia eppure la mia anima è stata liberata”, e commenta: E il sole cominciò a rifulgere su di lui appena passò vicino a Penuel, ma zoppicava sulla coscia. È per questo che i figli d’Israele non sono abituati a mangiare il tendine del nervo della coscia, che è sulla cavità della giuntura della coscia, fino a questo giorno, perché egli toccò la cavità della giuntura della coscia di Giacobbe presso il tendine del nervo della coscia. (Ge 32:24-32)

Subito dopo aver lottato con l’angelo, c’era stato l’altro incontro, quello temutissimo col fratello. La cosa, pur essendosi svolta in maniera pacifica, non lo aveva tranquillizzato. Giacobbe era prostrato e aveva bisogno di fermarsi per una sosta e soprattutto curare la gamba dolente. Si fece preparare un riparo di fortuna dove trovare un minimo di confort per sé e per quelli con lui. Si prepararono poi anche capanne per il bestiame. Passati alcuni mesi e dopo essersi curato, fu in grado di muovere a Sichem.

Giacobbe si trasferisce a Sichem

Al tempo in cui Sichem, figlio del capo tribale della zona, si trovò a confrontarsi con lei, Dina era ancora una bambina. Aveva circa sette anni. Giacobbe, arrivato lì, aveva dovuto acquistare un pezzo di terra per potervi risiedere con tutto il suo clan e bestiame in quantità. Che la faccenda di Dina si svolgesse subito dopo il trasferimento in quella zona risulta evidente dal fatto che la gente di Giacobbe e la stessa Dina erano curiosi di conoscere la gente del posto. Se fosse passato un po’ di tempo in più si sarebbero comportati diversamente.

Della figlia di Lea si legge nel libro di Genesi: “Dina, la figlia che Lea aveva partorito a Giacobbe, uscì per vedere le ragazze del paese.” (Ge 34:1) Secondo Giuseppe Flavio la ragazzina era uscita per andare a una festa locale. In Antichità Giudaiche egli scrive: “Mentre i Sichemiti tenevano una festa, Dina, l’unica figlia di Giacobbe, andò in città per guardare l’abbigliamento delle donne della regione, quivi fu vista da Sichem, figlio del re Emmor, la portò via, le fece violemza, se ne innamorò,…” (Ant Giud. libro I,XXI, i, 337; Vol. 1, UTET) Dina voleva vedere come la gente del posto si vestiva o come le altre ragazze danzavano e si divertivano.  

Un grave atto di violenza

Genesi legge: “A suo tempo giunse sano e salvo nella città di Sichem, che è nel paese di Canaan, mentre veniva da Paddan-Aram; e pose il campo di fronte alla città. Quindi acquistò dalla mano dei figli di Emor padre di Sichem, per cento pezzi di denaro, un tratto del campo dove aveva piantato la sua tenda.” (Ge 33:18-19) Il fatto che Giacobbe fosse arrivato “shalem” a Sichem, cioè integro e perfetto, o come rendono la TNM, la Cei, la Bibbia di Gerusalemme e altre traduzioni, “sano e salvo”, indica che si era ristabilito.

Il momento successivo all’arrivo sul posto risultò particolarmente drammatico in quanto a una festa locale Sichem commise un grave atto di violenza contro la figlia di Giacobbe. A prendere subito in mano la situazione furono Simeone e Levi. Per vendicare l’offesa subita, si fece ricorso all’inganno. Simeone era il secondo figlio di Lea e Levi il terzo, quindi dovevano essere degli adolescenti di dodici e tredici anni. Però, pur essendo così giovani e senza chiedere consiglio a Giacobbe, sarebbero, a quanto pare, riusciti a mettersi a capo di un bel numero di servitori di Giacobbe e organizzare la vendetta. Evidentemente i due ragazzi poterono riuscirci perché ne avevano dei validi presupposti.

 Date le circostanze si deve necessariamente ipotizzare che altre ragazze del campo di Giacobbe avessero subito lo stesso affronto e che anche i servitori di Giacobbe fossero furibondi. I figli di Giacobbe, col sostegno degli altri uomini del campo, ebbero così la meglio tramite l’inganno. Ai maschi di Sichem fu imposta come condizione per poter concludere alleanze di matrimonio con il clan di Giacobbe, l’obbligo della circoncisione.

Matrimonio sacro e riti della fertilità

Dunque l’occasione di tanta disgrazia fu data, secondo Flavio da una festa. Sappiamo che quelle antiche ricorrenze pagane erano celebrate per invocare la fertilità. In quelle occasioni era permesso trasgredire le regole. Erano feste licenziose in cui poteva succedere di tutto. I riti della fertilità erano osservanze religiose che mettevano in scena, sia in atto che allegoricamente, rapporti sessuali e processi riproduttivi.

Il matrimonio sacro era un antico rito di sacra unione sessuale. Si sa che nei templi pagani si praticava la prostituzione sacra (1Re 14:22-24; 15:12; 22:46) e questo accadeva purtroppo anche in Israele e a Gerusalemme. A che scopo? Attraverso la simulazione di un matrimonio sacro l’uomo e la donna diventavano dio e dea e in questo modo intendevano propiziare l’equilibrio dei cicli stagionali e cosmici. Tra i fenici e i cananei a presiedere ad una tale funzione rigenerativa erano Baal, Adone, Tammuz o Dagon. Le cerimonie in onore di queste divinità avevano lo scopo di assicurare la fecondità della terra, delle donne e del bestiame.

Si eseguivano varie forme di danze rituali ed un pesante simbolismo fallico permeava il movimento dei ballerini. Tali eventi venivano celebrati specie a primavera o agli equinozi per influenzare le forze della natura sulla falsariga del modello mimato, che le coppie ponevano oggettivamente in essere. Alcune festività erano riservate alle donne, grazie alle quali si propaga la vita. La donna, in quanto soggetto fertile, stimolava la fertilità delle culture e diveniva la simbolica protettrice dell’agricoltura. Ancora oggi all’inizio di marzo si celebra la festa della donna che è un relitto di quelle antiche celebrazioni.

Festeggiamenti immorali nel corso della storia biblica

Festeggiamenti di questo genere poterono accadere spesso nella storia di Israele. Per esempio nell’occasione in cui gli Israeliti si costruirono il vitello d’oro e il popolo si sfrenava, di che genere di festa dovette trattarsi? (Es 32:5-6,25) Pensiamo anche a ciò che accadde a Sittìm, quando il popolo d’Israele iniziò a commettere immoralità sessuale con le figlie di Mòab. In quel momento Israele aderiva al culto del Bàal di Pèor, e si comportava secondo l’uso pagano. Quelli che morirono a causa del flagello ammontarono a 24.000. (Nu 25)

Potremmo supporre feste simili quando gli uomini di Sodoma circondavano la casa di Lot o quando gli uomini di Ghibea circondarono la casa dell’uomo che aveva ospitato il levita e la sua concubina, come dal racconto di Giudici 19. Di lì possiamo capire meglio il contesto storico in cui inquadrare simili situazioni e la gravità dei fatti che vi accadevano. A meno di conoscere queste antiche tradizioni cultuali pagane, il vero significato e lo scopo di certi avvenimenti potrebbe sfuggire a chi legge.

Il Baal di Berit

Anche Sichem aveva ovviamente il suo dio patronale. Il Baal di Sichem era noto con il nome di “Baal-Berit”.  Questo era un particolare Baal che, secondo l’etimologia, vigilava sull’osservanza dei patti. Cosa dovremmo intendere? I sichemiti nel loro insieme erano evidentemente intenzionati a sposare le donne che avevano violato, osservando dunque il patto matrimoniale. L’intenzione era quella di stabilire proficue relazioni con le altre comunità circostanti. In occasione della vendemmia i sichemiti tenevano a quanto pare una festa in onore di Baal-Berit, coronata da una specie di pasto sacrificale consumato nel tempio del loro dio. Fu dunque ad una festa di questo genere che Dina finì per essere stuprata. Sul Baal- Berit si legga il capitolo 9 di Giudici.

Matrimonio riparatore a condizione

In occasione di quella festa, Dina finì nel mirino d’attenzione del figlio del capo principale del posto, Sichem figlio di Emor. Anche Sichem doveva essere giovane, ma già smaliziato, tanto che nel bel mezzo di un’orgia generale, finì per violentarla. Poi il ragazzo, per riparare al torto fatto, chiese a suo padre di dargliela in moglie. Così doveva essere accaduto anche per le ragazze che avevano accompagnato Dina alla festa.

Ecco che i fratelli di Dina, figli della sua stessa madre, Lea, presero in mano la situazione, scavalcando perfino Giacobbe, e alla richiesta di un matrimonio riparatore dissero: “Non possiamo proprio fare questa cosa, dare nostra sorella a un uomo che ha il prepuzio, perché questo è un biasimo per noi. Solo a questa condizione vi possiamo dare il consenso, che diveniate come noi, circoncidendosi ogni vostro maschio. Quindi certamente vi daremo le nostre figlie, e prenderemo per noi le vostre figlie, e certamente dimoreremo con voi e diverremo un solo popolo.” (Ge 34:14-16) 

Dalle parole citate si comprende che il discorso non riguardava semplicemente Dina ma le numerose figlie del campo di Giacobbe. Come conseguenza di questo fatto la massa dei servitori di Giacobbe si trovava nella stessa situazione dei fratelli di Dina. Si trattava di vendicare l’onore delle ragazze cadute nello stesso tranello. Ecco così che due adolescenti, senza neppure interpellare il padre poterono facilmente convincere gli uomini del campo. Anche loro erano stati offesi.

Infatti sarebbe inverosimile pensare che una bambina di sette anni uscisse da sola in un posto che ancora non conosceva. Con lei dovevano esserci altre donne. L’idea di una bambina in tenera età che, vivendo in un paese straniero, si allontana dall’accampamento del padre, cammina da sola per i campi per andare alla ricerca delle giovani del posto sembrerebbe impensabile.  Ciò che avviene alla fine è un’orgia di massa e a farne le spese sono le giovani donne del campo di Israele.

Il tranello della circoncisione

Quando Giacobbe venne a conoscere l’accaduto, i suoi figli erano fuori nei campi ad occuparsi degli armenti e lui era in casa da solo. Che fare? Cosa dire? Lui taceva ed aspettava il ritorno dei figli. Quando arrivarono i fratelli di Dina lo shock fu tremendo. I figli di Lea respinsero le offerte di matrimonio di Sichem, perché maritare una loro sorella a un incirconciso sarebbe stato un obbrobrio. Finsero di respingere le offerte di Hamor e di Sichem con pretesti religiosi: non si potevano sposare degli incirconcisi; di fatto volevano solo mettere i Sichemiti in condizioni precarie per la loro difesa.

Subita l’operazione, tutti i maschi di Sichem erano affebbrati in quanto si erano appena sottoposti alla circoncisione ed erano ormai al terzo giorno quando il dolore raggiunge la massima intensità. Anche il minimo movimento causava loro forti dolori. Non poterono difendersi in alcun modo. Inoltre dovremmo pensare che il paese fosse piccolo tanto che gli uomini di Giacobbe ebbero la meglio anche sulle donne e sui piccoli del posto. Benchè i promotori dello sterminio fossero Simeone e Levi anche gli altri fratelli presero parte al bottino. Così in un momento in cui il popolo di Sichem pensava di essere al sicuro, venne su di loro una disgrazia imprevista e un’improvvisa distruzione.

Il giudizio di Giacobbe

Il testo ci narra che Giacobbe, dopo la strage compiuta dai suoi figli, rimprovera duramente Simeone e Levi. Eppure, la sua critica non deriva da motivazioni morali, ma da una preoccupazione di tipo contingente: “Allora Giacobbe disse a Simeone e Levi: “Mi avete dato l’ostracismo, rendendomi un fetore per gli abitanti del paese, i cananei e i ferezei; mentre io ho pochi di numero, ed essi certamente si raccoglieranno contro di me e mi assaliranno e dovrò essere annientato, io e la mia casa”. Giacobbe temeva innanzitutto una possibile ritorsione armata. A loro volta i figli dissero: “Doveva qualcuno trattare nostra sorella come una prostituta?” (Ge 34:30-31)

Subito dopo questa drammatica vicenda, Giacobbe riceve un comando da parte di Dio: “Levati, sali a Betel e dimora là, e fa là un altare al [vero] Dio che ti apparve quando fuggivi lontano da Esaù tuo fratello”.

“Quindi Giacobbe disse alla sua casa e a tutti quelli che erano con lui: “Eliminate gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi e purificatevi e cambiatevi i mantelli, e leviamoci e saliamo a Betel. E là farò un altare al [vero] Dio che mi rispose nel giorno della mia angustia in quanto ha mostrato d’essere con me nella via per cui sono andato”.  Diedero dunque a Giacobbe tutti gli dèi stranieri che erano nelle loro mani e gli orecchini che erano ai loro orecchi, e Giacobbe li nascose sotto il grosso albero che era presso Sichem.” (Ge 35:1-4)

Che tale purificazione fosse legata alla vicenda della strage è confermato da ciò che il testo racconta subito dopo: Dopo ciò partirono e il terrore di Dio venne sulle città che erano intorno a loro, tanto che non inseguirono i figli di Giacobbe. (Ge 35:5) Soltanto ora che gli idoli appartenuti all’accampamento e le spoglie conquistate durante l’assalto erano state abbandonate, la protezione divina poteva preservare la famiglia dagli attacchi dei popoli vicini.

Giacobbe morendo condanna la violenza perpetrata da Simeone e da Levi

Giacobbe dovette perciò rendersi amaramente conto di quanto le influenze idolatriche, che egli in qualche misura poteva aver tollerato, stessero minando l’integrità della sua casa e non volle trattenere un bottino tanto lordo di sangue. Sul punto di morte ricordò quella tristissima vicenda dicendo: “Simeone e Levi sono fratelli. Le loro armi per scannare sono strumenti di violenza. Nel loro intimo gruppo non entrare, o anima mia. Non ti unire alla loro congregazione, o mia disposizione, perché nella loro ira uccisero uomini, e nel loro arbitrio tagliarono i garretti ai tori. Maledetta sia la loro ira, perché è crudele, e il loro furore, perché opera aspramente. Fammeli spartire in Giacobbe e fammeli disperdere in Israele.” (Ge 49:5-7)

La scomparsa di Dina
Già, ma dove è finita Dina? Dopo che l’incontro fra Sichem e Dina si è brutalmente concluso, come riportato all’inizio del capitolo 34, non sappiamo più niente di lei, nemmeno dove si trova, fino alla fine del capitolo, quando scopriamo che Dina si trovava ostaggio in casa di Sichem. Dalla sua bocca, per tutta la storia che Genesi, racconta anche se non sempre nei dettagli, non esce una parola. Piuttosto piccola per capirci qualcosa, si era trovata improvvisamente immersa nell’orrore. Il suo nome si trova però tra le anime che accompagnarono Giacobbe in Egitto al tempo della carestia dei sette anni in tutta la terra di Canaan. (Ge 46:15)

Applicazioni moderne

Dal momento che anche nella storia di Dina il numero sette ricorre un paio di volte (è la settima dei figli di Lea da Giacobbe e ha appena sette anni) ci possiamo chiedere quale possa essere il valore profetico della sua storia nell’ambito dei sette tempi dell’Apocalisse. Lo stupro di Dina cosa rappresenta? Il nome Dina significa Giudicata. La sua situazione prefigura l’odierno rimanente? Ebbene sì, nelle vicende di Dina si sente l’eco della voce del rimanente sottoposto alla violenza della bestia politica, che include al suo interno anche la leadership religiosa mondiale.

Quando Rivelazione 11 dichiara che i due testimoni vengono uccisi e lasciati cadavere sulla pubblica via si racconta una situazione di stupro spirituale. La situazione mondiale in cui la bestia di oggi impone a tutti una marchiatura a fuoco pena la morte sociale corrisponde a una gran festa a cui ingenuamente molti cristiani accorrono ignari. Si accorgeranno solo alla fine di essersi prestati a un astutissimo inganno. Metaforicamente mostrano di essersi sì circoncisi, ma solo nella carne, non con il cuore. L’attacco su Sichem prefigura anche la guerra fratricida di Gog di Magog.

Come al solito la Bibbia è ricchissima di sorprese nascoste da numerose stratificazioni storiche che bisogna avere la forza di andare a scoprire, una vera miniera.

Il lettore interessato potrà leggere il seguente articolo sull’età di Betsabea quando Davide la fece salire nel suo palazzo.

The Shocking Truth About Bathsheba’s Marriage to David in …

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Un pensiero riguardo “Matrimonio nella Bibbia: Lea, Rachele e il ratto di Dina

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