Adamo ed Eva e la mente bicamerale

La dea Kali mette fuori la lingua, ovvero Eva succube del serpente

Adamo ed Eva possono essere meglio compresi alla luce di un libro di Julian Jaynes. Lo psicologo americano (1920-1997), concentratosi sullo studio del comportamento animale giunse presto allo studio della coscienza umana. A questo dedicò la sua opera “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” (1976). Qui, come nel saggio “Le voci perdute degli dei”, Jaynes ci fa entrare nel mondo del mito, della psicologia e dell’antropologia. Egli vi argomenta alcuni aspetti della psiche umana in una maniera talmente rivoluzionaria che sue teorie ci lasciano di stucco. Per questo vanno inquadrate. Devo dire che Jaynes, pur avendo una approfondita comprensione della mentalità arcaica e del mondo greco, ha una conoscenza piuttosto superficiale della Bibbia. Ciò che mi propongo quindi è di inquadrare meglio le sue teorie applicandole a questo particolare campo d’interesse.

Ora, nel mondo delle Scritture e, più in generale nella letteratura del mondo antico, ci sono aspetti che, se non si conoscono certi basilari presupposti storici e antropologici, sono ben difficili da comprendere. In questo ambito gli scritti di J. Jaynes ci possono aiutare. Secondo la sua tesi centrale, i popoli arcaici non erano originariamente dotati di coscienza; questa sarebbe emersa successivamente all’affermarsi di alcune mutazioni avvenute nella dinamica di collaborazione tra i due emisferi cerebrali e il progressivo avvento della lateralizzazione. La sua interpretazione di un Achille guidato da voci interiori è indubbiamente originale. Egli scrive: “Nell’Iliade in generale non esiste coscienza…perciò non vi compaiono neppure parole per designare la coscienza o atti mentali.”

L’iliade e il Thumos

Jaynes nota che nell’Iliade un concetto centrale è rappresentato dal “thumos”. “Il thumos, designa semplicemente il movimento o l’agitazione. Quando un uomo cessa di muoversi, il thumos abbandona le sue membra…Il thumos può dire a un uomo di mangiare, bere o combattere. Diomede dice in un punto che Achille combatterà «quando nel petto il thumos gli parla e un dio lo sospinge» Il thumos viene anche paragonato implicitamente a una persona: non è Aiace che è ansioso di combattere ma il suo thumos, né è Enea a rallegrarsi ma il suo thumos. Se non è un dio, è il thumos a «spingere» più spesso un uomo a un’azione. E come se esso fosse un’altra persona, un uomo può parlare al suo thumos e può udire ciò che questo ha da dirgli o sentire la sua risposta come quella di un dio.

Potremmo paragonare il thumos a una sorta di cervello ancestrale, quello comune a tutti gli altri animali. Si occupa delle funzioni vitali di base, può decidere in situazioni di pericolo in una frazione di secondo, agisce sulle pulsioni sessuali e riproduttive, determina lo stimolo della fame… Ė il cervello dei mammiferi che sono coscienti del qui e adesso, ma non sono coscienti di essere coscienti. Gli animali non sono in grado di viaggiare nel tempo con l’immaginazione. Non hanno la memoria episodica. Si tratta di un pensiero prelogico, che non ha bisogno di narrazione. Il cervello ancestrale è legato agli antenati, è l’eredità genetica, un invisibile sistema centrale. Potremmo avvicinare questo concetto al “ruakh” delle Scritture? Probabilmente sì. La LXX in Gb 15:13 che dice: “tu volgi il tuo ruach contro Dio stesso” traduce “ruakh” con thumos, rabbia, ardore, passione. (Cfr. Ec 12:7 Ruakh=DNA?)  Rùakh – Spirito (biblistica.it)  

La coscienza si fonda sul linguaggio

Per Jaynes gli uomini dei primi millenni esistevano in modo incosciente. Avevano, usando un’espressione tutta e solo sua, una mente bicamerale che, da una stanza all’altra del cervello, imponeva le decisioni derivandole direttamente dalle voci allucinatorie degli dei. Jaynes sostiene che fin verso l’anno 1000 a.C., (biblicamente parlando, siamo al tempo dei primi re d’Israele), gli uomini non avevano raggiunto appieno l’autoconsapevolezza.  Mi rendo conto che un’affermazione del genere può lasciare spiazzati. Tuttavia, partendo dal presupposto che l’umanità era giovane, inesperta, resa schiava dalla necessità e dai demoni e che, tendenzialmente, la maggioranza degli uomini odia pensare da sé, posso essere d’accordo con Jaynes. Tuttavia fin dai tempi antichissimi chi era guidato dalla voce del Vero Dio poteva, nel tempo, avere accesso a superiori stati di coscienza, e raggiungere una certa consapevolezza, unico presupposto all’esercizio del libero arbitrio. Ma allora, Adamo ed Eva erano consapevoli?

Non del tutto. Fino al momento della trasgressione non si erano accorti di essere nudi. Quella consapevolezza giunse soltanto dopo il peccato. Cercherò di spiegarmi. Quando ero bambina mia madre prendeva una catinella e mi lavava. Io non conoscevo la differenza tra l’essere nuda e l’essere vestita. Non ero consapevole. Era questo lo stato mentale di Adamo ed Eva? Così sembrerebbe. Fu solo al momento della trasgressione che Dio disse “Ecco, l’uomo è divenuto simile a uno di noi conoscendo il bene e il male…” Ma, vi chiederete: se non erano consapevoli perché furono oggetto di una condanna così pesante? La risposta è una sola: era chiesto un semplice atto di ubbidienza, né più né meno di quanto si potrebbe chiedere a un bambino. Essi ascoltavano di sera la voce di Dio che parlava nella brezza. Sapevano che si trattava del loro papà…

La formazione del linguaggio

La coscienza non è tutta nel linguaggio, ma ne è generata e da esso è resa accessibile. La Genesi sembrerebbe abbozzare qualche semplice accenno circa la prima formazione del linguaggio. Vi si legge: “Ora Geova Dio formava dal suolo ogni bestia selvaggia del campo e ogni creatura volatile dei cieli, e le conduceva all’uomo per vedere come avrebbe chiamato ciascuna; e in qualunque modo l’uomo la chiamasse — ciascun’anima vivente — quello era il suo nome.” (Ge 2:19-21) Di solito non prestiamo molta attenzione a questo episodio: ci sembra qualcosa di irrilevante, un elemento favolistico, al quale si è disposti a dare, semmai, un valore poetico. “Dare un nome”, nella cultura biblica, è molto più che una scelta arbitraria. I nostri pregiudizi e la cultura moderna, lontana dalle prospettive bibliche, ci rendono ciechi al fatto che anche questo elemento del racconto della Genesi ha precise connotazioni antropologiche.

Esso ci parla delle capacità uniche che Dio ha concesso alla creatura umana, vale a dire, non semplicemente quella di dominare sugli animali ma quella di elaborare il linguaggio formando ed identificando concetti. Questo semplice riferimento biblico si rivela fondante rispetto alla nostra facoltà di parlare. Di fatto, “dare un nome”, nella cultura biblica, designa la facoltà di tratteggiare uno schema, determinare un destino. Nel comando di “dare un nome”, Dio assegna alla creatura umana una responsabilità delegata. Potrebbe farlo Lui stesso, ma Dio delega alla creatura umana di “dare un nome”. Dare un nome significa classificare e distinguere. Dando i nomi a ciascun animale, Adamo riceve dominio personale su di loro, come Dio aveva inteso. Nel pensiero antico, al nome è attribuito un valore profetico. E ancora, si poteva invocare una divinità solo conoscendone il vero nome.

Adamo sillaba le sue prime parole

Adamo è dunque in grado di “cogliere l’essenza” delle entità che gli si presentano ai cinque sensi, di esaminarle e così di assegnarvi un nome che corrisponda a quell’essenza. Nel farlo Adamo esercita la sua disposizione al linguaggio articolato. Egli forma dei concetti in coerenza organica tra le cose e le parole corrispondenti a quei concetti. In questo modo l’uomo esercita la sua capacità di distinguere, di discriminare e dà forma alla sua primitiva capacità di giudizio. Crea la sua propria lingua. La sua mente a poco a poco si popola di nuovi concetti, di un bagaglio di immagini, suoni, esperienze tattili e corporee, visione di forme, di colori, comprensione di fatti naturali, rapporti emozionanti con il mondo naturale, temi intorno ai quali potrà ricevere spiegazione da parte quella voce divina con cui si confronta nella brezza della sera.

Non ci si sarebbe limitati alla classificazione di animali e uccelli, ma si trattava di costruire una lingua e una struttura mentale, originali forme di pensiero. Perciò Dio prescrive ad Adamo: “Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai.” (Genesi 2:16-17) Ciò presupponeva già alla base il concetto di vita e quello di morte. Significava conoscere la distinzione tra un corpo pulsante e il suo cadavere, comprendere il concetto di ubbidienza e accettare la propria dipendenza dal Creatore. In quel tempo la facoltà di distinguere autonomamente il bene e il male era ancora faccenda divina, estranea alle capacità di Adamo. Certi aspetti basilari egli gradualmente li interiorizza ma ci sarà da fare un lungo lavoro di autoconsapevolezza per giungere ad una comprensione più elevata delle cose della vita.

Noi che siamo costretti a bruciare le tappe…

Queste cose noi facciamo fatica a capirle.  Ai tempi dei primi discendenti di Adamo i figli si generavano tardi. Set visse centocinque anni quindi generò Enos, Enos viveva per novant’anni, quindi generò Chenan, e via di questo passo. (Ge 5) Era gente che faceva le cose con calma. Noi invece viviamo pochi anni e siamo costretti a fare una vita frenetica in cui si bruciano tutte le tappe. Passiamo velocemente dall’infanzia alla vita matura, abbiamo poco tempo per riflettere e capire, il tempo corre all’impazzata. Abbiamo però il vantaggio di vivere in una società ormai civilizzata e di avere in dotazione una mente già più consapevole. Adamo invece avrebbe potuto prendersela comoda e arrivare gradualmente a rendersi conto di tutto. Certo non aveva avuto una mamma… Dio lo seguiva ma lasciava probabilmente a lui l’indicibile piacere della presa di coscienza e della conseguente sorpresa.

Adamo probabilmente aveva quarant’anni quando una donna emerse da una delle sue costole. Aveva il suo stesso patrimonio genetico, ma declinato al femminile. Adamo ed Eva non possedevano ancora un linguaggio ricco ed articolato. La lingua era in via di formazione. Quando mancano le parole per esprimere chiaramente il pensiero, la mente si muove in ambito prelogico, intuitivo ed inconscio. Non avevano ancora introiettato dentro di sé una completa immagine corporea, non avevano il concetto di nudità, e, di conseguenza neppure una precisa concezione del sesso o dei legami emotivi e affettivi che ne derivano. Adamo ed Eva erano in fase di crescita in quanto alla consapevolezza ma erano in grado di ubbidire. Quante volte la Bibbia menziona la voce di Dio? L’esperienza di ascoltare quella voce, fu a lungo un fatto concreto, realmente udibile dagli orecchi dell’uomo.

Ascoltare la voce di Dio

Deuteronomio legge: “Ha qualche altro popolo udito la voce di Dio parlare di mezzo al fuoco come l’hai udita tu, e ha seguitato a vivere? Dai cieli ti ha fatto udire la sua voce per correggerti; e sulla terra ti ha fatto vedere il suo gran fuoco, e hai udito le sue parole di mezzo al fuoco.” (Dt 4:33,36) Gli Israeliti nel deserto sentivano dentro di sé, ciascuno individualmente, la voce udibile di Jahveh che sembrava giungere direttamente dal fuoco. Già Mosè quella voce l’aveva udita parlare al roveto ardente. Con lui Dio parlava a faccia a faccia, come un uomo parla con il suo vicino.  

In principio Colui-che-è fu una presenza nel giardino di Eden. Si manifestava al sacrificio di Caino e Abele, chiudeva le porte dell’arca di Noè, parlava con Abramo. I profeti sentivano la voce di Dio ma nessuno di loro fu più simile a Mosè. Dio parlava con loro per mezzo di enigmi. La semplicità della conversazione si è esaurita. A quel punto le voci venivano udite meno spesso. La mente bicamerale era crollata. Parzialmente bicamerale, osserva Jaynes, è il giovane Samuele, svegliato nel sonno da una voce che egli impara a riconoscere come quella di Geova. Con Saul ormai Geova aveva smesso di parlare.

Adamo era perfetto, ma in che senso?

Torniamo ad Adamo. Eva fu edificata da una sua costola dopo che l’uomo, avendo notato che ciascun animale aveva una compagna, si era reso conto di essere solo. Evidentemente prima non lo sapeva. Adamo aveva probabilmente quarant’anni. In un articolo, pubblicato il 30 settembre 2022, di Adamo scrivevo: “Negli anni trascorsi in Eden Geova lo istruiva. Nella brezza della sera ne sentiva la voce. (Ge 3:8) Nella perfezione ricevette insegnamento costante. Dato che noi viviamo da 47 anni nel settimo millennio dalla sua creazione, potremmo pensare che il soggiorno di Adamo in Eden durasse 47 anni. I primi quarant’anni li visse in solitudine mentre i successivi sette con Eva.” E qui si apre una parentesi: la questione della perfezione adamica in cosa consisteva? Certamente Dio formò l’uomo e valutò questa sua creazione come qualcosa di molto buono. (Ge 2.31)

Questo non significava però che Adamo avesse da subito una completa autonomia di pensiero, ampia facoltà di giudizio ed una coscienza completamente formata. Un lettore a proposito di questi ragionamenti ha postato questo commento: “Hai parlato dei 47 anni di Adamo. Passano 47 anni dal 4026 e arriviamo al 3979 a.E.V, inizio settimo giorno di riposo di Dio. Dal 3979 al 2369, nuovo inizio con Noè, passano 1610 anni. 1610:70=23. Non iniziò il diluvio nel 2370? Il 1610 è composto da 23 x70. Incredibile! Dal 2369a.E.V. ci proiettiamo nel 3022 E.V. (sono inclusi i 1000 anni, fine del settimo giorno): trascorrono 5390 anni che sommati ai 1610 fanno 7000. Riassumendo 1610= 23×70, 5390= 77×70. Quindi ci restano 3 mesi ad arrivare alla fine dell’anno.” Questo ragionamento aritmetico costituisce un nuovo tassello probante circa la correttezza della cronologia biblica seguita in rifugiatidipella.com.

Una domanda essenziale

Comunque, ciò che va fatto è rispondere a una domanda. Cioè di quale colpa potesse venire accusata Eva a sette anni. A questo proposito qualcosa va detto. La donna fu tratta dal corpo di Adamo: carne della sua carne, e non solo, ma anche mente della sua mente. Ne aveva ereditato la struttura mentale. In questa situazione, però, l’età non influisce. Avere sette anni o settecento, l’ubbidienza è la stessa. Bisognava solo fidarsi ed eseguire il comando. Non c’era bisogno di una vera autoconsapevolezza per rispettare l’ordine divino. Si trattava di stare alla larga dal frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Ciò significava aspettare il momento giusto per mettere al mondo dei figli. Quell’albero rappresentava l’unione sessuale che per un certo periodo non era permessa. Non erano ancora in grado di allevare ed educare una progenie. Erano essi stessi ancora bisognosi di cure.

Ascoltare la voce di Dio

La richiesta era semplicemente quella di ascoltare la voce divina. Gli angeli, e Geova stesso potevano far sentire la voce. Sono riferiti tre casi in cui Geova parlò in modo udibile e cioè al momento del battesimo di Gesù. Alla trasfigurazione e poco prima dell’ultima Pasqua di Gesù, quando una voce parlò dal cielo e la folla pensò che tuonasse. In quelle occasioni Dio si manifestò udibilmente in un linguaggio comprensibile. Senza dubbio fu Geova a parlare in quelle occasioni, perché Gesù, a proposito del quale furono fatte quelle dichiarazioni, era il Figlio di Dio, colui che fra tutte le creature era il più vicino al Padre. In altre occasioni Dio impiegò angeli quali suoi rappresentanti per esprimere messaggi parlati. Qualche volta angeli apparivano in visioni e in diverse occasioni si materializzarono in forma umana per trasmettere agli uomini la volontà divina.

Anche Satana e i demoni erano in grado di parlare. In Eden a parlare con Eva fu la voce di un serpente. Dopo il battesimo di Gesù Satana si presentò a lui con tre diverse tentazioni espresse in modo che il figlio dell’uomo, Gesù, le potesse udire. In un’occasione perfino un’asina poté parlare con Balaam: era un’allucinazione uditiva. (Nu 22) Che accadde dunque nei primi millenni dell’umana avventura? Satana si investì personalmente del ruolo che in Eden era svolto da Dio e invase le menti degli uomini con le sue allucinazioni uditive e con i suoi comandi. Agli uomini non restava che ubbidire. Solo raramente qualcuno si ribellava schierandosi al fianco del Supremo: Abele, Enoc, Noè, Abramo etc. (Ebrei 11)

 Gli indemoniati al tempo di Gesù

Un’altra domanda: perché nei tempi biblici c’erano molti indemoniati? Me lo sono chiesta spesso. In quel tempo i demoni sembravano affliggere moltissimi uomini. Alcuni erano resi muti, alcuni ciechi, alcuni si comportavano come alienati e altri possedevano una forza sovrumana. Tutti erano orribilmente maltrattati dai loro invisibili tiranni. Le vittime erano uomini, donne e bambini. A volte la sofferenza era aggravata dal fatto che molti demoni si impadronivano di una persona nello stesso tempo. Alcuni dei più grandi miracoli di Gesù riguardarono la liberazione di indemoniati dalla schiavitù dei demoni, impotenti contro di lui.  Una volta espulso il demonio, la persona tornava normale e sana di mente. Ancora oggi succede che uomini e donne debbano subire le torture del malvagio.

Ho saputo di una donna di 57 anni che udì le prime voci a 24 anni. La voce sembrava pervenire da un albero e poi iniziarono anche gli uccelli a parlarle. Sentiva dentro di sé una forza che la portava a fare cose che non voleva, che la spingevano al suicidio. Oggi molti schizofrenici vivono situazioni del genere. Una voce interna riempie la loro mente di rimproveri e offese impedendo loro di concentrarsi sulle comuni attività quotidiane. Contro queste voci non c’è protezione: le allucinazioni non sono sotto il controllo volontario. Un esempio di allucinazione comune è il sentire delle voci che discutono tra loro. Le allucinazioni possono riguardare tutti i cinque sensi.  Ci sono allucinazioni di ogni genere: gustative, olfattive, tattili, cinestetiche che agiscono per lo più in modalità traumatica e sgradevolmente negativa. Trovare una terapia risolutiva è spesso difficile.

Gli idoli con la lingua lunga

A conferma della validità delle intuizioni di Jaynes ci sono reperti archeologici ed artistici esposti ovunque nei musei. Per esempio in tutto il mondo sono stati rinvenuti idoli dalla lingua straordinariamente allungata, o dalla bocca enfaticamente aperta. Questi manufatti cosa rappresentano? Essi costituiscono un forte indizio circa la l’attendibilità della teoria di Jaynes. Questi reperti sono una delle tante testimonianze circa le allucinazioni cui era soggetta l’antica mente bicamerale.

Terracotta decorativa con Gorgone. Grecia                                                                           

           
                                                                                     

Cuneiform collection Science Museum of Minnesota

Scultura lignea zooantropomorfa. Raffigura un ibrido artistico uomo-animale. La testa è umana; i denti sono umani e di animale, la lingua è di animale. Lo stile è tra il geometrico e il caricaturale. È un palo “ancestrale” denominato “Butugur”. Dimensioni: alt. 2 m, in legno di colore nero.
Origine: Borneo Sud-Orientale.

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Scultura lignea zooantropomorfa. Raffigura un ibrido artistico uomo-animale. I denti sono umani e di animale; la lingua è di animale. Lo stile deforma il volto, che è quasi inventato per ottenere l’espressione orrenda. È una maschera usata per i riti di culto degli Indiani.
Origine: Guatemala.

Scultura lignea zooantropomorfa. Raffigura un ibrido artistico uomo-animale, che è inginocchiato. Lo stile deforma l’intera figura, che in gran parte è inventata, per ottenere l’espressione orrenda, che tuttavia è estremamente elegante. Questo gusto dell’orrendo, che ha radici religiose molto evidenti, in certi periodi, accomuna l’arte dell’Asia estremo-orientale all’arte del Centro-Sud America. Dimensioni: alt. m 1,40. Origine: Hsin Yang, Honan, Cina. Datazione: III Secolo a.C.



 Scultura lignea zooantropomorfa. Raffigura un ibrido artistico uomo-animale. La faccia è umana; l’enorme lingua e le corna sono dell’animale. Le corna sono di un cervo. Dimensioni: alt. cm 82. Origine: Ch’ang Sha, Hunan, Cina. Datazione: III – II Secolo a.C. Collocazione: British Museum, Londra.



 Scultura lignea zooantropomorfa. Raffigura un ibrido artistico uomo-animale. Il linguaggio stilistico è uno dei più complessi che si conosca, in quanto fonde insieme la raffigurazione zooantropomorfa, che è in gran parte inventata, alla decorazione. Scultura di una Casa di riunione, raffigurante un antenato, o un antico guerriero, o un essere mitologico. Dimensioni: alt. 109,2 cm; largh. 27,9 cm; spessore 12,7 cm. Datazione: 1800 circa. Provenienza: Nuova Zelanda, Te Arawa (Oceania). Collocazione: Museum of Primitive Art, poi trasferita al Metropolitan Museum of Art. New York.

La lingua dell’orso malese (Biruanga)
Gli idoli con la bocca aperta
L’orco del bosco di Bomarzo
La bocca della verità- Roma
Statue che parlano

La letteratura si riferisce spesso a statue di dei che parlano. Gli Aztechi vinti dagli spagnoli dissero ai loro conquistatori che la loro storia aveva avuto inizio quando una statua di un tempio in rovina aveva parlato ai loro capi. Secondo un viaggiatore cinquecentesco che si era trovato di fronte alle statue di questi popoli precolombiani “gli infelici gonzi credevano che gli idoli parlassero loro e quindi sacrificavano loro uccelli, cani, il proprio sangue e anche esseri umani. Perciò tutte le prime relazioni sulla conquista del Perù da parte degli spagnoli erano concordi nel considerare il regno inca come un regno agli ordini del demonio. La prova addotta era che il diavolo stesso parlava agli inca per bocca delle loro statue. Una relazione successiva riferì che era cosa molto comune e approvata nelle Indie che il diavolo parlasse e rispondesse in questi santuari. Ora, sembrerebbe evidente che questi idoli parlavano.

Anche in Mesopotamia le statue degli dei e delle dee parlavano. Per esempio, il grande cilindro B di Gudea (databile al 2100 a.C. circa) descrive come nel tempio di Ningirsu le sacerdotesse collocavano le dee per pronunciare decisioni favorevoli accanto al signore Ningirsu. Le particolari decisioni concernevano vari aspetti dell’agricoltura perché il grano potesse “coprire le rive del sacro campo” e “tutti i ricchi granai di Lagash potessero arrivare a traboccare”. Ovunque in questi testi è la parola degli dei a decidere su ciò che va fatto. Non sono gli esseri umani a governare ma le voci allucinatorie degli dei Kadi, Ningirsu ed Enlil, il dio tempesta. Nei campi venivano erette delle pietre per dire in che modo tale campo doveva essere coltivato. Il contadino si inginocchiava davanti alla stele che era fonte di allucinazioni uditive e visive.

Le cerimonie del lavaggio della bocca

Prima di essere collocate nei templi le statue venivano sottoposte al mis-pi, che significa “lavaggio della bocca” e al rituale pit-pi o “apertura della bocca”. Il dio era trasportato sulla riva del fiume e la sua bocca lavata varie volte. Questa cerimonia dell’apertura della bocca era praticata anche sulle mummie prima della sepoltura. Lo scopo di questa pratica era di agevolare la comunicazione tra il faraone morto e il suo successore. In questo modo i re governanti erano sollevati dalla responsabilità di dover prendere difficili decisioni personali. Governavano sulla falsariga di comandi che venivano loro impartiti e a cui erano tenuti ad obbedire. Non si deve però supporre che il comune cittadino udisse direttamente le voci dei grandi dei che governavano i regni e le città. Ogni individuo però aveva il proprio dio personale, di cui udiva la voce e a cui obbediva.

In quasi tutte le case portate alla luce dagli scavi esisteva una stanza che conteneva idoletti, come divinità personali degli abitanti della casa. Un uomo e il suo dio erano legati insieme in modo inestricabile tanto che la composizione del nome includeva di solito il nome del dio personale. “Vero di voce” era un epiteto che veniva spesso aggiunto al nome di una persona morta. Ai morti si chiedevano consigli e guida personale.

La Bibbia viceversa condanna la persona che possiede uno spirito medianico. (Dt 18:10)

La mente schizofrenica oggi

Ad alcuni purtroppo succede ancora oggi di udire delle voci autoritarie, alle quali bisogna ubbidire. Sono voci malevole che criticano e dicono di fare cose contrarie al buon senso. “Allora il tempo si frantuma. Ci comportiamo in modi di cui non abbiamo coscienza. Siamo presi dal panico eppure il panico non sta accadendo a noi. Non c’è un noi. […] Non sappiamo che cosa facciamo, veniamo manipolati dalle nostre voci in modi strani e spaventosi, in un posto che perveniamo a riconoscere come un ospedale, con una diagnosi che, ci viene detto, è schizofrenia. In realtà siamo ricaduti nella mente bicamerale.” (Op. cit pag 437, Cap V. La schizofrenia) Queste esperienze terrificanti non sono opera del nostro Creatore, ma di esseri malvagi, i demoni.

Wittgenstein – Bing video

2 pensieri riguardo “Adamo ed Eva e la mente bicamerale

  1. Tu dici che ad Adamo ed Eva fu chiesto un semplice atto di ubbidienza. Dal momento che Dio li creò a sua immagine e somiglianza perchè non diede loro una coscienza del bene e del male? Perchè se con un atto di amore li creò subito pensò ad una prova mortale con l’albero? Dopo il peccato Adamo incolpò Eva che a sua volta incolpò il serpente….come succede oggi quando i bambini litigano. Cainò rispose a Dio di non essere il guardiano di suo fratello Abele. Non esisteva una coscienza, il senso di responsabilità. Devo ammettere di non capire la prova mortale di Dio. Quando ebbero mangiato il frutto proibito Dio intervenne sul loro cervello: si accorsero di essere nudi. Dio intervenne sul cervello umano anche a Babele creando molte lingue. Mi viene da pensare che noi oggi facciamo la stessa cosa con il computer quando installiamo un programma un software. Basta così.

  2. Buongiorno Gianni. In merito al rispondere al tuo commento comincerò dal fondo. Tu dici che noi facciamo come Dio quando installiamo un programma nel nostro computer? “Domanda. La nostra mente è come un computer? No. Il computer è una macchina puramente sintattica. Le menti hanno un contenuto mentale e semantico. I computer manipolano simboli complessi, di solito pensati come da codici di zero e uno. Ma le menti umane hanno molto più di semplici simboli. Hanno il significato. Nel caso del computer l’unico significato viene attribuito dall’esterno.” Se vuoi guarda questo video. E’ tratto da un film di Derek Jarman. Wittgenstein – Bing video – Rudezza e ambiguità non sono imperfezioni: sono ciò che fa girare il mondo.(Ho aggiunto il video in calce all’articolo “Adamo ed Eva e la mente bicamerale” che tu hai commentato.)
    Tu dici di non capire la prova che Dio impose ad Adamo ed Eva. In realtà questa prima coppia si trovava in circostanze particolari. Si doveva dare inizio alla società umana e i due giovani erano in via di formazione. Non so se tu hai figli, ma comunque tu sai che un bambino deve compiere un lungo percorso prima di essere maturo e mettere su famiglia. Metti il caso che una ragazza ancora immatura arriva a casa incinta. Può succedere perfino a una dodicenne. È colpa di suo padre se la situazione diventa per tutti un problema? Eva sapeva di dover rimandare l’intimità con Adamo, tuttavia in qualche modo le cose andarono diversamente.
    Entrambi sapevano che questo genere di trasgressione era l’unico divieto imposto loro. E sapevano anche che cosa ciò significasse. Dio li aveva informati. Essi al momento disponevano solo delle informazioni che il Padre trasmetteva loro. Vivevano inconsci. Dopo la trasgressione non fu Dio a intervenire sul loro cervello. Si accorsero di essere nudi perché Satana li aveva edotti. Infatti Dio disse ad Adamo “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?” (Ge 2:11) Evidentemente Dio non aveva mai trattato l’argomento e di conseguenza essi fin lì avevano ignorato la questione.
    In quel momento essi non erano ancora psicologicamente formati e dovevano “ascoltare”. Se ho un bambino e gli dico di non toccare la stufa accesa, mi aspetto che egli mi “ascolti” spontaneamente dato che si tratta della sua incolumità. Normalmente questo i bambini lo capiscono e si regolano di conseguenza. A Babele fu ancora una volta una questione di disubbidienza. Dio, dopo il diluvio aveva detto agli uomini di spargersi sulla terra. Non voleva che si concentrassero tutti in grandi città. Questo per impedire il formarsi di un potere politico tirannico, cosa che prontamente avvenne con Nimrod e la costruzione della torre di Babele. Dio voleva che sciamassero sulla terra. (Ge 9:7)
    Dio quindi voleva impedire le estreme conseguenze implicite nella fondazione di grandi città. Inoltre la costruzione della torre di Babele era una aperta sfida all’autorità divina. (Ge 11:4) Nimrod voleva fare una torre che raggiungesse i cieli per impedire che un secondo diluvio potesse un’altra volta distruggere gli uomini. Come vedi era un’altra volta implicato un atto di disubbidienza. Gli uomini non erano fatti per autogovernarsi ma avevano una mente progettata per essere sensibile ai comandi divini. Egli li voleva proteggere dall’influenza del malvagio che invece prese subito piede tra i discendenti di Noè, tant’è che assai probabilmente meno di 200 anni dopo il diluvio essi ormai erano completamente schiavi di Satana e di un modo di pensare imposto da lui.
    È anche vero che la questione del libero arbitrio umano è questione delicata e di assai difficile comprensione. In ogni caso viviamo in un sistema che funziona in un certo modo e non in un altro. (Isa 29:16; Ger 18:2-8) Adriana

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