Il paradiso terrestre

Miniatura del paradiso terrestre di L. Bellini

Oggi nessuno più sostiene che il Paradiso terrestre si trovi sulla nostra terra, anche se molti sono ancora alla ricerca dei luoghi edenici. Le scoperte geografiche hanno continuamente sospinto il paradiso terrestre un po’ più in là, oltre i confini del mondo conosciuto. Ancora nel 1998 David Rohl sosteneva di avere trovato una volta per tutte, dopo millenni di controversie, il luogo primordiale del giardino di Eden. Ciò conferma che con il passare dei secoli la descrizione biblica del paradiso terrestre esercita ancora intatto il suo fascino. I quattro fiumi che escono dai quattro angoli del paradiso tuttora costituiscono un enigma. L’interpretazione del testo biblico di Genesi relativamente ai fatti dell’esperienza vissuta dalla prima coppia nel giardino non è mai stata un’operazione semplice. Uno stuolo infinito di studiosi si sono da sempre cimentati a capire cosa esattamente fosse il giardino di Eden e dove si trovasse.

Un fiume esce dal giardino di Eden e si divide in quattro capi. La cartografia medievale ha cercato in tutti i modi di sintetizzare quell’incredibile bagaglio di scoperte geografiche che i viaggiatori di ogni tempo ci hanno tramandato, sempre sperando di poter collocare da qualche parte l’insegna “Giardino di Eden”. Lasciavano disegni, miniature o dipinti in rappresentanza di ciò che non avevano potuto collocare sulla mappa. Chi voglia esplorare la storia di come il paradiso terrestre sia stato rappresentato nelle carte deve essere disposto a lasciarsi sedurre dalla bellezza innocente di quel linguaggio figurato. È ovvio che ci sia un’enorme differenza tra le carte in voga oggi e le carte realizzate da gente che appoggiava la propria visione dell’universo sulla cosmologia antica, sia essa biblica, sumera, platonico-aristotelica, tolemaica o rinascimentale. Tuttavia la tendenza a criticare e biasimare l’ingenuità del passato è ancora molto diffusa tra chi scrive di storia.

La mappa di Fra Mauro

 

La mappa di Fra Mauro
Il paradiso terrestre sul modello di L. Bellini

Chi, uscendo dal coro, poneva il paradiso fuori dalla mappa aveva le sue buone ragioni per farlo. Chi viceversa tentava di porlo dentro riteneva che il nome dei quattro fiumi che uscivano dall’Eden dovevano essere ubicati geograficamente in Assiria, Mesopotamia, Egitto, India o altrove. Secondo Isidoro di Siviglia “dopo il peccato, all’essere umano fu proibito l’accesso a questo luogo: l’ingresso è, infatti, completamente chiuso da una spada ardente, ossia è sbarrato da un muro di fuoco così alto che il suo incendio arriva quasi al cielo. Anche dei cherubini, ossia delle barriere celesti, sono posti al di sopra della spada incandescente: le fiamme allontanano chiunque, perché l’ingresso del paradiso sia sbarrato tanto alla carne che allo spirito di trasgressione.

Il mappamondo di Fra Mauro fu realizzato per la signoria veneziana probabilmente tra il 1446 e il 1453. La carta con il sud in alto presenta una sintesi della conoscenza geografica europea alla vigilia delle grandi scoperte. Egli dipinse su pergamena, poi incollata su legno, un cerchio arricchito da continenti, città, montagne, mari, fiumi e 3000 iscrizioni in lingua veneta. Il tutto inscritto in un quadrato di quasi due metri e mezzo per lato dove in un angolo Leonardo Bellini, nipote di Jacopo, dipinse il Paradiso Terrestre, mentre negli altri tre sono rappresentate note e diagrammi di cosmologia secondo le concezioni medioevali tolemaiche. Le fonti raccontano di anni di lavoro e per completare l’opera il monaco raccolse una quantità infinita di notizie, partendo da autori classici come Tolomeo e Plinio, per giungere ad autori a lui contemporanei o quasi come Marco Polo o Nicolò de’ Conti, viaggiatori veneziani.

Il Paradiso terrestre di Leonardo Bellini

Il paradiso terrestre

La carta circolare di Fra Mauro, conservata alla Biblioteca Nazionale marciana di Venezia, in ognuno dei quattro angoli esterni contiene, dall’alto a sinistra, in senso orario, tre rappresentazioni circolari con il numero dei cieli, le maree e il rapporto tra terra e oceano, il rapporto tra gli elementi e le diverse parti del circolo terrestre, e infine la rappresentazione del Paradiso terrestre. Infatti Fra Mauro essendosi posto il problema di come rappresentare il paradiso cerca e trova una meravigliosa soluzione. Se nel circolo centrale mostrava la terra abitata in grande dettaglio, intorno ad essa dispone intorno ai diagrammi e al disegno del paradiso, sette iscrizioni esplicative. L’iscrizione al paradiso riassume il dibattito geografico-teologico sulla sua localizzazione. Fra Mauro cita tra gli altri Agostino, ricordato per ribadire il fatto che l’Eden è un luogo reale ma situato in un punto molto remoto de la “habitation e cognition humana”.

Questa illustrazione presenta il paradiso terrestre come un luogo recintato con pali appuntiti all’interno di un cosmo terracqueo.  Al centro c’è il Cristo, l’albero della vita, e la coppia dei nostri primogenitori. Ciò che fa specie è che il paradiso terrestre non è incluso nella mappa terrestre ma occupa una recinzione circolare a sé stante. Ciò significa che Fra Mauro e il pittore Leonardo Bellini concepivano il paradiso terrestre come un organismo cosmologico autonomo. Dall’Eden Leonardo Bellini rappresenta un fiume che fuoriesce e si divide in quattro capi. Su un ponte a cavallo del fiume in uscita è raffigurato un cherubino. Questo dipinto presenta caratteristiche eccezionalmente interessanti, perché permette di mettere in comunicazione il fiume di cui si discorre in Genesi 2:10 con l’oceano celeste e il sistema idrologico dei mondi.

La carta vaticana dello pseudo Isidoro.

Se Fra Mauro mostrava il giardino come assolutamente inaccessibile e separato era perché lo considerava come un cosmo autonomo a tutti gli effetti. Egli sapeva che il giardino era fuori dalla terra da noi abitata.  Aveva compreso ciò che gli autori di Earthmeasured hanno riscoperto in questi anni, e cioè che ci sono terre molteplici, di cui una è l’Eden. Fra Mauro non sembra essere stato l’unico a comprendere questo concetto. In una mappa, la Carta Vaticana dello pseudo Isidoro, il luogo del paradiso terrestre è segnato da un circolo con un simbolo floreale. Anche qui il paradiso è presentato come contiguo alla terra abitata, come in un inserto, dando l’impressione di un livello indipendente di realtà, separato e diverso da quello del mondo ordinario. Il paradiso in terra: mappe del giardino dell’Eden – Alessandro Scafi – Google Libri Fig 5.10b pag 85

Gan-Eden è un giardino recintato. GAN significa “garden as enclosure”, (B.D.B., Hebrew and English Lexicon). Il termine Gan corrisponde all’iranico pairidaeza e al greco paradeisos. Si tratta di un luogo chiuso da una recinzione che lo protegge. Se osserviamo il dipinto di Leonardo Bellini vediamo che viene rappresentato in sezione un emisfero cosmico, un recinto da cui fuoriesce un fiume. Nella poesia antica si parla dell’Oceano, un grande corso d’acqua dolce che gli scrittori ritengono circondare il disco della terra. Essi definiscono Oceano come la fonte di tutta l’acqua dolce. Oceano delimita il confine esterno della superfice piatta della terra. Gli antichi spiegavano che il sole, la luna e le stelle erano incastonate nelle acque di Oceano. Voglio qui citare alcuni esempi di come i poeti, il mito e la poesia antica concepissero l’oceano terrestre e di conseguenza quello celeste che ne costituisce una naturale estensione.

Oceano nelle parole dei poeti
Eracle attraversa Oceano nel calderone del sole

Tra i tanti citerò la Dyonisiaca di Nonno che dal verso 38.108 canta del “rumoreggiante oceano” e “delle costellazioni che sono poste in esso.” Valerio Flacco nell’Argonautica 4.90 scrive che “le stelle risplendono nelle sorgenti datrici di vita del grande Oceano.” Erizia la rossa, o l’isola del tramonto, era la terra di Gerione. Per portare a compimento la decima fatica Ercole attraversò il fiume Oceano nella nave a coppa del sole. (Stesicoro, Geroneide, frammento S17, 37) Omero (Iliade 5.10 e seguenti) descrive Sirio come “la stella dell’estate che svanisce, che al di là delle stelle si leva bagnata nell’Oceano per risplendere brillante.” In Iliade 18, 43 e seguenti emerge l’immagine della stella polare del grande carro che “gira in un punto fisso e lei sola mai si tuffa nelle acque dell’oceano”. Da questi e altri passi emerge chiaro il concetto che gli antichi avevano delle stelle.

Gli antichi avevano compreso. Per loro era come se ci fossero due Oceani interdipendenti, uno a circondare la terra verso il limite antartico e uno che da quel limite s’inarcava nella cupola celeste contenente le stelle, che sono a tutti gli effetti esseri acquatici viventi e bioluminescenti ammassati nelle acque superiori. Per gli antichi si trattava generalmente di esseri spirituali, per esempio nel Somnium Scipionis di Cicerone. La duplicità delle acque fu ben espressa nel concetto delle due Colonne d’Ercole, sintetizzate nel simbolo della costellazione dei Gemelli. Comprendiamo che la cultura astronomica antica era paradossalmente molto meno “mitologica” di quella della moderna scienza. Più studio e più mi rendo conto che i concetti introdotti nella nostra cosmologia moderna sono assolutamente inconsistenti rispetto alla cosiddetta mitologia dei popoli antichi. Non dimentichiamo che per loro l’osservazione del moto delle stelle era scienza sacra, studio indispensabile per viaggiare nei mari e nel deserto in un tempo in cui il cielo faceva da bussola.

Le metamorfosi di Ovidio

Presso gli antichi, filosofi o poeti, gli astri erano considerati come animali, creature viventi e animate. Per Ovidio le stelle sono liquide e perfino descritte come lucidi pesci. Le metamorfosi, terminate poco prima dell’8 d.C., sono un poema epico-mitologico che contiene un’immensa raccolta di miti greco-romani e apre con la narrazione delle origini del mondo. Ovidio scrive:

haec super inposuit liquidum et gravitate carentem 

aethera nec quicquam terrenae faecis habentem. 

Vix ita limitibus dissaepserat omnia certis, 

cum, quae pressa diu fuerant caligine caeca, 70

sidera coeperunt toto effervescere caelo;

neu regio foret ulla suis animalibus orba,

astra tenent caeleste solum formaeque deorum, 

cesserunt nitidis habitandae piscibus undae, 

terra feras cepit, volucres agitabilis aer.

Libro I (iconos.it) 

 E su tutto pose l’etere limpido

e leggero, che nulla ha della feccia terrena.

Le cose aveva così appena spartito in confini esatti,

che le stelle, sepolte a lungo in tenebre profonde,

cominciarono a scintillare in tutto il cielo;

e perché non ci fosse luogo privo d’esseri animati,

astri e forme divine invasero le distese celesti,

le onde ospitarono senza remore il guizzare dei pesci,

la terra accolse le belve, l’aria mutevole gli uccelli. Trad. Sara Fiore

Ciò che più di ogni altra cosa desta meraviglia è l’evidenza, in merito alla descrizione delle origini del mondo, di un fortissimo legame con la Genesi biblica a partire da un dio (che in Ovidio resta innominato) che crea il mondo sino alla creazione dell’uomo. Le modalità attraverso cui si snoda il racconto in merito alle origini del mondo, sono interessantissime. Impossibile non interrogarsi su questa evidente ricorrenza di temi e di motivi, di cui un altro degno di nota è il racconto del “Diluvio universale” presente in Ovidio come in tutte le più antiche mitologie.

Genesi 2:10-14: i fiumi celesti   

Genesi legge: “Ora c’era un fiume che usciva dall’Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva e diveniva, per così dire, quattro capi. Il nome del primo è Pison; è quello che circonda l’intero paese di Avila, dov’è l’oro. L’oro di quel paese è buono. Ci sono anche il bdellio e la pietra di onice. Il nome del secondo fiume è Ghihon; è quello che circonda l’intero paese di Cus. E il nome del terzo fiume è Iddechel; è quello che va ad oriente dell’Assiria. E il quarto fiume è l’Eufrate.” Calvino collocava l’Eden “a est di Babilonia”, nella bassa Mesopotamia, all’incirca sopra il Golfo Persico, più o meno nel punto in cui l’Eufrate e il Tigri si avvicinano o confluiscono. Associava poi il Ghion e il Pison con canali che univano i due corsi d’acqua.

Questo però ne avrebbe fatto degli affluenti, non “רָאשִֽׁים  rā-šîm  capi” che si dividevano da un’unica fonte. L’ubicazione originale del giardino di Eden sulla terra è rimasta fin ora congetturale e nessuno ha potuto trovare esattamente il luogo.  Dante colloca il giardino sulla vetta del monte del Purgatorio e lo descrive nei canti XXVII-XXXIII della II Cantica come il luogo dove le anime penitenti giungono al termine del loro percorso di espiazione.  Tuttavia solo se immaginiamo l’Eden come una terra a sé stante possiamo comprendere la natura simbolicamente adeguata dei suoi fiumi. Sì, perché il nome dei quattro “capi” che escono dall’Oceano hanno significati etimologici che, oltre che alla terra, rimandano al cielo. Tigri ed Eufrate non sono i nomi contenuti nel testo ebraico ma sono una interpretazione dell’ebraico da parte della LXX. L’Eufrate nell’originale si chiama Parat.

Etimologia dei nomi dei fiumi in uscita dall’Eden

 A cercare l’etimologia dei nomi dei quattro fiumi che escono dall’Eden e delle terre che essi circondano se ne scoprono di belle. Incominciamo subito. Le mie ricerche si fondano sugli scritti di  Abarim Publications www.abarim-publications.com

Pison

Significato: Shaking The Region, (rimescola, agita la regione), Great Diffusion (Grande diffusione)

Etimologia From (1) the Sanskrit noun sim, region, and (2) the verb dhu, to shake or tremble (Dal nome sanscrito sim, regione, e (2) il verbo dhu, mescolare, agitare, far tremare), from the verb פצץ (pasas), to break apart or scatter (dal verbo פצץ (pasas) spargere o disseminare)

The name Pishon possibly refers to a river that originates from a spring and forms into a delta. Jones’ Dictionary of Old Testament Proper Names reads Great Diffusion. NOBSE Study Bible Name List reads Freely Flowing (liberamente scorrendo)

Ghihon

Significato: Gusher, (lo sgorgante) Etimologia From the verb גיח (giah), to burst forth.(irrompere) HAW Theological Wordbook of the Old Testament calls the river the Gusher, or Bubbler,(il gorgogliante)  although ‘Bubbler’ seems a bit too tame. Jones’ Dictionary of Old Testament Proper Names reads Great Breaking Forth (Of Waters), (Grande irruzione di acque) but that seems a bit over the top. NOBSE Study Bible Name List reads Bursting Forth.

Iddechel

Significato: Keen Frivolity (tagliente frivolezza) Etimologia From (1) the verb חדד (hadad), to be sharp, (tagliente) keen (acuminato) or swift (veloce, rapido), and (2) the verb קלל (qalal), to be light or frivolous. (Essere leggero o frivolo, in latino significa fragile. Il senso rimanda al vetro tagliente di cui è costituito il firmamento) For a meaning of the name Haddakel, NOBSE Study Bible Name List reads Rapid, but more complete would be Sharp Rapids (taglienti rapide). Jones’ Dictionary of Old Testament Proper Names renders The Rapid Swift. (rapide veloci)

Parat

Significato: Fruitful (pieno di frutti, le stelle) Etimologia From the verb פרה (para), to be fruitful. The name Parat means Fruitful. Neither NOBSE Study Bible Name List nor Jones’ Dictionary of Old Testament Proper Names treats Parat, but for Euphrates (=eu-parat; the good parat), NOBSE reads That Which Makes Fruitful, (ciò che produce frutti) and Jones reads Fruitfulness. (abbondante di frutti)

Il cielo e il fiume dell’Apocalisse

Anche in Apocalisse ci sono luoghi in cui le pietre preziose emanano la loro sfavillante luce. Della Gerusalemme Celeste si legge: “E mi portò nella [potenza dello] spirito su un grande e alto monte, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, avendo la gloria di Dio. Il suo fulgore era simile a pietra preziosissima, quale pietra di diaspro splendente come cristallo. Ora la struttura del suo muro era diaspro, e la città era oro puro come vetro puro. […]  Le fondamenta del muro della città erano adorne di ogni sorta di pietra preziosa: il primo fondamento era diaspro, il secondo zaffiro, il terzo calcedonio, il quarto smeraldo, il quinto sardonico, il sesto sardio, il settimo crisolito, l’ottavo berillo, il nono topazio, il decimo crisopraso, l’undicesimo giacinto, il dodicesimo ametista.

E le dodici porte erano dodici perle; ciascuna delle porte era fatta di una sola perla. E l’ampia via della città era oro puro, come vetro trasparente. (Ri 21:10-11;19-21) Riguardo al fiume in Ri 22:1-2 si legge: “Ed egli mi mostrò un fiume d’acqua di vita, chiaro come cristallo, che usciva dal trono di Dio e dell’Agnello in mezzo alla sua ampia via. E al di qua e al di là del fiume [c’erano] alberi di vita che producevano dodici raccolti di frutta, dando i loro frutti ogni mese. E le foglie degli alberi [erano] per la guarigione delle nazioni.” In questo passo si può notare il collegamento tra l’etimologia del fiume Parat, in quanto “ricco di frutti” e il fiume celeste che esce dal trono di Dio. (Cfr Eze 47:1-12)

Avila

Significato: circolo, produrre, far uscire, tirar fuori, villaggio che langue, s’indebolisce, si consuma.  Etimologia Dal verbo חול (hul), to whirl (turbinare, girare vorticosamente, anche il monte Olimpo deriverebbe di qui e rappresenterebbe il moto dei cieli.)For a meaning of the name Havilah, NOBSE Study Bible Name List reads Circle, (Circolo) and Jones’ Dictionary of Old Testament Proper Names has Bringing Fort, (produrre, tirar fuori) or Trembling (with pain) (tremare dal dolore. Il cielo fu prodotto come con dolori di parto. Prov 8:24)

Genesi precisa che Avila è il luogo “dov’è l’oro. E l’oro di quel paese è buono. Ci sono anche il bdellio e la pietra di onice.” Queste sono caratteristiche del cielo, il colore delle stelle filtra attraverso l’ambra o bdellio, e varie pietre preziose. L’ebraico shoham può essere reso variamente con il nome di diverse gemme, in quanto non esattamente determinabile. Sta di fatto che la descrizione ben si addice al cielo e alla terra in quanto luoghi che si consumano. Avila, il cielo di giorno?

Cush

Cush è voce dal significato e dall’etimologia oscuri. I commentatori notano però che Cush si riferisce all’Etiopia e all’essere scuri di pelle. Il dizionario etimologico di Klein (Klein’s Etymological dictionary of the Hebrew Language) contiene una voce che risulta scritta in maniera simile alla parola Etiopia e che significa “spindle”, cioè fuso, asse, perno girante. (Asse del Cielo?)  La LXX traduce questo termine come Etiopia, con derivativi da un verbo greco, αιθω (aitho) con significato di accendo, infiammo, ardo, risplendo, il che rimanda ancora una volta al cielo. L’aggettivo αιθος (aithos) significa splendente e αιθοψ (aithops) contiene la parola greca ωψ, ops, occhio e suggerisce un’immagine di occhi ardenti, scintillanti. Questo ricorda la ruota piena d’occhi di Ezechiele e Argo dai mille occhi, il cielo tempestato di stelle. La parola Αιθιοπια (Etiopia) ricorre solo nella Settanta perché l’ebraico usa sempre Cush. Potremmo concludere che Cush rappresenta la notte stellata.

Assiria

La parola Assiria deriva da Assur, nome di uno dei figli di Sem.  Il nome significa pianura ma anche passaggio, gradino. Deriva dal verbo אשר (‘asher), andare avanti o da ישר (yashar), essere in piano, perpendicolare, liscio, giusto. Jones’ Dictionary of Old Testament Proper Names deriva il nome Assur dal verbo אשר (‘asher), che significa andare dritto. Jones rende il nome Assur A Step. La terra di Assiria rappresenta il cielo nei suoi rapporti con la terra piatta.

Il re di Tiro

Tramite Ezechiele Geova parla al re di Tiro: “Tu suggelli un modello, pieno di sapienza e perfetto in bellezza.  Mostrasti d’essere in Eden, il giardino di Dio. Ti copriva ogni pietra preziosa, rubino, topazio e diaspro; crisolito, onice e giada; zaffiro, turchese e smeraldo; e d’oro era l’opera dei tuoi castoni e dei tuoi incastri in te. Furono preparati nel giorno che fosti creato. Tu sei l’unto cherubino che copre, e io ti ho posto. Mostrasti d’essere sul santo monte di Dio. Camminavi in mezzo alle pietre di fuoco.  Eri senza difetto nelle tue vie dal giorno in cui fosti creato finché in te si trovò l’ingiustizia. “A causa dell’abbondanza del tuo commercio riempirono il di dentro di te di violenza, e peccavi. E io ti scaccerò come profano dal monte di Dio, e ti distruggerò, o cherubino che copre, di mezzo alle pietre di fuoco. (Eze 28:12-16)

Questo passo di Ezechiele si può ben accostare alla descrizione del paese di Avila. Il re di Tiro è descritto come se fosse un cherubino, il “cherubino che copre”.  Questa espressione è molto caratteristica. Che cosa c’è di copertura sopra la terra? Non è forse il cielo? Gli antichi re amavano rappresentare se stessi come se fossero investiti di un ruolo celeste. Il re camminava in mezzo alle pietre di fuoco. Non sono forse le stelle? Il cielo non è forse descritto nelle Scritture come coperto di pietre preziose incastonate nell’oro? Il verbo ebraico utilizzato per dire “che copre” è סָכַךְ cakak, che il Brown-Driver-Briggs traduce come “hedge, or fence about, shut in”, che in italiano significa circondare con una siepe, delimitare con una staccionata, chiudere. Questo è tipico del Gan Eden, hortus conclusus, orto chiuso.

Traendo le somme

Il fiume che esce dal giardino di Eden dividendosi in quattro capi rappresenta l’acqua che uscendo da quattro grandi canali ai quattro punti cardinali della terra alimenta l’oceano celeste, nello spazio che racchiude i grandi ammassi stellari abitati da spiriti acquatici bioluminescenti.

2 pensieri riguardo “Il paradiso terrestre

  1. Ho letto per intero tutto il tuo articolo . Complimenti per la tua preparazione . Devo dire però che fatico ad entrare in questa ottica. Brava comunque !

  2. Parola di Joshua:
    “Chiunque cercherà di salvare la sua vita (questa vita) la perderà, ma chiunque la perderà per il mio nome (Dio Salva) la ritroverà”.
    Nessuna carne vuole morire, mentre l’anima vivente sceglie la morte di Giustizia per essere con il suo Dio in eterno, nel suo paradiso, dove non c’è letame.
    Ecco la differenza tra le bestie di Satana e i piccoli dell’Eterno.
    Babilonia e le sue prostitute religiose vogliono salvare il mondo della carne, e il mondo va dietro a loro, ma Dio Salva le anime nel suo Regno, tra le due schiere c’è l’abisso insuperabile.
    “Ovunque sarà il carname, qui si raduneranno le aquile”.
    Guai a chi oscura la Verità di Dio, tale che non si legga, per fare proseliti di menzogna, la loro sorte è nel fuoco in arrivo, che è inestinguibile, già vecchi, o morti dentro, vogliono salvare la loro carne dal fuoco, dunque sconfessando l’ira del Padre.
    Ecco gli empi del diavolo, che imparano sempre, ma non conosceranno mai il Creatore, branchi di capre logorroiche, che confidano nel loro intelletto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *