La fiaba dei piedi piccoli

Come nella fiaba, il Loto d’Oro era un piccolo piede modificato con processi alternati di rottura delle ossa e bendaggi. A trattamento finito, le donne camminavano barcollando, con un’andatura che, secondo i criteri estetici del tempo, richiamava la grazia del fiore di loto al piegarsi del vento. Una donna dal “piedino di giglio” in Cina era considerata più adatta al matrimonio perché aveva interiorizzato valori quali docilità, sopportazione, obbedienza. «Avevo otto anniQuando piangevo e soffrivo mi dicevano che senza i piedi piccoli nessuno avrebbe voluto sposarmi.» Sono le parole di una donna ormai anziana della Mongolia Interna. «Ho iniziato a fasciare i piedi all’età di quattro anni», racconta un’ottantanovenne dello Yunnan. «Non ero d’accordo, ma non avevo scelta». Nel romanzo Cigni Selvatici di Jung Chang, la scrittrice spiega quanto fosse importante per la dignità di una donna e il prestigio della famiglia avere i piedi piccoli:

“A quei tempi quando una donna si sposava, la prima cosa che la famiglia dello sposo faceva era esaminarle i piedi. Si riteneva che i piedi grandi, cioè normali, fossero un disonore per la famiglia dello sposo. La suocera sollevava l’orlo della lunga gonna della sposa e, se i piedi erano lunghi più di una decina di centimetri, lo riabbassava di scatto con un gesto di ostentato disprezzo. Poi si allontanava con sussiego, lasciando la sposa esposta agli sguardi critici degli invitati alle nozze, che le fissavano i piedi e manifestavano il loro disdegno borbottando insulti. A volte una madre aveva pietà della figlia e le toglieva la fascia. Ma quando la bambina cresceva e doveva subire il disprezzo della famiglia del marito e la disapprovazione della società, arrivava a rimproverare la madre per la sua eccessiva debolezza.”

Un’antica casta sacerdotale

Secondo una tradizione popolare cinese tutto ebbe inizio per l’astuzia di una volpe che aveva tentato, mediante la fasciatura, di celare le proprie zampe ed assumere le sembianze di un’imperatrice Shang. Gli imperatori Shang, che regnarono in Cina dal 1675 a.C. fin verso il 1046 a.C., ovviamente cercavano in tutti i modi di propiziarsi la benevolenza degli spiriti. Il re, oltre a svolgere un ruolo politico, era al centro del culto degli antenati. In particolare i regnanti esercitavano l’importante ruolo di re-sacerdoti e presiedevano la liturgia nelle cerimonie religiose. Erano loro ad essere considerati i membri più idonei ad offrire sacrificio agli antenati reali, agli dei e al dio Di, che era ritenuto responsabile della pioggia, del vento e del tuono.

Secondo un’altra comune versione dei fatti, un’imperatrice Shang, avendo un piede equino, aveva persuaso il consorte a rendere obbligatoria per tutte le giovani la compressione dei piedi. Il decreto metteva così l’imperatrice nella condizione di esibire la sua deformità come modello assoluto di bellezza ed eleganza. Di lì si comprende l’origine totemistica della pratica dei piedi di giglio. Il simbolismo implicito era quello legato ai riti di passaggio, tra i più importanti dei quali figuravano quelli precedenti il matrimonio. Le ragazze in età pubere, per accedere al mondo degli adulti, dovevano prima superare prove durissime che le avrebbero condotte alle soglie della morte e ad una successiva metamorfosi e rinascita. Situazioni di questo tipo diedero origine a quei racconti popolari che costituiscono un bagaglio culturale comune e proprio di tutti i popoli: le fiabe.

La donna volpe e la fiaba

Gli spiriti volpe che si incontrano nelle leggende hanno l’aspetto di donne giovani e belle. Pertanto, questa figura mitologica è indicata spesso con il nome di donna volpe, la donna che possiede qualità come agilità, malizia, appetiti insaziabili, natura sfuggente, tipiche caratteristiche che la volpe manifesta nel folclore. Uno dei più noti spiriti volpe della mitologia cinese era Daji, che è ritratta nel romanzo Ming Fengshen Yanyi. E’ un libro di leggende e fantasia in cui si intrecciano storie di dei e di demoni. Figlia di un generale, Daji fu obbligata a sposare il crudele tiranno Zhòu Xīn. Uno spirito volpe a nove code che serviva la dea Nüwa, che Zhou Xin aveva offeso, s’impossessò di lei. Mise così fuori gioco la natura semplicemente umana della vera Daji. Lo spirito, sotto le spoglie della donna, ed il suo nuovo marito ordirono crudeli complotti ed inventarono nuove torture. 

Come anticipato, è a questa volpe che viene attribuita la prima iniziativa del piede bendato. Molti racconti del periodo della dinastia Qing (ad esempio una raccolta di 435 novelle di argomento prevalentemente soprannaturale, scritta da Pu Songling, Racconti straordinari dello studio Liao) contengono storie d’amore tra una donna volpe ed un giovane umano. In tali racconti questi spiriti sono in grado di provare emozioni umane, e sotto forma di donne possono perfino sposarsi ed avere dei figli. Questo conferma l’universalità di certi racconti contenuti nelle Sacre Scritture in cui esseri spirituali si accoppiavano con degli umani e ne nascevano figli. (Genesi 6:1-4)

Il significato rituale delle bende

Nonostante queste antichissime tradizioni facciano pensare ad un’origine remota della pratica del Loto d’Oro, secondo un chiosatore medievale, Zhang Bangji, vissuto agli inizi del XII secolo d.C., la fasciatura dei piedi era iniziata soltanto durante il regno di Li Yu (961-75 d.C.), imperatore e poeta della dinastia meridionale dei Tang, che governava su una regione della Cina prima della riunificazione operata dai Song. Secondo questa tradizione, Li Yu aveva a palazzo una concubina favorita che si chiamava Fanciulla Soave, fine danzatrice e donna di estrema bellezza. Aveva fatto costruire per lei un loto d’oro alto un metro e ottanta, tempestato di perle. Fanciulla Soave fu costretta a fasciarsi i piedi con seta bianca in modo che le punte assomigliassero alle estremità della falce lunare, il che rimanda al culto degli astri. Quindi danzò al centro del loto, volteggiando come una nube che si alza.

I piedi delle bambine venivano compressi fin dalla prima infanzia con tre metri di bende che ne impedissero la crescita. Evidentemente all’origine questa pratica ebbe finalità rituali, cosa che traspare dall’accenno al tempio nelle parole del principe alla Sirenetta nella fiaba che porta il suo nome. Doveva essere il segno di un’offerta sacrificale che si presentava agli dei. La benda ebbe grande importanza nella vita religiosa dei popoli, perché sin da tempo antichissimo era segno di consacrazione e vi si attribuivano significati religiosi. Era pertanto impiegata nelle cerimonie religiose, funerarie e nuziali. La benda era un segno visibile del legame che univa la divinità con la persona consacrata, per cui risultava indispensabile a coloro che un dio possedeva: un attributo essenziale del sacerdote, dell’oracolo, della Pizia, un segno di consacrazione della persona e della vittima sacrificale. Le bende fungevano da simbolo di morte e di rinascita.

La dea Nüwa dall’aspetto pesciforme

Nüwa nel pantheon orientale è divinità femminile. Il suo aspetto è descritto a metà tra l’essere umano, di cui conserva la testa e la parte superiore del corpo, e l’animale, con la metà inferiore dalle sembianze di pesce, drago o serpente. Secondo la tradizione è lei a inventare la musica, la tecnica per suonare il flauto, ed a creare gli uomini dall’argilla. La tradizione attribuisce a Nüwa l’origine del matrimonio. Era immaginata come sorella di Fu Xi, ed era uno dei tre Augusti che, secondo la tradizione, governavano in Cina agli albori, in un periodo che andrebbe dal 2850 al 2205 a.C., periodo all’interno del quale la Bibbia colloca il diluvio. Il terzo Augusto aveva il nome di Shennong, dio dell’agricoltura, che rappresenterebbe Noè, vissuto, in base alla cronologia biblica, tra il 2970 e il 2020 a.C.; il 2370 sarebbe l’anno del diluvio.

Sia Fuxi che Nüwa sono il dio e la dea, fratello e sorella, a cui si attribuisce in Cina la discendenza dell’umanità in seguito al catastrofico diluvio. I Tre Augusti rappresentano uno dei basilari miti fondativi della civiltà cinese. Gli storici ritengono che queste figure mitiche siano il risultato di un processo durato secoli, che vide la fusione tra personaggi mitologici e personaggi storici reali, come illustri capostipiti e fondatori di antichi regni. I titoli huáng e , abitualmente tradotti in italiano come “augusto” e “imperatore”, erano probabilmente usati in origine solo in riferimento a delle divinità. Secondo la mitologia, i tre augusti, noti anche come tre sovrani, erano semi-dei o re divini che usavano i loro poteri soprannaturali per favorire la prosperità del loro popolo. Per le loro caratteristiche sovrumane vivevano fino ad età leggendarie e amministravano periodi di pace.

La fiaba della Sirenetta

Andersen racconta che lei era la più bella tra tutte le sorelle, dalla pelle chiara e delicata come un petalo di rosa, gli occhi azzurri come un lago profondo; ma come tutte le sorelle non aveva piedi, il corpo terminava con una coda di pesce. Finalmente compì quindici anni. «Adesso sei grande anche tu!» disse la nonna. «Vieni! Lascia che ti adorni, come le tue sorelle» e le mise una coroncina di gigli bianchi sui capelli, ma ogni petalo di fiore era formato da mezza perla; poi la vecchia fissò sulla coda della principessa otto grosse ostriche, per mostrare il suo alto casato. «Ma fa male!» disse la sirenetta. «Bisogna pur soffrire un po’ per essere belli!» rispose la vecchia. Innamorata di un principe appena intravisto sulla superficie del mare cercherà i consigli di una perfida strega per conquistarlo. Attraversò peripezie tremende per raggiungerla nell’orribile casa.

«So bene che cosa vuoi!» disse la strega «sei proprio ammattita! comunque il tuo desiderio verrà soddisfatto, perché ti porterà sventura, mia bella principessa! Vuoi liberarti della tua coda di pesce e ottenere in cambio due sostegni per camminare come gli uomini, così che il giovane principe si innamori di te e tu possa ottenere un’anima immortale!» la tua coda si dividerà e si trasformerà in ciò che gli uomini chiamano gambe. Soffrirai come se una spada affilata ti trapassasse. Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana mai vista! Conserverai la tua aggraziata andatura, nessuna ballerina sarà migliore di te, ma a ogni passo che farai, sarà come se camminassi su un coltello appuntito, e il tuo sangue scorrerà. Se vuoi soffrire tutto questo, ti aiuterò!» «Sì» esclamò la principessa con voce tremante, pensando al principe, e all’anima immortale.

Una lunga, dolorosa tortura

La strega poi volle la sua ricompensa. Le disse: «Non è poco quello che pretendo. Tu possiedi la voce più bella tra tutti gli abitanti del mare, e credi con quella di poterlo sedurre; ma la voce la devi dare a me. Io voglio ciò che tu di meglio possiedi! «Se mi prendi la voce» chiese la sirenetta «che cosa mi resta?» «La tua splendida persona, la tua armoniosa andatura e i tuoi occhi espressivi, con questo riuscirai certo a conquistare il cuore di un uomo. Allora! hai perso il coraggio? Tira fuori la lingua così te la taglio; è il pagamento per quella potente bevanda!» La sirenetta bevve allora il filtro infuocato, e subito fu come se una spada a due lame le trafiggesse il corpo delicato; svenne e rimase distesa come morta.

Quando il sole spuntò all’orizzonte, si svegliò e sentì un dolore lancinante, ma proprio davanti a lei stava il giovane principe. A ogni passo le sembrava, come la strega le aveva detto, di camminare su punte taglienti e su coltelli affilati, ma sopportò tutto volentieri, e tenendo il principe per mano salì le scale leggera. Al ballo lei continuò a danzare, anche se ogni volta che i piedi toccavano terra, era come toccassero coltelli affilati. Quando al castello di notte gli altri dormivano, lei andava alla scalinata di marmo e si rinfrescava i piedi doloranti immergendoli nell’acqua fresca del mare. Ogni giorno il principe le voleva più bene, la amava come si può amare una cara sorella, ma non pensava certo di renderla regina; eppure lei doveva diventare sua moglie, altrimenti non avrebbe mai ottenuto un’anima immortale, e al mattino successivo al matrimonio del principe con un’altra sarebbe diventata schiuma.

Tristissimo destino

Il principe le disse: «Tu assomigli tanto a una fanciulla che vidi una volta. Ero su una nave che affondava, le onde mi trascinarono a riva vicino a un tempio dove servivano molte fanciulle; la più giovane mi trovò sulla spiaggia e mi salvò la vita, la vidi solo due volte; è l’unica persona che potrei amare in questo mondo, e tu le assomigli, e hai quasi sostituito la sua immagine nel mio animo. Lei appartiene al tempio e per questo la mia buona sorte ti ha mandato da me; non ci separeremo mai.» Un giorno si venne a sapere che il principe si doveva sposare con un’altra. Il principe sarebbe andato a visitare il regno vicino. Il principe poi le disse: «La cosa più bella, che non avevo mai osato sperare, è avvenuta! Rallegrati con me, tu che mi vuoi così bene tra tutti!»

La sirenetta gli baciò la mano, ma sentì che il suo cuore si spezzava. Il mattino dopo le nozze sarebbe morta, trasformata in schiuma del mare. La sirenetta, vestita di seta e d’oro, reggeva lo strascico della sposa, ma le sue orecchie non sentivano quella musica gioiosa perché pensava alla sua morte e a tutto quel che avrebbe perso nel mondo. Sapeva che quella era l’ultima sera in cui vedeva colui per il quale aveva lasciato la sua gente e la sua casa, per il quale aveva rinunciato alla sua bella voce, per il quale aveva sofferto ogni giorno tormenti senza fine, che lui neppure poteva immaginare. Così si concludeva un lungo calvario in un epilogo di disillusa sofferenza. Triste destino essere donna. La fiaba di Andersen lo illustra perfettamente. Anche nel romanzo dei Cigni selvatici, la nonna di Jung Chang viveva infelice la sua vita dimenticata di concubina.

La fiaba di Cenerentola

Anche Cenerentola è protagonista di molti racconti, che hanno tramandato il mito della ragazza docile, maltrattata e ubbidiente che riesce ad avere la meglio sui suoi nemici e ad elevarsi dal suo status sociale. È un mito che sembra avere origini decisamente lontane dal continente europeo. Cenerentola compariva già nell’antica fiaba di Rodopi, una schiava messa al servizio di un ricco signore in Egitto. Trattata male dalle altre schiave invidiose, Rodopi è sempre più isolata. E anche il dono che il suo padrone le fa, un paio di pantofole di oro rosso, non fa che isolarla di più. Cenerentola compare in oltre trecento varianti in numerose tradizioni popolari. Questa fiaba, come spesso succede, è presente in tradizioni popolari molto distanti e apparentemente non comunicanti, tanto che la ritroviamo in Cina nella storia di Yeh-Shen, altrimenti detta Ye Xian, raccontata da Tuan Ch’ing-Shih.

Fra gli elementi della fiaba che derivano dalla versione di Ch’ing-Shih c’è quello dei piedi minuti della protagonista. In effetti la versione cinese enfatizzava il fatto che Yen-Shen avesse “i piedi più piccoli del regno”. Yen-Shen era la figlia di un sapiente che aveva due mogli. Quando la madre e il padre morirono, fu costretta a diventare serva dell’altra moglie del padre, la matrigna, e di sua figlia. Malgrado vivesse una vita oppressa dai lavori domestici, trovava sollievo potendo stringere un bellissimo pesce che viveva nello stagno. Il pesce era la reincarnazione della madre, che si prendeva cura di lei. Arrabbiata per il fatto che Ye Xian fosse felice nonostante le avversità, la matrigna uccise il pesce e lo servì per pranzo a sé e alla figlia. Ye Xian ne fu ovviamente devastata.

La fiaba di Ye Xian

Lo Spirito della Madre non tardò a ritornare dicendo di seppellire le lische del pesce in vasi di ceramica posti agli angoli del letto. Nei giorni successivi ebbe luogo la festa locale di primavera, che costituiva l’occasione in cui le giovinette avevano modo di venire a contatto con i loro potenziali spasimanti. Non volendo rovinare le probabilità della propria figlia, la matrigna di Ye Xian obbligò la figliastra a rimanere a casa per pulirla. Dopo che la matrigna e la sorellastra furono partite per la festa, Ye Xian fu visitata ancora dallo spirito di sua madre. La madre le disse di cercare nei vasi che contenevano le lische dei pesci. Fatto questo Ye Xian trovò vestiti molto fini, ed un mantello di piume di martin pescatore, dei gioielli e un paio di sandali dorati per andare alla festa. Ye Xian si divertì finché dovette precipitosamente fuggire.

Ma fuggendo, perse accidentalmente un sandalo dorato. Quando la matrigna e la sorellastra rientrarono, fecero cenno ad una misteriosa fanciulla che si era presentata alla festa. Non sapevano di stare parlando di Ye Xian. Il sandalo dorato giunse nelle mani del re di un regno vicino. Affascinato dal sandalo di così piccole dimensioni, il re emise un bando per ricercare la ragazza. Proclamò che colei che fosse riuscita a calzare il sandalo sarebbe diventata sua sposa. Il sandalo fu portato infine alla casa-caverna di Ye Xian, e sia la sorellastra che la matrigna tentarono la prova ma senza successo. Il sandalo invece risultò coincidere perfettamente con la misura del piede di Ye Xian. Ye Xian dimostrò a quel punto la verità indossando i vestiti che aveva alla festa insieme all’altro sandalo dorato. Il re, affascinato dalla bellezza di Ye Xian, affermò che l’avrebbe sposata.

La fiaba di Rodopi

Rodopi, bellissima schiava tracia, è a servizio di un signore egiziano. Sebbene gentile con lei, il padrone di casa, che passa molto del proprio tempo a dormire, è completamente ignaro dei maltrattamenti che è costretta a subire dalle altre schiave. Un giorno, dopo averla sorpresa a danzare in solitudine, il padrone le dona un paio di pantofole di oro rosso con il risultato di inasprire ancor più la situazione. Un giorno, il Faraone Amasis invita il popolo d’Egitto ad un’imponente celebrazione da lui offerta in Menfi. Le altre schiave impediscono la partecipazione di Rodopi, ordinandole di completare una lunga lista di lavori. Mentre Rodopi è al fiume a fare il bucato mette ad asciugare al sole le proprie pantofole appena lavate. Allora appare improvvisamente Horus che, sotto le sembianze di un falcone, si abbatte in picchiata su di lei, rubandogliene una.

Poi vola fino a Menfi dove lascia cadere la calzatura in grembo al Faraone, il quale, interpretato l’evento come un segno da Horus, decreta che tutte le fanciulle del regno debbano provare la pantofola perché lui sposerà quella che riuscirà a calzarla. La lunga ricerca del Faraone, rivelatasi fino ad allora inutile, lo conduce infine nella casa di Rodopi: la schiava, vista arrivare l’imbarcazione reale, cerca invano di nascondersi ma non riesce a sfuggire alla vista del Faraone che la prega di provare la calzatura. Dopo essere riuscita a calzarla perfettamente, la giovane tira fuori l’altra pantofola e il Faraone la prende con sé per sposarla.

Cenerentola uccide la matrigna

Cenerentola, uno dei grandi classici della fiaba e della tradizione orale mondiale, viene talvolta vista come una macabra storia di mutilazione e morte. La funzione pedagogica che le viene attribuita è quella dell’abnegazione e del sacrificio della donna che vuole diventare principessa. Questo accade quando la più alta felicità viene associata allo status sociale del matrimonio. Per diventare Cenerentola bisogna superare grandi prove. Questa fiaba come quella di Biancaneve fu ampiamente rimaneggiata per essere accettata nel raffinato mondo della corte e dal grande pubblico. Nell’intreccio originale il padre non è morto, ma vivo e connivente con la matrigna. Nella versione italiana del Basile la maestra sarta consiglia Cenerentola di decapitare la brutta matrigna sotto il coperchio della cassapanca. Ciò fatto, la maestra diventa la nuova matrigna che la maltratta. Notiamo che in questa reiterata trasformazione della madre in matrigna prenda forma uno spirito di malcelata vendetta.

Nel mondo moderno, cui oramai Basile appartiene, chiunque rifiuterebbe di considerare madre una donna che sottopone la figlia a indicibile tortura in nome del rispetto incondizionato delle convenzioni. Anche le due sorelle di Cenerentola vorrebbero poter indossare la scarpetta e sono disposte a tagliarsi le dita dei piedi e il tallone per sposare il nobile principe. Nella tradizione orale tedesca le due sorelle, come accade in una certa versione alla matrigna di Biancaneve, sono perfino condannate a danzare allo sfinimento indossando un paio di scarpe di ferro arroventate. Nell’antichità il senso era inteso diversamente. L’unico amico di Ye Shen è un pesce, ucciso e cucinato dalla matrigna. Questo dettaglio permette di collegare la pratica del loto d’oro al mito ancestrale della dea Nüwa dall’aspetto pisciforme spostando la storia nell’ambito mitologico che sempre appartiene alle fiabe. Anche la storia di Rodopi si collega col mito di Horus, antica divinità solare.

Le storie modellate sulla fiaba di Cenerentola

Nel mondo ci sono più di 700 racconti sul modello de la fiaba di Cenerentola. Una delle caratteristiche di questo genere di racconto è che la madre della protagonista è morta e il padre se non è morto, svolge comunque un ruolo marginale. In Yeh-Shen la madre morta ed il pesce svolgono specifici ruoli religiosi in relazione alle credenze locali. Erano popoli che praticavano culti animistici ancestrali. Ciò significava credere in innumerevoli esseri spirituali capaci di sostenere o danneggiare gli umani. Così possiamo affermare che il pesce di Yeh-Shen, così come l’albero di datteri che cresce sulla tomba della mamma di Cenerentola, sono dotati di un potere spirituale e svolgono il ruolo di aiutante fatato come avviene in tantissime fiabe. Lo spirito della madre le dice di seppellire le lische del pesce in vasi ai quattro angoli del letto ed inginocchiarsi per esprimere i desideri del suo cuore.

In questo modo il pesce si eleva all’altezza di una divinità a cui chiedere qualsiasi cosa di cui si abbia bisogno. Nel racconto lo spirito appare con i capelli fluenti sulle spalle, caratteristica che lo collega al mondo degli sciamani. Queste figure svolsero un ruolo significativo anche nella religione cinese. Ovunque fungevano da guida nelle cerimonie religiose ed erano di solito associate al potere regale e sacerdotale. Questo aiuto-danneggiamento proveniente dal mondo spirituale è tipico della cultura arcaica quando un’umanità ancora giovane necessita di una continua guida pratica nelle attività della vita. Questo aspetto spirituale è ben illustrato nel libro di Julian Jaynes Il crollo della mente bicamerale. Questa relazione con il mondo dello spirito è ben illustrata anche negli abiti indossati da Yeh-Shen in occasione della festa di primavera. Ye-Shen viene vestita con un abito celeste ed un mantello adorno con le piume azzurre del martin pescatore.

La fiaba con le scarpette di pelliccia

Le scarpette di Cenerentola non furono sempre di cristallo trasparente. Potevano essere d’oro, d’argento, di velluto rosso ricamato con fili d’oro e comunque dei colori degli astri e del sole. Honoré de Balzac in un suo racconto propone l’idea che le scarpette fossero delle pantofole di pelo di “vair”, che nella pronuncia è omofono al termine “verre” (vetro), ma che rimanda ad uno scoiattolo dal mantello grigio sul dorso e bianco sul ventre, la cui pelliccia in passato era riservata ai re e agli alti dignitari. Ancora una volta questo dettaglio ci rimanda alle zampe della volpe che si fasciava le zampe quando si trasformava nell’imperatrice Sheng, o a fiabe sul genere di Pelle d’asino. In passato per indicare le fiabe si usava l’espressione “racconti di Pelle d’Asino”. Questa era infatti considerata la fiaba delle fiabe, per la grande quantità di simboli in essa presenti.

Pelle d’Asino è fiaba popolare presente in molti luoghi in Europa. È una delle varianti della fiaba di Cenerentola: una versione più primitiva, in quanto conserva un motivo che nel passaggio dall’oralità alla redazione scritta è quasi sempre stato epurato, ovvero quello dell’incesto. È la storia di una fanciulla figlia di re, che il padre vedovo desidera prendere in sposa. La ragazza è determinata a sottrarsi alla volontà paterna e, consigliata dalla madrina, chiede doni di fidanzamento impossibili, certa che lui non riuscirà a procurarli: prima un abito d’oro come il sole, poi uno d’argento come la luna, infine uno lucente come le stelle o del colore del tempo. Infine chiede un ultimo dono, la pelle conciata di un asino magico, che defeca monete d’oro. Anche questa volta, incredibilmente, il re accontenta la figlia. Alla ragazza non resta che fuggire.

Edipo

Il mondo delle fiabe è sempre interconnesso con quello reale. Nella Tragedia Greca e nelle Sacre Scritture il piede e il calzare svolgono un ruolo interessante. Anche Edipo ebbe un piede malsano. Il re di Tebe afflitto dalla mancanza d’eredi consultò l’oracolo a Delfi. Gli spiegò che suo figlio l’avrebbe ucciso sposando la madre. Laio ripudiò allora la moglie ma Giocasta, ubriacandolo, giacque con lui un’ultima notte. Quando, nove mesi dopo, la donna partorì un bambino, per evitare il compimento dell’oracolo, Laio gli fece forare le caviglie. Vi fece passare una cinghia e lo fece “esporre” da un servo. Il piccolo venne poi trovato da un pastore che lo portò dalla moglie del re di Corinto. Lì il bimbo crebbe credendo di essere figlio del re. Al bambino venne dato il nome Edipo, che in greco vuol dire “piede gonfio”.

Che relazione potrebbe sussistere tra il piede fasciato delle donne cinesi ed i piedi di Edipo? Si tratta in tutti i casi di regole inerenti alla morale sessuale. Erano leggi severissime contro l’incesto, che, se infrante, portano ad una serie di tragiche conseguenze. La pratica del loto d’oro era intesa a garantire ai regnanti, nei palazzi reali, la castità delle donne. Volevano la certezza assoluta che l’erede al trono fosse legittimo. L’omosessualità poteva essere ben vista purché la moralità della moglie di Cesare fosse sempre al di sopra di qualsiasi possibile sospetto. Curiosamente abbastanza in Cina omosessuale si dice anche 玻璃 Bōlí che significa vetro, cristallo. Come il materiale della scarpetta di Cenerentola. Nell’antichità si accettava l’omosessualità come un sistema per convogliare la libido sessuale maschile fuori dal pericoloso mondo delle donne, nubili o sposate.

La vedova che non si doveva risposare

In Cina il destino delle donne vedove senza figli era quello di ritirarsi come monache in un monastero buddista. In generale le donne dovevano rispettare i 3 doveri dell’ubbidienza e le 4 virtù. L’obbedienza era dovuta al padre ai fratelli, al marito e ai figli qualora la donna fosse stata vedova. Le donne dovevano conoscere e rispettare il proprio posto nel mondo, curare il proprio aspetto per piacere al marito, parlare poco e dedicarsi alle faccende domestiche. Queste erano le quattro virtù he facevano di una donna la moglie ideale. Passando ad un altro contesto nell’antico testamento la situazione della vedova era simile. Per cui, solo se nel momento in cui il marito era morto senza figli, al cognato della donna era concesso di prenderla in moglie. Solo in questo caso la relazione di un uomo con la cognata non era considerata incestuosa.

Questo risulta evidente da alcune scritture: Lev 18:6,16: ‘Non vi dovete avvicinare, nessun uomo di voi, ad alcun suo stretto parente carnale per scoprirne la nudità.’ ‘Non devi scoprire la nudità della moglie di tuo fratello.” Lev 20:21 ribadisce: “E nel caso che un uomo prenda la moglie di suo fratello, è qualcosa di orrendo. Egli ha scoperto la nudità di suo fratello. Devono rimanere senza figli.” L’unica deroga a questa legge era contenuta in Deuteronomio 25:5-6 “Nel caso che dei fratelli dimorino insieme e uno di loro sia morto senza avere figli, la moglie del morto non deve divenire di un uomo estraneo di fuori. Suo cognato vada da lei, e la deve prendere in moglie e compiere con lei il matrimonio del cognato. E deve avvenire che il primogenito che essa partorisce deve succedere al nome del fratello morto perché il suo nome non sia cancellato da Israele.”

Togliere il sandalo a un uomo

 A ben riflettere si comprende come anche in Israele il piede ed il relativo sandalo rivestissero un ruolo implicitamente sessuale. In Cina indossare la scarpetta significava mettersi al riparo da un’accusa di promiscuità sessuale. Anche per l’israelita il sandalo rappresentava un diritto in deroga rispetto alla legge sull’incesto. L’unico caso in cui un uomo poteva legittimamente possedere la vedova del fratello era nel caso in cui l’uomo fosse morto senza erede. Anche Giacobbe era divenuto zoppo in seguito alla lotta con l’angelo. Lo zoppicamento nelle Scritture era sintomo di devianza religiosa. (1Re 18:21) “In quel giorno certamente raccoglierò colei che zoppicava; e certamente radunerò colei che era dispersa, quella che ho trattato male. E certamente farò di colei che zoppicava un rimanente, e di colei che era rimossa lontano una nazione potente; Geova regnerà realmente sopra di loro sul monte Sion, da ora in poi a tempo indefinito.” (Michea 4:6-7)

“Ora se l’uomo non prova diletto nel prendere la vedova di suo fratello, la vedova di suo fratello deve salire alla porta dagli anziani e dire: ‘Il fratello di mio marito si è rifiutato di conservare in Israele il nome di suo fratello. Non ha acconsentito a compiere con me il matrimonio del cognato’. E gli anziani della città devono chiamarlo e parlargli. Egli deve presentarsi e dire: ‘Non ho provato diletto nel prenderla’. Allora la vedova di suo fratello gli si deve accostare davanti agli occhi degli anziani e gli deve togliere il sandalo dal piede e gli deve sputare in faccia e deve rispondere e dire: ‘In questo modo si deve fare all’uomo che non edifica la casa di suo fratello’. E in Israele gli si deve dar nome ‘La casa di colui al quale fu tolto il sandalo’. (Deut 25:7-10)

Contaminata l’adorazione

Di Giacobbe in Genesi si legge: “Il sole cominciò a rifulgere su di lui appena passò vicino a Penuel [faccia di Dio], ma zoppicava sulla coscia. È per questo che i figli d’Israele non sono abituati a mangiare il tendine del nervo della coscia, che è sulla cavità della giuntura della coscia, fino a questo giorno, perché egli toccò la cavità della giuntura della coscia di Giacobbe presso il tendine del nervo della coscia.” (Ge 32:31-32) La descrizione di questa lotta lascia intravvedere una contaminazione di tipo solare.

Le leggi di origine totemistica che qua e là trapelano anche nelle Scritture (Cfr. De 28:56 a proposito di colei che “non provò mai a posare per terra la pianta del piede”) furono il risultato di un allontanamento dalle indicazioni divine circa l’obbligo di mantenere il popolo incontaminato dalle infiltrazioni idolatriche conseguenti a matrimoni misti con altri popoli. Agli albori della storia d’Israele il matrimonio doveva essere di tipo endogamico. Abramo, Isacco e Giacobbe sposarono delle sorellastre o cugine.

Dai miti e dai racconti di tutto il mondo si evince una storia globale e profondamente intrecciata. Il mancato rispetto della legge divina portò con sé idolatria, immoralità, violenza, e forme di dolorosa prevaricazione tra i sessi. Come risultato si ebbero menomazioni fisiche di vario genere come l’evirazione degli eunuchi, l’infibulazione o mutilazione genitale delle donne e moltissime altre pratiche di origine tribale totemica come la trasformazione del collo delle Donne Giraffa. L’allungamento del collo viene eseguito attraverso l’uso di anelli metallici che vengono gradualmente aggiunti al collo della donna fin dalla giovane età. Anche questa pratica, sebbene dolorosa e talvolta mortale, viene vista come un segno di bellezza e prestigio ed è proposta come una forma di distinzione sociale, come un modo per le donne di attrarre un marito e di garantirsi una posizione più sicura e di maggior prestigio nella società.

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