Dopo la morte

Ghiandola pineale e rischio oncologico

Cosa succede dopo la morte? Se lo chiede anche Amleto nel famoso soliloquio in cui considera l’eventualità di farla finita: “Morire, dormire; dormire forse sognare, ahi, questo è l’inghippo! Perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire, una volta deposto questo groviglio mortale, deve farci riflettere…” Di nuovo, nell’ultimo dramma shakespeariano, La Tempesta, Prospero, riflettendo sul tema del sonno e del sogno, osserva: “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno”. In Shakespeare la riflessione sulla morte è ricorrente. Anche nella Bibbia questo tema affiora assai spesso. Gesù paragonò più volte la morte al sonno. Così, a proposito di una bambina appena morta, egli disse: “Perché fate tanto strepito e piangete? La fanciulla non è morta, ma dorme”. (Marco 5:39)  

In Giovanni 11:11-14 si legge: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto». In Ecclesiaste 12:7 scopriamo che alla morte “La polvere torna alla terra proprio come era e lo spirito stesso torna a Dio che l’ha dato”. Effettivamente, se lo spirito torna a Dio, ci possiamo chiedere con quali prospettive. Lo spirito nell’uomo l’ha messo Dio, è divino, quindi incorruttibile. Una volta creato, esso non smette di esistere neanche quando si corrompe il corpo di cui era partecipe. Nell’ora della morte, lo spirito si allontana dal corpo e continua ad esistere da qualche altra parte, per conto suo. Però, è chiaro che il suo modo di esistere dopo la morte sarà diverso di quello che fu prima della morte. Ciò che cambia è il modo di essere, di esistere. È molto difficile, anzi è impossibile, immaginare quale sia la vita dello spirito dopo la morte. Per cercare almeno qualche barlume di risposta bisogna capire meglio che cosa significa la parola “spirito”. Così esamineremo il termine alla luce di alcuni passi scritturali, incominciando da Genesi 2:7.

Neshamah e Ruach per capire cosa c’è dopo la morte

“Allora YHWH Elohim formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente.” Neshamah è l’ebraico che viene usato per indicare “l’alito di vita”. Anche in altri passi il termine spirito viene inteso come “alito, spirito vitale” e corrisponde esattamente ad un altro termine ebraico, ruàch. Ad esempio in 2 Tim 3:16 ci viene detto che tutta la Scrittura è ispirata, “soffiata da Dio”, theopneustos. Anche Adamo divenne, in maniera del tutto particolare, θεόπνευστος, divinamente infuso, abitato dallo spirito. In diversi versetti infatti neshamah e ruach sono messi in parallelo, come per esempio in Isaia 42:5 dove si legge: “Questo è ciò che ha detto Dio, Geova … Colui che stende la terra, Colui che dà alito (neshamah) al popolo su di essa, e spirito (ruach) a quelli che vi camminano.”

Lo stesso parallelismo ricorre in Giobbe 34:14 dove leggiamo: “Se egli rivolge il cuore a qualcuno, ne raccoglie a sé lo spirito (ruach) e il respiro (neshamah), Ogni carne spirerà insieme, E l’uomo terreno stesso tornerà alla medesima polvere”. La medesima costruzione si riscontra in Giobbe 33:4 che dichiara: “Lo stesso spirito (ruach) di Dio mi ha fatto, E lo stesso alito (neshamah) dell’Onnipotente mi dava vita.” Potremmo continuare con tutta una serie di citazioni simili dal libro di Giobbe. Il v. 32:8, per esempio, dichiara: “Ma è lo spirito (ruach) che è nell’uomo, è il soffio (neshamah) dell’Onnipotente che lo fa intelligente.” E il 27:3 “Mentre il mio alito (neshamah) è ancora tutto dentro di me, E lo spirito (ruach) di Dio è nelle mie narici…” Per ultimo infine in 4:9 si legge: “Periscono mediante l’alito (neshamah) di Dio, E pervengono alla fine mediante lo spirito (ruach) della sua ira.”

Adamo divenne anima vivente

Adamo, a partire dalla polvere, divenne anima vivente grazie allo spirito, il respiro che Dio soffiava in lui. Nella prima lettera ai Tessalonicesi, 5:23, Paolo, salutando i fratelli, scrive: “Ora il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile, per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.” Nel testo greco leggiamo: τὸ πνεῦμα καὶ ἡ ψυχὴ καὶ τὸ σῶμα. Se ne deduce che l’intero nostro essere è composto di questi tre elementi: spirito, anima e corpo. Ora cosa sia il corpo lo sappiamo tutti. Però ci dobbiamo chiedere cosa distingua lo spirito dall’anima, lo pneuma dalla psiche. Ciò che noi fin qui sappiamo è che l’anima muore, mentre lo spirito torna a Dio che l’ha dato. Infatti Ezechiele 18:4 legge: “L’anima che pecca morirà”.

Afferrare questi concetti non è semplice, anche perché il passaggio dall’ebraico al greco, da nephesh a psiche potrebbe sviarci. Ed ecco il perché. La parola anima è giunta a noi tramite la filosofia greca antica e questo complica notevolmente il problema. È l’idea che l’anima sia un’essenza non fisica, immortale della persona, contenuta e intrappolata nel corpo, e che viene rilasciata alla morte. Questa nozione è completamente estranea all’ebraico biblico. Nelle scritture ebraiche nephesh non significa questo. Il significato più semplice di nephesh è gola, cioè l’organo del mangiare, del bere e del respirare. Tuttavia gola non è l’unico significato di nephesh. Nephesh può essere usato per riferirsi alla propria persona. Nelle prime pagine della Bibbia sia gli uomini che gli animali sono chiamati nephesh hayyâ, cioè anime viventi. Se il respiro vitale ha lasciato un uomo o un animale la nephesh rimane. Si tratta allora di una nephesh morta, un cadavere. (Cfr Mt 10:28; Riv 16:3)

Nephesh usato in sostituzione del pronome personale “io”

 La nephesh significa la totalità dell’uomo, il suo “io”, vale a dire la fonte delle sue attività vitali, l’essere tutto intero, in quanto vivente e mosso dall’affettività. Nella Bibbia gli esseri umani non hanno una nephesh, ma sono essi stessi una nephesh, essere umano vivente, che respira. La maggior parte delle persone presume che l’anima sia la parte che sopravvive al corpo dopo la morte. Però gli autori biblici pur avendo un concetto di esistenza dopo la morte in attesa di risurrezione, ne parlano raramente. E quando lo fanno non usano la parola nephesh. Quindi anche se nephesh è spesso tradotto come anima, la parola ebraica si riferisce all’intero essere umano come essere vivente. Ecco perché nella Bibbia le persone usano questo termine per riferirsi a se stesse, come nel Salmo 119:175 che legge: “La mia nephesh continui a vivere e a lodarti”, che la maggior parte delle traduzioni rendono sul modello della Cei “Possa io vivere e darti lode”.

 Nel Cantico dei Cantici la Sulamita si riferisce all’amato come a “Colui che la mia anima ama”. L’amore non è solo un’esperienza mentale ma fisica ed emotiva. Coinvolge tutto il tuo essere, tutta la tua nephesh. L’espressione “la mia nephesh” equivale al pronome personale della prima persona singolare. Nel Salmo 42:1-2 leggiamo “Come la cerva desidera i corsi d’acqua, così la mia nephesh anela a te, o Dio. La mia nephesh è assetata di Dio, del Dio vivente; quando verrò e comparirò in presenza di Dio?” quindi tutto il mio essere fisico desidera comparire alla presenza di Dio. Perciò amare Dio con tutto la tua nephesh significa amarlo con tutto te stesso, dedicare a lui l’intero corpo e l’intera persona, con tutte le tue capacità, pensieri, emozioni, sentimenti. (De 6:5; Cfr. Lu 10:27) La parola nephesh si riferisce al lato fisico, corporeo degli esseri viventi, uomini e animali. I vermi e le piante, per esempio non sono considerati nephesh.

Il dualismo fisico-spirituale dell’essere

 Il primo significato del termine nephesh è alito di vita, il soffio che passa nelle narici degli esseri viventi che per estensione significa vita e persona. In Genesi 2:7 leggiamo che Adamo divenne anima vivente. Se da un lato l’anima muore come corpo e come cervello, in quanto entità pensante, essendo l’essere vivente anche compenetrato di neshamah ovvero ruach, c’è in ognuno di noi un lato immateriale che porta in sé personalità e coscienza, una scintilla divina. Giobbe ci fa comprendere il dualismo fisico-spirituale dell’essere laddove in 7:11 legge: “Parlerò nell’angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell’amarezza della mia anima”. Questo medesimo dualismo è ben espresso in Giobbe 12:10 dove le parole ruach e nephesh sono messe in parallelo: “Egli ha nelle sue mani la vita (nephesh) di ogni cosa vivente e lo spirito (ruach) di ogni essere umano”. Si può anche notare la distinzione tra la nephesh che appartiene ad ognuna delle cose viventi e il ruach che caratterizza specialmente l’essere umano. In Ebrei 4:12 si parla della “divisione fra anima e spirito” di psukè kai pneumatos come entità distinte.

Il corpo, ebraico bâśâr, tradotto dalla LXX con la parola sárx oppure sôma, è la carne dei viventi in cui si manifesta la loro nephesh. In effetti, la nephesh viene percepita attraverso il bâśâr. L’attività della nephesh si concentra e si esprime nei diversi organi corporali. Tra questi organi, i più rilevanti sono il cuore (leb), quale principio dell’interiorità, sede del pensiero e della volontà, le viscere (raḥamîm), sede dell’affettività emozionale, i reni (kelajôt), sede degli affetti, delle passioni, degli impulsi… Per mezzo dell’azione di questa o quella parte del corpo si esprime l’azione vitale dell’uomo nella sua totalità: «Il mio cuore si rallegra in Jahvè» (1 Sam 2:1).

La nephesh muore ma lo spirito è incorruttibile

Nephesh e bâśâr sono aspetti «intrinseci» della persona umana. Però, essi ricevono la loro consistenza da un elemento “estrinseco”: il ruach. Questa è la forza vitale venuta dall’alto che mantiene in piedi l’essere vivente. «Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita (neshamah) e l’uomo diviene un essere vivente (nephesh hayyâ)» (Ge 2:7). Ruach (tradotto in greco con la parola pneuma) è il soffio, il vento, lo spirito di Dio che manifesta la sua infinita potenza vitale. Mediante il suo ruach, Dio fa partecipare l’uomo alla propria energia. «Allora il Signore disse: ‘Il mio spirito (ruach) non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne (bâśâr) e la sua vita sarà di centoventi anni» (Ge 6:3). La vita dell’uomo dipende dunque dalla sua relazione con Dio, tramite lo spirito, rûach. “Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro (ruach): muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito (ruach), sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Sal 104:29-30)

In quanto allo spirito, esso non muore. Riguardo alla morte dell’individuo, in Ecc 7:12 si legge: “E la polvere ritorni alla terra com’era prima e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.” Quindi alla morte anima e spirito seguono un diverso percorso. E riguardo alla psiche cosa succede?  Ecclesiaste 9:4-6 legge: “Finché uno è unito a tutti gli altri viventi c’è speranza, perché un cane vivo è meglio di un leone morto. I viventi infatti sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; per loro non c’è più alcuna ricompensa, perché la loro memoria è dimenticata. Anche il loro amore, il loro odio e la loro invidia sono ormai periti, ed essi non avranno mai più alcuna parte in tutto ciò che si fa sotto il sole.” Ne dedurremmo che la psiche, in quanto sede dell’intelligenza, del pensiero, di emozioni e sentimenti, in quanto mente razionale e pensante, smette di funzionare alla morte.

Psiche

La psiche, in psicologia, è l’insieme di quelle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell’individuo che esulano dalla sua dimensione corporea e materiale. L’etimologia del termine (dal greco ψυχή, psychè, connesso con ψύχω, “respirare, soffiare”) si riconduce all’idea del “soffio”, cioè del respiro vitale; presso i Greci designava l’anima, in quanto originariamente identificata con quel respiro. Il latino per psiche è anima, derivazione da anemos, vento. Si comprende qui che il termine greco psiche unifica in sè il concetto di spirito, pneuma o ruach. Metaforicamente la parola psiche fa riferimento a un’astrazione concettuale, che include al suo interno componenti diverse, quali facoltà cognitive, intellettive e razionali come la coscienza, ma anche fattori irrazionali come la tensione spirituale, quella istintuale e la dimensione del profondo (inconscio). Con il termine mente si identificano invece le sole funzioni superiori cognitive con esclusione della dimensione istintuale e inconscia del profondo.

Il termine “psiche” nasce nell’antica poesia greca e Omero la vede come qualcosa che caratterizza ogni singolo individuo e che abbandona il corpo, fuoriuscendo dalla bocca, oppure da una grave ferita, nel momento della morte. (Cfr. Le 17:11,14, l’anima è nel sangue) In quanto “soffio vitale”, cioè anemos, è stato poi quasi automatico tradurlo con anima nella tradizione filosofica posteriore. Si noti che invece in Ecclesiaste 12:7 ciò che esce dal corpo alla sua morte è chiamato spirito, ruach. In questo modo psiche e ruach vengono a coincidere. Questo è un passaggio essenziale per poter capire il post-mortem. Se per gli antichi greci la ψυχή era originariamente l’anima ed il “respiro vitale”, nel corso del tempo col medesimo termine psiche ci si è altresì riferiti a tre concetti distinti, a seconda dell’ambito di considerazione: 1) psiche come essenza spirituale (Cfr Ri 6:9 dove il riferimento è alle anime dei martiri, quindi dei morti, viste sotto l’altare); 2) psiche come insieme delle facoltà mentali; 3) psiche come complesso di funzioni non corporee, quale oggetto di studio della psicologia.

Un concetto del tutto nuovo: Anima in quanto Spirito

La complessità del termine psiche come utilizzato nel Nuovo Testamento affiora in modo prepotente in Mt 10:28 dove si esprime un chiaro concetto, e cioè che solo Dio può distruggere la psiche. “E non abbiate timore di quelli che uccidono (ἀποκτείνω) il corpo ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può distruggere (ἀπόλλυμι) sia l’anima che il corpo nella Geenna.” Quindi psiche nelle Scritture greche non equivale esattamente alla nephesh hayyâ di Genesi 2:7, ma è un elemento nuovo che convoglia in sé un nuovo contenuto, l’idea di anima in quanto spirito. Lì il concetto ebraico di spirito si esprime nel termine greco di psiche. In Mt 10:28 si definisce che lo spirito dell’uomo è psiche e che solo Dio lo può annullare, con tutte le sue gravissime conseguenze, lo stroncamento eterno della persona come in Mt 25:46.  A questo punto, ci possiamo chiedere: come dovremmo intendere il senso di psiche in 1 Tessalonicesi 5:23? Qui evidentemente con il termine psiche sono indicate le funzioni cognitive, le facoltà mentali, con il termine soma, corpo la dimensione fisica e istintuale e con pneuma, spirito, la coscienza e la dimensione divina e spirituale dell’essere. Qui sta l’ambiguità, il nocciolo della questione relativamente al significato di anima nel Nuovo Testamento. Il termine va contestualizzato di volta in volta per far emergere il vero, profondo significato.

Il memoriale del giusto

A questo punto proviamo ad esaminare un’altra parola ebraica di notevole impatto: זֵכֶר (zeker, in greco μνημόσυνον, mnemosunon), che significa ricordo, memoria, memoriale. Pr 10:7 legge: “La memoria del giusto è per una benedizione; Ma il nome degli empi marcirà”. Ciò che resta di un uomo è dunque la memoria che rimane impressa nella mente del Padre. Rispetto al mondo la memoria di un singolo uomo dura poco. Presto siamo dimenticati, come viene dichiarato in Ec 9:5 “I viventi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; per loro non c’è più alcuna ricompensa, perché la loro memoria è dimenticata.” Queste parole che molti intendono come in grado di annullare definitivamente qualsiasi idea di sopravvivenza dell’anima umana dopo la morte vanno esaminate con più attenzione all’interno del loro contesto. Ciò che si annulla è in riferimento al contesto mondano. Tuttavia il Padre che continua a vivere, continuerà a ricordare il giusto per benedirlo, ad alimentare in lui, quand’anche dormiente, la vita dello spirito. (Cfr. 49:16 Comunque Dio stesso redimerà la mia anima dalla mano dello Sceol, perchè egli mi riceverà) Viceversa egli cancella la memoria del malvagio. (Salmo 49:14, che al 19 legge “Mai più vedranno la luce.”) Anche in Esodo 17:14 si legge: ‘Cancellerò completamente di sotto i cieli il ricordo (zeker) di Amalec’ e in Deuteronomio 25:19: “Devi cancellare la menzione (zeker) di Amalec di sotto i cieli. Non devi dimenticare.”

In Deuteronomio 32:26, a proposito dei malvagi, YHWH dichiara: “Li disperderò, Ne farò certo cessare la menzione (zeker) fra gli uomini mortali.” Il Salmo 34:16 aggiunge: “La faccia di Geova è contro quelli che fanno ciò che è male, Per stroncarne la menzione (zeker) dalla medesima terra.” Salmo 9:5 “Hai distrutto il malvagio, hai cancellato il loro nome a tempo indefinito, sì per sempre.” Viceversa nel Salmo 112:6 si dichiara: “Il giusto mostrerà d’essere in ricordo a tempo indefinito.” Ecco perché in Luca 20:37-38 si leggono queste parole: “Ma che i morti siano destati lo ha rivelato anche Mosè nel racconto del roveto, quando chiama Kyrion ‘l’Iddio di Abraamo e l’Iddio di Isacco e l’Iddio di Giacobbe’. Egli non è l’Iddio dei morti, ma dei viventi, poiché per lui sono tutti viventi”. In Ro 14:9 Gesù è detto “Signore sia dei morti che dei vivi.” Ed egli è “destinato a giudicare i vivi e i morti”. (2 Tim 4:1) Chi rimane nel ricordo di Dio vive. (Salmo 11:7; 112:6; 140:13) Ma egli può annientare completamente il malvagio. (Mt 10:28)

Lo Spirito dell’uomo

La componente più pervasiva, permanente e duratura di tutto il nostro essere sembra dunque essere lo spirito. A partire da Atti 17:25 sappiamo che in Dio “viviamo, ci muoviamo e siamo”, quindi in noi c’è il respiro, la forza, l’alito, lo spirito di Dio. Quando, con la morte, lo spirito torna a Dio la singola persona perde l’individualità psichica ed entra a far parte di un corpo universale composito, il corpo di Dio, del quale continuano a partecipare anche i morti. Il nostro corpo, per esempio, può essere immaginato come un insieme di 50 trilioni di cellule. Ogni cellula è di per sé intelligente ma siccome ciascuna entra a far parte di una comunità centralizzata, tutte, per lasciarsi dirigere, rinunciano a una parte della loro intelligenza e rispondono alla voce centrale. All’interno di quell’organismo ogni cellula deve seguire quelle che sono le disposizioni di governo. Se la disposizione centrale riconosce alla cellula il diritto di vivere, la cellula vive. Se viceversa decide che deve morire, la cellula muore. Ora, quella voce centrale è Dio.

Ma, sostanzialmente, in cosa consiste lo spirito dell’uomo? Neshamah, uno dei termini che nella Bibbia rende il concetto di spirito, significa anche ispirazione divina. (Cfr. 2 Tim 3:16, theopneustos, soffiato divinamente) Quando Adamo fu creato aveva assoluto bisogno della guida di Dio per adempiere a una qualsiasi delle sue necessità. Egli non era consapevole di nulla. Ancora non sapeva di essere nudo. Quando, dopo la trasgressione egli se ne rese conto, Dio gli chiese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?” Evidentemente Adamo era in quella fase in cui bisognava dirgli proprio tutto. Così Dio lo dotava di uno spirito divino che era la sua guida costante, la coscienza divina che gli permetteva di distinguere il bene e il male. Come una sorta di pilota automatico. Agli albori della civiltà umana gli uomini avevano l’urgente bisogno, per poter sopravvivere, di una guida esterna che li aiutasse a districarsi in mezzo ai tanti pericoli dell’esistenza. Così Dio dava loro una percezione della vita a 360 gradi, una percezione totale, non intellettualistica o frammentaria. Era la maniera di vivere primitiva, completamente immersi in una realtà teofanica, olistica e totale, unitaria, integra e coesa.

La vita inconscia

L’uomo è un iceberg in cui il 90% dell’essere è sommerso. Siamo ignoti a noi stessi. Questa parte inconscia di noi è però spirito, soffio divino. È intuizione, ispirazione, sogno, percezione irrazionale preconscia. Quando l’uomo muore tutto ciò che è personale si annulla e lui torna ad essere cellula dormiente, parte incorporea, parzialmente inconscia nel corpo di Dio.  In Atti 7:60 a proposito della morte di Stefano, il primo martire cristiano, si legge semplicemente: τοῦτο εἰπὼν ἐκοιμήθη, avendo detto questo si addormentò. Nella Bibbia la morte è generalmente paragonata al sonno. Ora quali sogni possano emergere durante quel sonno ci è ignoto. Dunque, nella morte c’è qualche speranza? Dipende.

Ecclesiaste 9:5 dice che i morti non conoscono nulla. Quindi sono inconsci. Uno che dorme vive uno stato per lo più inconscio, larvale. Le larvae del mondo dei morti, i lemuri del mondo classico, sono privi della coscienza dell’io di cui è rimasta loro soltanto una vaga eco; per questo non hanno memoria, non sanno più chi sono o cosa fanno. Odono, ma non sanno quello che odono, non hanno memoria. Isaia 38:18 legge: “Poiché lo Sceol non può lodarti, la morte non può celebrarti; quelli che scendono nella fossa non possono più sperare nella tua fedeltà.” C’è da sapere che distinzione ci sia tra chi dorme ed è inconscio, ma rimane nel ricordo di Dio e chi invece ne viene cancellato. Bisogna però riconoscere che generalmente alla morte del corpo fisico c’è un quid spirituale robusto, solido, resistente che gli sopravvive. Per esempio, nel Salmo 49:14 in riferimento ai malvagi nello Sceol si leggono parole oscuramente enigmatiche: “La morte si pascerà di loro, e i retti li terranno sottoposti al mattino.” Cosa significhino veramente queste parole resta per adesso un mistero.

Cristo sceso a predicare agli spiriti in prigione

Tutti prima o poi compariremo di fronte al tribunale supremo. (Ro 14:10) Dei persecutori dei cristiani Pietro scrive: “Essi renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti. Per questo infatti è stato predicato l’evangelo anche ai morti, affinché fossero giudicati nella carne secondo gli uomini, ma vivessero nello spirito secondo Dio.” (1 Pt 4:5-6) Se esaminiamo la costruzione greca “οἳ ἀποδώσουσιν λόγον τῷ ἑτοίμως ἔχοντι κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς εἰς οὗτος γάρ καί νεκρός εὐαγγελίζω ἵνα κρίνω μέν κατά ἄνθρωπος σάρξ ζάω δέ κατά θεός πνεῦμα”. Comprendiamo subito che, anche per motivi squisitamente linguistici, non sembrerebbe esserci margine di dubbio circa il fatto che gli spiriti umani a cui venne fatta la predicazione ricevevano l’annuncio per essere giudicate secondo la carne dell’uomo e viventi nello spirito di Dio, quindi non erano spiriti angelici ma anime umane ormai morte al tempo in cui ricevettero quell’annuncio. Costoro erano le anime morte durante il diluvio. Non si intende pertanto parlare di Satana il diavolo e di angeli che fino ad ora non sono mai morti. In effetti il Nuovo Testamento fornisce molti esempi di attività demoniche sulla nostra terra. Gli spiriti demonici non sono impediti nella loro attività di governare il mondo. Quindi gli spiriti in carcere devono essere un gruppo specifico che non può esercitare da molto tempo alcuna influenza sulla terra. Questo si applicherebbe in particolare a quegli spiriti vissuti nel mondo ante diluviano, mondo che non corrisponde fisicamente al nostro. Infatti Noè prima del diluvio visse in una terra diversa dalla nostra. Giuda 1:6 ci fornisce degli indizi importanti riguardo ai figli di Dio che abbandonarono il proprio luogo di dimora per unirsi fisicamente alle donne umane. Quindi quegli spiriti e quelle persone che a Sodoma e Gomorra e nelle città vicine commisero peccato morendo furono messe in legami, in carcere. Essi non sono in grado di esercitare alcuna influenza su di noi. Solo comprendendo a fondo la cosmologia biblica si possono afferrare questi dettagli. In ogni caso i primi padri della chiesa greca e latina e un gran numero di teologi moderni concordano sull’idea che gli spiriti a cui Gesù andò a predicare nel periodo in cui era nella tomba erano dei morti umani. Il passo in questione va esaminato con molta attenzione anche se di primo acchito potrebbe sembrare contrario a molto di ciò che in apparenza le Scritture dicono qua e là dei morti.

Gesù infatti, messo a morte nella carne, fu reso vivo nello spirito. L’apostolo Pietro ci informa puntualmente che “Cristo in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione.” (δὲ τῷ πνεύματι·ἐν ᾧ καὶ τοῖς ἐν φυλακῇ πνεύμασιν πορευθεὶς ἐκήρυξεν) (1Pt 3:18-19) Chi erano allora questi “spiriti”? Il v.19 legge: “E in spirito andò a predicare agli spiriti in prigione, che una volta erano stati disubbidienti quando la pazienza di Dio aspettava ai giorni di Noè, mentre era costruita l’arca, in cui alcune persone, cioè otto anime, furono salvate attraverso l’acqua.” 2 Pietro 2:4-6 parla di questo carcere come Tartaro. Tartaro non è dunque il luogo in cui si trova Satana oggi. Il Tartaro va collocato sulla terra antica, “il mondo di quel tempo” secondo la definizione di 2Pietro 3:5-6. Ai tempi di Noè gli angeli malvagi e Nefilim avevano riempito la terra di violenza. Tuttavia alcune persone normali pur non essendo state ritenute in quel momento passibili di salvezza potranno alla fine essere ritenute idonee per la risurrezione dai morti. (Cfr. l’apparente slittamento nel giudizio emesso su Sodoma in Giuda 1:7 e Mt 10:15) Proviamo perciò a chiederci quale fosse il messaggio di Cristo agli spiriti in prigione. Una qualche risposta la dovremmo trovare.

Il verbo Kerussò

Se andiamo a cercare l’utilizzo del verbo greco Kerussò nelle Scritture troviamo che vi ricorre circa 60 volte. Le ultime 2 volte sono nel passo di 1 Pietro qui citato e da ultimo in Rivelazione 5:2-8 dove di legge: E vidi un angelo potente, che proclamava a gran voce (Kerussonta en fonè megale): «Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i suoi sigilli?». Ma nessuno, né in cielo né sulla terra né sotto terra, poteva aprire il libro e guardarlo. Io piangevo forte, perché non era stato trovato nessuno degno di aprire e di leggere il libro, e neppure di guardarlo. Allora uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ecco, il Leone della tribù di Giuda, la Radice di Davide, ha vinto per aprire il libro e sciogliere i suoi sette sigilli». (Cfr. Colossesi 2:15, “…avendo spogliato i governi e le autorità, li ha esposti apertamente in pubblico come vinti”.)

“Poi vidi ritto, in mezzo al trono e ai quattro esseri viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello come ucciso, il quale aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette Spiriti di Dio mandati per tutta la terra. Egli venne e prese il libro dalla mano destra di colui che sedeva sul trono. E, quando ebbe preso il libro, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi.” Poi al versetto 13 leggo: “Udii ancora ogni creatura che è nel cielo, sulla terra, sotto la terra e quelle che sono nel mare e tutte le cose contenute in essi, che diceva: «A colui che siede sul trono e all’Agnello siano la benedizione, l’onore, la gloria e la forza nei secoli dei secoli»”.

Dove stette Gesù fra la sua morte e la sua resurrezione?

In 1 Pt 3:18-19 è scritto: “Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito. E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere”. Qui vorrei sottolineare il parallelismo di queste due espressioni: “quanto alla carne” e “quanto allo spirito”. In questo passo si parla della carne e dello spirito di Cristo. Con la morte si determinò in Cristo la separazione del suo spirito umano dal Padre. (Cfr. Ebrei 4:12) Matteo 27:46 riporta le parole di Gesù nell’atto di morire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” A quel punto Mt 27:50 legge che Gesù “lasciò andare lo spirito” (greco: afekes to pneuma). Quando fu completato il sacrificio di espiazione di Gesù per i nostri peccati, il suo spirito ricuperò la comunione con il Padre che si era per un istante interrotta. Morendo come uomo l’anima del Cristo fu abbandonata nella tomba mentre lo spirito tornò a Dio. Quindi alla morte lo spirito restò attivo come succede al resto degli uomini quando muoiono. (Ecclesiaste 12:7) Perciò mentre il suo corpo era nella tomba, Gesù andò a portare il messaggio della sua vittoria agli spiriti in prigione.

Ora, a differenza di quel che generalmente si crede, nella Bibbia il termine pneuma si riferisce non solo agli angeli ma anche agli esseri umani, in particolare dopo la morte. Se vogliamo comprendere meglio qualcosa di essenziale relativamente a questo termine, spirito, dobbiamo passare all’analisi di un termine greco che gli è affine. In Luca 4:33 si parla di uno spirito, un demonio impuro. Perciò demonio è sinonimo di pneuma. Al riguardo il Lorenzo Rocci, dizionario di Greco-Italiano, alla voce daimonion tra i vari significati legge: genio o demone familiare, spiriti tutelari, anime dei trapassati, dis manibus, genii, lares, lemures, manes, indigetes… 1Pietro 4:6 sembra avvalorare questo significato in quanto parla di una dichiarazione fatta a dei morti “giudicati in quanto alla carne” e ciò non si applicherebbe agli angeli di Satana. Gli angeli malvagi non hanno prospettive di salvezza. Ebrei 2:16 dice di Gesù che “egli non viene in aiuto degli angeli”. Efesini 4:8-10 sembra indicare che Cristo fu “in paradiso” (Luca 23:43) e accolse in esso alcuni di quelli addormentatisi nella morte prima di lui, in attesa del vero e proprio risveglio con la risurrezione dei corpi. La maggior parte dei biblisti sembrerebbe concorde su questo significato di “ha portato con sé prigionieri”.

Quelli che stanno sottoterra

Nei passi appena citati oltre a trovare una spiegazione circa la natura del messaggio del Cristo agli spiriti in prigione nell’Ade (cioè la sua vittoria sul governante del mondo) emergono parole riguardanti quelli che stanno sotto terra. Infatti in Ap 5:3 si legge che “nessuno, né in cielo né sulla terra né sotto terra, poteva aprire il libro”. A questo punto saremmo autorizzati a chiederci chi mai possano essere quelle creature intelligenti che stanno sotto la terra e sono nel mare. In Deuteronomio 5:8 si legge: “Non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra.” Nella versione della LXX di Deut 5:8 troviamo l’uso dell’espressione “upokato tes ghes”, la stessa che ricorre in Apocalisse 5:2,13.

La preposizione upokato la troviamo anche in Ap 6:9 dove si legge di ciò che Giovanni vedeva sotto l’altare, e cioè “le anime di coloro che erano stati uccisi a motivo della parola di Dio e a motivo della testimonianza che avevano resa”. Dunque in tutti questi passi si parla delle anime dei morti. In Filippesi 2:10 a proposito di Gesù si legge: “Perciò anche Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature celesti, terrestri e sotterranee.” Perciò siamo incoraggiati a chiederci chi siano queste creature celesti, epigee e ctonie. Evidentemente il mondo dei morti viene suddiviso in diverse sezioni sotterranee, marine, terrestri e celesti. Anche Cicerone nel Somnium Scipionis immaginava che nella Via Lattea trovassero pace le anime che in vita avevano operato per il bene dello stato. Infatti gli antichi immaginavano che alla morte il defunto dovesse intraprendere un viaggio per giungere alla propria destinazione. Anche in Dante troviamo i tre mondi, inferno, purgatorio, paradiso. Naturalmente nella Bibbia non c’è traccia dell’inferno come luogo di eterna dannazione nel fuoco e il significato di Sceol e Ades non sostiene in nessun modo l’idea di un purgatorio alla maniera descritta da Dante. Nella Bibbia la punizione più severa è la seconda morte o lago di fuoco (Ap 19:20; 20:10) che corrisponde allo stroncamento eterno di Mt 23:41, 46.

Ciò che dicono i dizionari

A proposito del termine greco catactonios il Thayer’s Greek Lexicon riporta quanto segue:

STRONGS NT 2709: καταχθόνιος (kataktonios)
καταχθόνιος, καταχτονιον (κατά (see κατά, III. 3), χθών (the earth)), subterranean, Vulg.infernus: plural, of those who dwell in the world below, i. e. departed souls (cf. Winers Grammar, § 34, 2; but others make the adjective a neuter used indefinitely; see Lightfoot, in the place cited), Philippians 2:10. (Homer, Dionysius Halicarnassus, Anthol., etc., Inscriptions)

Strong’s Exhaustive Concordance under the earth. From kata and chthon (the ground); subterranean, i.e. Infernal (belonging to the world of departed spirits) — under the earth.

Dal confronto con il dizionario Thayer’s Greek Lexicon emerge il fatto che il termine καταχθόνιος si riferisce a quelli che abitano il mondo di sotto, le anime dei defunti, il mondo degli spiriti che stanno sotto terra.

Il Salmo 88:11 pone una domanda: la bontà e la fedeltà divina sono menzionate nel luogo dei morti? Il salmo 6:5 risponde negativo: “Poiché nella morte non c’è memoria di te; chi ti celebrerà nello Sceol?” (Isa 38:18) Il Salmo 49:19 dei malvagi che stanno nella tomba dice che “Mai più vedranno la luce”. Tuttavia Giacomo 2:19 dice che i demoni credono e rabbrividiscono. Dunque continuano ad avere coscienza. L’Ades etimologicamente è il luogo non visto, quindi un luogo che non si può vedere. È la casa dove convengono tutti i viventi (Giobbe 30:23) cioè il luogo dei morti. Questo posto è un buco, un pozzo, una fossa, un luogo buio di profonda ombra e di disordine. Giobbe legge: “Si diparta, Distolga da me il suo sguardo fisso, affinché io mi rassereni un poco Prima che io me ne vada — e non tornerò — Al paese delle tenebre e della profonda ombra, Al paese dell’oscurità come la caligine, della profonda ombra E del disordine, dove non brilla più che la caligine”. (Gb 10, 20-22). Soprattutto, lo Shéol è il luogo dell’oblio e dell’abbandono totale. Non avendo più né pensiero né memoria umani, personali, il malvagio viene reciso da ogni comunicazione con la terra dei viventi. “Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani. Compi forse prodigi per i morti? O sorgono le ombre a darti lode? Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà negli inferi? Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi, la tua giustizia nel paese dell’oblio?” (Sal 88: 10-13)

I Rephaim e lo Sceol

Nelle Scritture ebraiche lo Sceol è il luogo dei morti. Propriamente è il luogo dell’invisibile, il mondo degli spiriti di sotto. Corrisponde all’Ades. A proposito dei morti nelle Scritture ebraiche troviamo un termine molto particolare: i rephaim. In Giobbe 26:5-6 c’è uno straordinario passo che legge: “I morti tremano sotto le acque, e così pure i loro abitanti. Di fronte a lui lo Sceol è scoperto, Abaddon è senza velo”. È qui che per la prima volta leggiamo a proposito rephaim, i morti in quanto rephaim. Questo termine ebraico viene reso “morti” e “ombre” in varie traduzioni. In questo caso i defunti sono ridotti ad essere l’ombra di sé stessi e conducono una vita non del tutto conscia.

Prendiamo per esempio il Salmo 88:10-12 che legge: “Farai forse dei prodigi per i morti (hă-lam-mê-ṯîm)? Risorgeranno i defunti (rephaim) a lodarti? Si celebrerà la tua benignità nel sepolcro (qeber) e la tua fedeltà nel luogo di distruzione (abaddon)? Saranno le tue meraviglie conosciute nelle tenebre e la tua giustizia nella terra dell’oblìo?” I Refaim sono noti da fonti bibliche, ugaritiche e fenicie. Nella Bibbia sono presenti due usi del termine. Il primo è un termine che si riferisce a personaggi che si distinguono per la loro enorme statura, re e guerrieri. (Gen. 14: 5; 15:20; Deut. 2:11). Ad esempio in Deut 3:11 è ricordato Og re di Basan. Nel suo secondo utilizzo rephaim designa “ombre” o “spiriti” (מֵתִים; Isa 26:14; Sal 88:11). Si riferisce quindi a degli abitanti della terra di sotto. (Prov. 9:18).

I rephaim rivivranno?

Nel capitolo 26 di Isaia ricorrono due versetti che apparentemente sembrano in contraddizione, il versetto 14 e il versetto 19, che rispettivamente leggono:

Isa26:14(CEI)

I morti non vivranno più,
le ombre non risorgeranno;
poiché tu li hai puniti e distrutti,
hai fatto svanire ogni loro ricordo

Isa26:19(CEI)

Ma di nuovo vivranno i tuoi morti,
risorgeranno i loro cadaveri.
Si sveglieranno ed esulteranno
quelli che giacciono nella polvere,
perché la tua rugiada è rugiada luminosa,
la terra darà alla luce le ombre.

Il Faraone e il Re di Babilonia giungono nell’Ades

In Isaia 14:9 coloro di cui parla il profeta sono i governanti di grandi imperi mondiali. Ciò di cui si narra in Isaia 14:9, è l’arrivo nel mondo delle ombre del re di Babilonia. Similmente avviene in Ezechiele 32:21 all’arrivo del Faraone. Entrambi giungono nell’oscuro mondo delle ombre e tutti i re delle nazioni si svegliano per accoglierli. Isaia 14:9 legge: “Lo Sceol di sotto è in agitazione per te, per farsi incontro al tuo arrivo; esso risveglia gli spiriti dei trapassati (רְפָאִים֙, rephaim) tutti i principi della terra; ha fatto alzare dai loro troni tutti i re delle nazioni”.

Ezechiele 32:21, in una pagina letterariamente splendida, narra dell’accoglienza fatta dai trapassati all’arrivo del Faraone: “I più potenti eroi (גִּבּוֹר, gibborim) si rivolgeranno a lui e ai suoi ausiliari e dagli inferi diranno: Vieni, giaci con i non circoncisi, con i trafitti di spada.” In questi passi ricorrono i termini rephaim e gibborim per indicare lo spirito dei più potenti tra i trapassati, i cui nomi però periscono dalla memoria degli uomini. Essi appartengono al numero di quelli il cui spirito si annulla nella Geenna. Non rivivranno, non sarà loro più permesso di opprimere e schiavizzare. Non faranno più danno, in quanto puniti con la distruzione del loro essere.

La luce

La Nuova Diodati rende uno dei più bei passi della Bibbia relativi alla risurrezione contenuto in Isa 26:19 come segue: “I tuoi morti rivivranno, assieme al mio cadavere risorgeranno. Svegliatevi ed esultate, o voi che abitate nella polvere! Poiché la tua rugiada è come la rugiada di una luce sfavillante e la terra darà alla luce i morti.” Nelle Scritture la luce è la manifestazione dell’auto-esistenza di Dio, illuminazione divina capace di rivelare la verità.  In 1 Gv 1:5 si legge che “Dio è luce”. In Giacomo 1:17 egli è detto essere “il Padre delle luci”. In Gv 9:5 Gesù dice: “Io sono la luce del mondo”. Anche i suoi discepoli sono “i figli della luce”. (Cfr Gv 12:36, Lc 16:8, Efes 5:8) Il comandamento è una lampada e la legge è una luce. (Prov 6:23; Isa 51:4) Gli angeli sono spiriti e anche gli spiriti degli uomini sono luce, le stelle del mattino di Giobbe 38:7.

“Lampada di Yhwh è lo spirito dell’uomo, essa scruta dentro fin nell’intimo”. (Prov 20:27) Nell’uomo c’è lo spirito di Jah, scintilla divina, la coscienza. Riguardo alle cose che Dio ha in serbo per noi, Paolo scrive ai Corinti: “Dio però le ha rivelate a noi per mezzo del suo Spirito, perché lo Spirito investiga ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi tra gli uomini, infatti, conosce le cose dell’uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così pure nessuno conosce le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio.  Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, affinché conosciamo le cose che ci sono state donate da Dio.” (1 Co 2:10-12) Dio ci dà la sua rivelazione e la capacità di percepirne i contorni grazie al suo spirito. Questo ci permette di capire anche qualcosa in più relativamente alla condizione dei morti.

La ghiandola pineale

Nel diciassettesimo secolo il filosofo René Descartes immaginò che la ghiandola pineale, piccolo organo situato in profondità al centro del cervello, fosse la sede dell’anima, dell’intuizione di sé. Questa ghiandola è considerata uno degli organi più misteriosi del corpo poiché ancora oggi non se ne comprende a fondo il funzionamento. Quello che è risaputo è che la pineale produce un ormone chiamato melatonina che ha un ruolo importante nella regolazione del ritmo circadiano del corpo umano. La melatonina regola il sonno. E se la morte è paragonabile al sonno questa ghiandola potrebbe essere coinvolta anche nei processi legati alla morte. Per esempio, si pensa che la pineale svolga un ruolo importante nel meccanismo del letargo degli animali, nella migrazione degli uccelli, nel movimento dei pesci nelle acque dei mari. Sarebbe una sorta di bussola magnetica.  

Situata al centro del cervello, ha la forma di una piccola pigna (da cui prende il nome), la colorazione è grigio-rossastra, il diametro è di circa 8 mm e il peso di soli 0,1 grammi. Questa minuscola ghiandola, che fino a poco tempo fa era considerata superflua, ha la particolarità di essere sensibile alla luce tanto da avere alcune caratteristiche simili a quelle degli occhi. Non sorprende quindi che nell’antichità veniva soprannominata “terzo occhio”. La secrezione della melatonina infatti dipende proprio dalla luce: in particolare appena il sole tramonta e la quantità di luce diminuisce la pineale comincia a produrre melatonina. (melas+tonos=nero+tensione, forza, energia, tensione, intensità) La ghiandola pineale infatti viene ritenuta essere una sorta di centro psichico che permette di “vedere oltre lo spazio e il tempo” ovvero soprassiede alle funzioni dell’intuizione, chiaroveggenza ed espansione di coscienza.

DMT in fase di morte

 La ghiandola pineale appare spesso calcificata nei raggi X, il che è spesso dovuto a depositi di fluoro, calcio e fosforo che si accumulano con l’età. La più misteriosa tra le sostanze secrete dalla pineale è proprio la DMT, (dimetiltriptamina) una molecola che induce stati di coscienza alterati, estasi ed esperienze mistiche come hanno osservato gli studi del Prof. Rick Strassman autore di “DMT – La molecola dello spirito” best seller in cui studia il collegamento tra pineale, DMT ed effetti psicofisici. La ricerca di Strassman connette la DMT con la ghiandola pineale, considerata dagli Indù come il luogo del settimo chakra e da René Descartes come la sede dell’anima.

In “DMT – La molecola dello spirito” l’autore lancia l’ipotesi audace che tale sostanza, rilasciata naturalmente dalla ghiandola pineale, faciliti il movimento dell’anima dentro e fuori dal corpo, e che sia inoltre parte integrante delle esperienze di nascita e morte, così come degli stati più alti di meditazione e perfino di trascendenza sessuale. La DMT viene prodotta durante la fase di Rem del sonno, ed è a quel punto che si comincia a sognare. A quanto pare nella fase di morte il cervello produce grandi quantità di DMT permettendo così il passaggio della coscienza da una vita all’altra, e il viaggio dello spirito verso la nuova destinazione. Le concentrazioni di questo mediatore risultano elevate in fase pre-mortem anche negli altri mammiferi e vertebrati.

Cartesio e la pineale

Il filosofo e matematico francese René Descartes era affascinato dalla ghiandola pineale. La considerava come “la sede principale dell’anima e il luogo in cui si formano tutti i nostri pensieri”. A questo riguardo egli scriveva: Mi sono convinto che l’anima non può avere in tutto il corpo altra localizzazione all’infuori di questa ghiandola, in cui esercita immediatamente le sue funzioni, perché ho osservato che tutte le altre parti del nostro cervello sono doppie, a quel modo stesso che abbiamo due occhi, due mani, due orecchi, come, infine, sono doppi tutti gli organi dei nostri sensi esterni. Ora, poiché abbiamo d’una cosa, in un certo momento, un solo e semplice pensiero, bisogna di necessità che ci sia qualche luogo in cui le due immagini provenienti dai due occhi, o altre duplici impressioni provenienti dallo stesso oggetto attraverso gli organi duplici degli altri sensi, si possano unificare prima di giungere all’anima, in modo che non le siano rappresentati due oggetti invece di uno: e si può agevolmente concepire che queste immagini, o altre impressioni, si riuniscano in questa ghiandola per mezzo degli spiriti che riempiono le cavità del cervello; non c’è infatti nessun altro luogo del corpo dove esse possano esser così riunite, se la riunione non è avvenuta in questa ghiandola»

Della DMT o Dimetiltriptamina Rick Strassman scriveva «Una molecola dello spirito non è spirituale in sé e per sé. Essa è uno strumento o un veicolo. Ci attira all’interno di mondi che solo lei conosce. Occorre tenersi forte, e dobbiamo essere preparati, poiché i reami spirituali contengono sia il paradiso che l’inferno, sia la fantasia che l’incubo».

L’occhio unificato

Ora Gesù disse dell’occhio spirituale: La lampada del corpo è l’occhio; se dunque l’occhio tuo è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso; se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno quelle tenebre! Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro; oppure sarà fedele all’uno e disprezzerà l’altro; voi non potete servire a Dio e a mammona. (Mt 6:22-24) Qui il Maestro distingueva tra l’occhio doppio e l’occhio unificato, l’occhio sano e l’occhio malato attribuendo all’occhio la capacità di illuminare spiritualmente tutto il corpo. Infatti nessuno può servire due padroni, così l’occhio si deve focalizzare su ciò che è spirito anzicchè sulla ricchezza.

La comprensione circa lo stato dei morti si evolve

Nella storia d’Israele una certa consapevolezza circa lo stato e le prospettive dei defunti si evolve nel tempo. La rivelazione divina è graduale, le verità vengono trasmesse poco alla volta. Dopo la risurrezione di Gesù come cambia la situazione dell’anima dopo la morte? Con anima qui s’intende ormai parlare di uno spirito disincarnato, separato dal corpo. Abbiamo infatti mostrato che il termine psiche [latino anemos, vento, spirito] arrivò a coprire nel mondo greco un campo semantico molto più esteso e diverso dal termine corrispondente ebraico, nephesh). In Romani 8:38-39 si legge: “Infatti io sono persuaso che né morte né vita né angeli né principati né potenze né cose presenti né cose future, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. Cosa se ne potrebbe dedurre?

Forse che dopo la risurrezione di Gesù le anime dei morti nella fede godono nell’Ade di una relazione più stretta con Dio?  La speranza dei primi cristiani è innanzitutto quella della venuta definitiva del Regno di Dio e della completa salvezza delle persone che ne deriva, in particolare la risurrezione nella carne degli spiriti dei morti. Tuttavia, come si vede già nella prima lettera ai Tessalonicesi, il «ritardo» della Parousia relativamente alle attese sollevava la domanda sulla sorte di quelli che si sono già ‘addormentati’ nella morte. Anche Paolo, quando, a causa delle grandi prove che deve subire nella sua opera missionaria, comincia a capire che dovrà morire prima che Cristo ritorni, solleva la domanda. Che cosa succede alla persona tra il momento della morte e quello della risurrezione nella Parousia? Ora, l’esperienza vissuta da Paolo di un’unione completa con Cristo, fusione così intima che il Cristo vive in lui, lo porta ad immaginare che quest’unione non possa non persistere dopo la morte.

Andare in esilio dal corpo

“Essere in Cristo” è quindi la nozione-chiave. Ed “essere in Cristo” è uno stato che trascende vita e morte biologiche. Essere in Cristo, rimanere per sempre presso il Signore: ecco, formulato in termini di relazione interpersonale, ciò che la speranza e la fede considerano come una realtà dopo la morte. In 2 Corinti 5:1-9 si legge: “Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli. Perciò, in questa condizione, noi gemiamo e desideriamo rivestirci della nostra abitazione celeste purché siamo trovati vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito.

Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio (ἐκδημέω) lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione -, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio (ἐκδημέω) dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio (ἐκδημέω), ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.” (CEI) In questo passo è interessante l’uso del verbo ἐκδημέω, che esprime in primo luogo l’idea di viaggiare all’estero, essere assente dalla propria patria e in senso lato l’idea di morire, soggiornare fuori dal corpo. Qui Paolo esprime la sentita speranza, una volta assente dal corpo, di abitare con il Signore godendo con lui di una certa relazione già prima della risurrezione. (Cfr Mt 16:18, le porte dell’Ade non prevarranno sulla chiesa dei fedeli in Cristo)

Incontrare Cristo alla morte

Nel suo libro Christ Among Us, un best seller che presenta un punto di vista della fede cattolica, Anthony Wilhelm non dedica alcun capitolo al secondo avvento. Perché? Semplicemente perché crede che le anime dei salvati già alla morte incontrino Cristo. Egli scrive: “È Cristo colui che incontriamo subito dopo la morte e lo vedremo a faccia a faccia, nel modo più chiaro e più intimo possibile. Colui verso il quale ci siamo sforzati di giungere con le nostre preghiere, che abbiamo incontrato nei sacramenti, è ora davanti a noi nella pienezza della sua luce, del suo amore e della sua potenza.” Wilhelm prosegue: “La morte costituisce l’apice dell’esperienza della vita. È molto più di una frazione di secondo: è un’esperienza. Ci si risveglia nella piena consapevolezza e nella libertà più autentica; si incontra Dio stesso. Tutta la nostra vita è stata spesa solo in funzione di questo incontro.”

Questa dottrina però contraddice chiaramente l’insegnamento della Bibbia secondo il quale la speranza cristiana trova il suo adempimento nell’incontro con Cristo nella sua gloriosa venuta e non direttamente alla morte. Oltre che essere estraneo alla Scrittura, questo insegnamento mette in secondo piano la promessa della risurrezione che risulterebbe a quel punto perfino superflua. La morte non è mai presentata nella Bibbia come l’apice dell’esperienza della nostra vita.

Il giorno della morte

Anche se un cane vivo è meglio di un leone morto, Ecclesiaste 7:1-4 tuttavia afferma che “Un buon nome è preferibile a un olio profumato, e il giorno della morte meglio del giorno della nascita. È meglio andare in una casa dove c’è lutto, che andare in una casa dove si fa festa, perché quella è la fine di ogni uomo, e chi vive vi porrà mente. La tristezza è preferibile al riso, perché davanti a un volto triste, il cuore diventa migliore. Il cuore del saggio è in una casa di lutto, ma il cuore degli stolti è in una casa di allegria.” Questo fatto che la Bibbia dica che il giorno della morte è migliore di quello della nascita dovrebbe farci riflettere sul fatto che non dovremmo temere di morire.

Anche la parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone riportata in Lc 16, 19-31 dovrebbe confortarci. In essa, il giusto gode una vera felicità subito dopo la morte e prima della risurrezione: Lazzaro viene portato dagli angeli in un luogo di felicità, chiamato «seno o grembo di Abramo» mentre invece il ricco dopo la morte esiste nei tormenti. Questa parabola sembrerebbe chiarire certi aspetti dell’oltretomba cristiano. Intanto viene descritta una grande voragine a dividere l’oltretomba (Ades) in cui sono confinati i malvagi dal “seno di Abramo”, il luogo in cui vengono consolate le persone oneste. Gesù la differenza la fa notare dicendo: “Ora lui è consolato e tu soffri. Oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posto un grande baratro, in modo tale che coloro che vorrebbero da qui passare a voi non possono; così pure nessuno può passare di là a noi”.  Non vi sembrano significative queste parole?

Tu sarai con me in paradiso

Altrettanto significativa è la risposta di Gesù alla richiesta del buon ladrone: «In verità, io ti dico, oggi con me sarai nel Paradiso» (Lc 23, 43). ‘Paradiso’ è una parola persiana che significa all’origine un giardino, una riserva in cui il re poteva dedicarsi al riposo o alla caccia. Ecco perché il giardino di Eden è stato chiamato il Paradiso terrestre. Ma nel Nuovo Testamento, il Paradiso designa anche un ‘luogo’ di prossimità con Dio. Diversi esegeti pensano che Lc 23, 43 sia il segno di un tornante in direzione dell’escatologia individuale che affonda le radici nel concetto di infrangibilità dell’anima.

In quel brano il Paradiso significa probabilmente la stessa cosa che il seno d’Abramo: il soggiorno in cui i giusti come Lazzaro aspettano la risurrezione, il supremo intervento di Dio in loro favore, quando Gesù Cristo stabilirà in modo definitivo il Regno di Dio. Però, la risposta di Gesù non riguarda prima di tutto la certezza di una relazione oramai infrangibile col Cristo: La vera vita è di essere con Cristo, perché dove è il Cristo, là è il Regno». Il Nuovo Testamento ci autorizzerebbe perfino ad affermare che tra morte e risurrezione, i defunti, cioè le loro ‘anime’, godono un’esistenza autonoma, indipendente dal corpo, che permette loro una certa comunione col Cristo.

Agostino d’Ippona

Sull’origine degli spiriti o anime Agostino suggerisce alcune ipotesi. Egli intanto afferma che: “La Scrittura ci insegna che esiste una morte in peggio, ed esiste una morte in meglio.” In questo modo egli differenzia i due diversi esiti che ogni singola esistenza può sortire con la morte. Trascrivo qui alcune osservazioni del filosofo che mi sono sembrate pertinenti al nostro tema, insieme ad alcune note che ho trovato in una dispensa universitaria ad uso degli studenti.

L’infusione dell’anima nel corpo: ipotesi

Origine dell’anima e rapporto col corpo. “Io, a dirti il vero, scrivendo alcuni anni fa certi libri Sul libero arbitrio […] passavo in rassegna quattro teorie sull’infusione dell’anima nel corpo e cioè:

* le anime derivano tutte per generazione dall’unica che fu data al primo uomo?

a / Il traducianismo. Questa dottrina, di cui Tertulliano fu un promotore, pretende che tutte le anime umane sono state create contemporaneamente da Dio in Adamo, in cui si trovano «virtualmente». Partendo da Adamo, le anime si trasmettono attraverso la generazione corporale. Questa dottrina permette di spiegare in modo abbastanza semplice la trasmissione del peccato originale. Però sembra comportare l’idea che l’anima sia in qualche modo ‘corporale’.  

* Oppure vengono create tutt’ora per ogni singolo uomo?

b / La preesistenza delle anime. Le anime sono state create da Dio fuori di qualsiasi corpo. Preesistono in qualche luogo segreto prima di essere mandate nel corpo a un certo punto. Agostino non esclude che l’anima preesistente scenda nel corpo, sia sull’ordine di Dio sia tramite un passo spontaneo.

* Oppure, ammesso che preesistano in qualche luogo, vengono infuse da Dio

c / Il creazionismo. Ogni anima viene creata direttamente da Dio in un corpo determinato. La difficoltà è allora di come spiegare la trasmissione del peccato originale.  

* …o scendono da sé stesse nei corpi?

Sembra dunque che Agostino d’Ippona esitasse tra tre o quattro ipotesi.

Tratto da: L’immortalità dell’anima e la vita dell’anima separata secondo san Tommaso (FL 2811) Serge-Thomas BONINO, o.p. Angelicum Secondo semestre 2019/2020 (dispensa ad usum studentium)

Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. (1Cor 3:21:23)

La separazione delle pecore dai capri

Ci sono vere e proprie distinzioni all’interno dell’Ades? A considerare la parabola delle pecore e dei capri, sembrerebbe di sì. Lì la situazione che si prospetta è quella del giudizio finale legato alla risurrezione.  «Ora, quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i santi angeli, allora si siederà sul trono della sua gloria. E tutte le genti saranno radunate davanti a lui; ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri. E metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il Re dirà a coloro che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il regno che vi è stato preparato sin dalla fondazione del mondo”. (Mt 25:31-46) Qui il momento è di quelli memorabili. Gesù viene in gloria e siede sul suo trono di gloria per giudicare tutte le nazioni in vista della risurrezione.

Per comprendere il significato intrinseco del momento analizzeremo le parole di Gesù. In Giovanni 5 sono riferite le sue parole a Marta, poco prima della risurrezione di Lazzaro: “Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio.” (Gv 5:28-29) dunque quando le anime sono convocate dalle tombe, quindi dall’Ades provengono da comparti separati, dato che ci sono quelle che hanno operato bene e quelle che hanno operato male. Tutti hanno però la risurrezione. Gli uni una risurrezione di vita e gli altri una risurrezione di giudizio. Ciò significa che viene data loro una nuova possibilità. Potranno ancora una volta dare prova di se stessi, dimostrare di che pasta sono veramente fatti. Perchè possiamo intendere questo? Perché ancora durante il millennio, sotto il regno di Cristo si verificheranno delle morti. Per esempio Isaia 65:20 dichiara: “Non ci sarà più, in futuro, bimbo nato per pochi giorni, né vecchio che non compia il numero dei suoi anni; chi morirà a cento anni morirà giovane e il peccatore sarà colpito dalla maledizione a cento anni.” La situazione del vecchio colpito di maledizione implica morte, stroncamento eterno.

Lo stroncamento eterno

Matteo 25:46 delle anime poste alla sinistra e considerate “capri” legge: E questi andranno allo stroncamento eterno” Altre traduzioni rendono l’espressione greca come pena o supplizio eterno. In realtà la TNM è più corretta in quanto la parola greca utilizzata è κόλασιν αἰώνιον, recisione, potatura eterna. Ciò significa l’essere tolti di mezzo per sempre. È qui che si verifica la distruzione dell’anima, psiche, di Matteo 10:28. Quindi il periodo in cui si adempie la parabola della separazione delle pecore dai capri è un tempo di mille anni che comincia agli inizi del millennio e si protrae fino alla fine quando in Rivelazione 20:7-10 si legge: E quando quei mille anni saranno compiuti, Satana sarà sciolto dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarle per la guerra; il loro numero sarà come la sabbia del mare. Esse si muoveranno su tutta la superficie della terra e circonderanno il campo dei santi e la diletta città. Ma dal cielo scenderà fuoco, mandato da Dio, e le divorerà. Allora il diavolo, che le ha sedotte, sarà gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli. Qui esce un nuovo, incredibile intendimento, e cioè la coincidenza tra Matteo 25:46 e Apocalisse 20:7-10. Infatti anche in Matteo 25:41 Gesù parla del fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli, gli spiriti dei malvagi.

 Potrebbe l’anima umana essere annichilata da Dio?

Dei malvagi si leggono queste parole: “Non adirarti a causa dei malvagi; non portare invidia a quelli che operano perversamente; Perché saranno presto falciati come il fieno e appassiranno come l’erba verde”. (Salmo 37:2) E in Giobbe leggiamo: “Salgono in alto, poi scompaiono a un tratto; cadono, sono mietuti come gli altri mortali; sono falciati come le spighe del grano maturo”. (24:24) E ancora: “In basso le sue radici si seccano, e in alto i suoi rami sono recisi. Il suo ricordo scompare dalla terra e non si farà più il suo nome per le strade”. (Gb 18:16-17) “Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra e non dura.” (Gb 14:2) Dato che gli israeliti erano per lo più agricoltori, queste cose le sapevano bene. Per contrasto in un’altra profezia sulla restaurazione era stato detto che le ossa dei giusti avrebbero ‘germogliato come tenera erba’, cioè che avrebbero acquistato nuovo vigore. (Isa 66:14) 

Assolutamente parlando, Dio può annichilare ciò che ha creato. L’annichilazione vuol dire ridurre qualcuno al completo non essere, facendolo rientrare nel nulla (nihil). L’annichilazione compete esclusivamente a Dio. Come prima che le cose esistessero in sé medesime era in potere del Creatore che esse venissero all’esistenza, così è in suo potere, dopo che sono diventate esistenti, che cessino di essere. Così tutte le creature, come poterono da Dio dal nulla essere tratte all’esistenza, possono da lui essere ridotte al nulla. Questo insegnamento fu espresso e negato da Tommaso d’Aquino, per non contestare l’insegnamento relativo all’inferno della Chiesa Cattolica. In realtà nella Bibbia non si parla mai di pena eterna del fuoco ma di stroncamento eterno, come abbiamo appena dimostrato. Questo è il significato della Geenna di Matteo o del lago di fuoco dell’Apocalisse.

 

3 pensieri riguardo “Dopo la morte

  1. Articolo molto profondo e ricco di analogie . In conclusione sono due gli aspetti che hai rivestito di una nuova forma : 1° I morti in attesa di una resurrezione ” vegetano ” in senso spirituale anziche considerarli del tutto inesistenti . ” 2° La parabola delle pecore e capri và collocata dopo il giudizio Divino e si svolge durante il millenio . MI è difficile invece accettare che la morte di Cristo sia stata corporea e non completa . Se vista così è difficile per me accettarla come riscatto corrispondente . E poi come si spiegherebbe la Sua resurrezione dopo 3 giorni ?

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