I demoni e gli spiriti

I demoni e gli spiriti: comprendere il senso di queste realtà del mondo antico o moderno, del mondo ebraico o greco, costituisce una sfida, dato che su questo argomento, la confusione regna sovrana. Mi accingo quindi ad esaminare uno degli argomenti più complessi di tutta questa mia ormai decennale fatica. Cercherò di spiegare innanzitutto a me stessa in cosa consistono i demoni. Esaminerò il concetto di Daimon a partire da un’antica parentela. I due mondi, greco ed ebraico, ebbero continui scambi e si svilupparono parallelamente, uno accanto all’altro. Dopotutto Sem e Iafet erano fratelli. (Genesi 10:1) Prenderò prima di tutto in considerazione il daimon nel mondo greco dove, di primo acchito, il concetto sembrerebbe definirsi fin dai tempi più antichi in modo più disinibito ed esplicito. Nel mondo giudaico un concetto più o meno sfumato emergerà pienamente solo nel nuovo testamento. Ad ogni buon conto, la parola demone oggigiorno non ha più la stessa valenza che aveva per i greci. Per gli antichi il daimon era un genio della natura, rappresentava una fonte di sapere e d’ispirazione che poteva essere sia positiva che negativa.

Oggi, a livello popolare, il termine demonio ha generalmente una valenza negativa. Non fu sempre così. Per i Greci il daimon è un «essere divino», a metà strada fra gli dei e gli uomini e svolge una funzione intermediaria. Platone, trattando del daimon Socratico, non parla mai di un demone ma di un “segno demonico”. (Fedro 242b-c) Si tratta di una voce interiore, che viene dalle profondità dell’essere. E quando Platone ne deve parlare, lo rappresenta come uno «speciale genio distinto dalla volontà umana». Socrate, d’altra parte, non afferma mai di percepire la presenza di un daimon, di una persona. Egli si riferisce a un daimonion (aggettivo sostantivato), cioè a un qualcosa di “demonico”. Il termine daimon deriverebbe dal verbo daiomai, che significa «dividere, distribuire». Dalla stessa radice deriva il termine dais che significa pasto, banchetto. Il demone era in origine colui che distribuiva le porzioni durante i rituali di un banchetto sacrificale totemico.

Un daimon per tutti?

Il daimon in origine è perciò una figura che svolge un ruolo cerimoniale. Uno che essendo vissuto tra gli uomini gode di un certo carisma. In senso lato, daimon è colui che può distribuire sapere, ricchezze, fortune o disgrazie agli umani. Avrebbe, in altre parole, in mano l’umano destino, l’umana felicità. I greci avevano un termine particolare per esprimere il concetto di felicità, l’eudaimonia, cioè l’assistenza di un daimon buono. Secondo il mito platonico di Er prima della nascita ad ogni persona viene assegnato un daimon, buono o cattivo. Sarebbe una sorta di genio tutelare che guida in vita nella realizzazione del proprio destino. I demoni, responsabili della sorte degli uomini, potevano perciò essere sia buoni sia malvagi: Eudaimones e Kakodaimones. (Eu, prefisso per buono, kakòs per cattivo) A partire da Socrate potremmo chiederci se questa entità chiamata daimonion abbia in sé il potenziale per costituire un destino condivisibile per ogni uomo.

In Esiodo, vissuto tra i secoli VIII e VII a.C., il demone si origina nello stato post mortem degli esseri della prima generazione aurea. Ne Le opere e i giorni si legge: «Poi, dopo che la terra questa stirpe ebbe coperto, essi sono, per volere del grande Zeus, dèmoni propizi, che stanno sulla terra, custodi dei mortali, osservando le sentenze della giustizia e le azioni scellerate, vestiti di aria nebbiosa, ovunque aggirandosi sulla terra, dispensatori di ricchezze: questo privilegio regale posseggono.» Nel contesto di questa descrizione le nebbie denotano l’Ades, il luogo di riposo di una stirpe defunta. Il senso attribuibile a queste parole rientra in un discorso di tipo evemeristico, la divinizzazione degli antenati che una volta morti nel corso del tempo diventano lari, spiriti del focolare, i cosiddetti protettori della famiglia. Essi parlano udibilmente dal sottosuolo, dalle pietre delle fondamenta, dalla bocca degli idoli di casa. Diventano consiglieri e insegnanti tramite le udibili voci dei demoni. Potrebbe venirci in mente Isa 29:4 che descrive la voce di Sion bisbigliante parole che vengono dalla terra, come un medium spiritico, Ariel, il focolare dell’altare di Dio.

La scelta del proprio daimon secondo Platone

“Quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano a Lachesi. A ciascuna ella dava come compagno il daimon che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto. E il daimon guidava l’anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino prescelto è ratificato. Dopo il contatto con Cloto, il daimon conduceva l’anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino. Di lì, senza voltarsi, l’anima passava ai piedi del trono di Necessità.” (PLATONE, Repubblica, X, 620d-e). In breve, l’idea è la seguente. Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quaggiù, un daimon, che è unico e tipico nostro.

Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino. Secondo Plotino (205-270 d.C.), il maggiore dei filosofi neoplatonici, noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato. Si tratterebbe di ripetute reincarnazioni, dato che i daimones, essendo spiriti di defunti generalmente aspirano a tornare in un corpo.

Tutto il mondo giace nel malvagio

Allora emerge una domanda: gli esseri umani sono soggetti ad angeli o a demoni? “Noi sappiamo che abbiamo origine da Dio, ma tutto il mondo giace nel malvagio”, ὁ κόσμος ὅλος ἐν τῷ πονηρῷ κεῖται si legge in 1Gv 5:19. Di conseguenza tutto il mondo sta nel potere dei demoni che hanno come capo Beelzebub. (Lc 11:15) Giovanni sottolinea l’antitesi tra i credenti che sono nati da Dio ed il mondo che appartiene in tutta la sua completezza al maligno. Alcuni commentatori hanno collegato quest’espressione dello stare nel malvagio al bambino adagiato, comodamente avvolto, nel ventre della madre. Dalla preposizione ἐν davanti a cosmos, si comprende che è come se il mondo fosse completamente circondato, avvolto nel diavolo, come in una placenta. L’uso del verbo κεῖται, più forte del verbo essere, indica lo stato di permanente passività del mondo nei confronti del maligno, il poneròs.

Questo termine, un aggettivo sostantivato, significa sofferente, in cattive condizioni. Deriva da ponos, pena, fatica, travaglio, traversia, guaio, affanno. Ne emerge l’inevitabile agonia legata alla pratica del male. In Giobbe 15:20 il corrispondente ebraico rende lo stesso concetto: “Il malvagio soffre dolori tutta la sua vita”. In 1Gv 5:19 l’appartenenza al diavolo è messa in netto contrasto con l’appartenenza a Dio. Anche in Atti 17:28, relativamente al fatto che “in Dio viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”, troviamo la preposizione greca ἐν davanti a Theòs. Vivere in Dio o vivere nel malvagio sono le uniche due condizioni possibili per gli esseri umani. Ne possiamo dedurre che solo divenendo parte del corpo di Cristo ci possiamo liberare dal daimon che rende gli uomini partecipi del corpo mistico di Satana. Viceversa noi possiamo entrare nel corpo mistico del Cristo. Tommaso d’Aquino infatti afferma che esistono due Corpi Mistici nel mondo terreno e ultraterreno, tra i quali ogni essere umano è inevitabilmente chiamato a scegliere, crescendo nell’uno o nell’altro.

Un essere intermedio

Nella Grecia antica con il termine daimon s’intendeva un essere intermedio tra l’uomo e la divinità, di natura benigna o maligna, un genio, un’entità invisibile collegata al piano ontologico dell’essere. Il daimon si trova a metà strada tra gli dei e gli uomini, agisce da intermediario, contribuisce a riempire l’intervallo tra le due categorie facendo in modo che nell’universo tutte le parti siano armoniosamente legate. Il daimon è un’entità a cui normalmente non si dedica culto e che tuttavia interviene nel culto in quanto intermediario degli dei. L’idea di un demone che fosse il costante compagno di una persona e che se ne prendesse cura era presente in Grecia già fin dal V secolo a.C. Il concetto che il demone fosse la causa della felicità o dell’infelicità di una persona ebbe una diffusione molto ampia. Questi daimones, nella terminologia dei classici, potevano essere anche spiriti più o meno impuri.

Lo stesso Apuleio afferma che l’anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. Marc’Aurelio parla del daimon nei suoi Pensieri e scrive: “Rimane la cura di non insozzare il demone che ha preso dimora nel nostro petto, la cura di non turbarlo con impressioni confuse e molteplici, di mantenerlo sereno e benigno, tributandogli rituale e onore come a un dio e non dire nulla che sia contrario al vero, e non fare nulla contro giustizia.” (Cfr. Ef 4:30) Come dobbiamo comprendere questa espressione: “Il demone che ha preso dimora nel nostro petto”? Nelle scritture greche-cristiane ricorrono espressioni simili?

Il desiderio

Giacomo scrive: ‘O vi sembra che la scrittura dica senza scopo: “Con tendenza all’invidia lo spirito che ha preso a risiedere dentro di noi continua ad avere ardente desiderio”’? Questo versetto ha dato parecchio filo da torcere ai commentatori. Giacomo sembra fare una citazione dal vecchio testamento ma parafrasando a memoria e senza esprimersi molto chiaramente. A quale passo biblico intendeva riferirsi? Dopo che Caino ebbe offerto a Dio il suo dono, Genesi 4:5-7 riferisce ciò che l’Eterno gli disse: “Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!” Qui il peccato è raffigurato come belva in agguato, piena di desideri, come se fosse un vero e proprio essere vivente. (Cfr. 1Pt 5:8) Quel che qui m’interessa è il termine ebraico legato ai desideri: teshuqah תְּשׁוּקָה, lo stesso che ricorre in Ge 3:16 circa la brama di Eva e nel Cantico di Salomone circa il desiderio dell’amato per l’amata. (v.7:10)

Il Brown-Driver-Briggs, lessico di ebraico-inglese, definisce il termine teshuqah תְּשׁוּקָה come longing; — of woman for man (desiderio di donna per l’uomo), of beast to devour, (desiderio di bestia di divorare). Riporto testualmente: [תְּשׁוּקָה] noun feminine longing; — of woman for man, אֶלאִֿישֵׁח תְּשׁוּקָתֵח Genesis 3:16 (J); of man for woman, אֲנִי לְדוֺדִי וְאֵלַי תְּשׁוּקָתוֺ Cant 7:11; of beast to devour, figurative אֵלֶיךָ תְּשׁוּקָתוֺ Genesis 4:7 (J). (ᵐ5 ἀποστροφή Genesis, ἐπιστροφή Canticles, whence NesMarg. 6 proposes תְּשׁוּבָתֵךְ Genesis 3:16, which BallHpt reads in all; but how explain the unusual and striking word in MT?). L’ebraico teshuqah תְּשׁוּקָה corrisponde al greco thymos θυμός, cioè quella parte passionale, collerica dell’essere che negli scrittori greci sta alla base della volizione e del desiderio, legata alla nostra natura animale. Si tratta di quel lato dell’essere che in Omero e nei poeti è gestita dall’esterno dagli dei.

Il Thymos

Thymos (in greco θυμός) è una parola che esprime il concetto di “anima emozionale“. La parola indica un’associazione fisica con il respiro o col sangue, e risiede nel petto. Nelle opere di Omero, thymos fu utilizzata per indicare le emozioni, il desiderio, o un impulso interno di movimento e agitazione. Thymos era una possessione permanente di un uomo vivente, a cui apparteneva il suo pensiero ed il suo sentimento. Quando nelle opere omeriche un eroe è sottoposto ad una situazione stressante può esternare il suo thymos, conversando con esso come se esso fosse un’altra persona, il suo doppio. Per gli Egizi è il Ba. Eraclito scrive: «È arduo combattere contro il thymos: ciò che vuole lo compra a prezzo dell’anima». Quando un uomo cessa di muoversi e muore, il thymos abbandona le sue membra. Achille combatte «quando nel petto il thymos gli parla e un dio lo sospinge» (Iliade, IX, 702 sg.)

Platone parla del thymos come di una delle tre parti costituenti la psiche umana: nel celebre Mito del carro e dell’auriga, nel dialogo del Fedro, descrive l’anima come un cocchio il cui auriga o logos guida i due cavalli Thymos ed Epithymia. Questi due termini sono entrambi utilizzati nelle Scritture e segnalano una certa continuità di pensiero tra il mondo greco e giudaico. Epithymia è un’entità collegabile al concetto di Eros. Il termine desiderio viene utilizzato nelle Scritture come traduzione di epithymia.

La tentazione

Desiderare significa farsi trasportare da una forza ambivalente: si possono desiderare sia il male che il bene, dipende da quale dei due si decide di farsi trasportare. Consideriamo per esempio le ultime parole della preghiera del Padre Nostro. Qui Gesù ci insegna a pregare e a chiedere al Padre di non condurci in tentazione. Molto si è discusso di questa questione. Davvero il Padre ci conduce in tentazione? Il greco legge: καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν. (Matteo 6:13) Il verbo εἰσφέρω vuol proprio semplicemente dire condurre, trasportare e il riferimento consiste in una richiesta di sostegno nel sapersi destreggiare nel pericoloso mondo dei desideri.

Anche Giacomo tocca questo tasto e scrive: “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte”. (Gc 1:13-15) Sempre positivo è il desiderio della felicità, e del premio promesso per la vita eterna. Ma esiste anche un desiderio del male, del peccato, che addirittura può aumentare a causa della proibizione del peccato stesso. Non a caso la proposizione epì significa anche andare contro, contrastare. Le passioni sono atti o moti involontari, che l’uomo condivide con gli animali e che deve saper dominare. Le passioni vanno educate.

Il desiderio della donna per l’uomo

Le parole pronunciate da Dio in Ge3:16b nei confronti di Eva fanno riflettere. Le disse: il tuo desiderio sarà verso l’uomo ed egli ti dominerà. Secondo me c’è in questo passo un problema di traduzione generalizzato, cioè presente in tutte le Bibbie. Mi chiedo: cosa è ciò che finisce per dominare la donna? A mio modo di vedere, non è il marito ma il desiderio di avere un uomo, il desiderio del maschio, l’eros. Il pronome ebraico הוּא è indifferenziato, vale cioè tanto per il maschile che per il femminile. Si applica quindi indifferentemente a marito o a desiderio, termine che in ebraico è femminile. Ecco dunque spiegato l’impulso erotico che domina nella donna come nell’uomo. A Caino Dio, in merito al desiderio peccaminoso, impone un comando: Tu lo devi dominare. Giacomo giustamente scrive: “Il desiderio quando è divenuto fertile produce il peccato”. (Gc1:14)

Il termine greco usato da Giacomo è sorprendentemente ἐπιθυμία, termine che deriva dal verbo έπιθυμέω, nella cui radice è appunto θυμός. L’epithymìa sembra connotarsi come desiderio in quanto passione; ha la radice nel thymos, rispetto al quale sta – per così dire – un gradino sotto. In latino è resa con concupiscentia. Nel suo articolarsi in diverse sotto-passioni comprende sia amore (eros), sia odio (misos), sia l’ira (thymos) che il risentimento. La storia del concetto parte con l’ira di Achille. Nell’universo sentimentale greco, quindi, il desiderio è passione fondamentale che dà origine e impulso alle passioni più importanti. È talvolta il desiderio per ciò che è proibito, il desiderio errato che Paolo in Ro 6:12 invita a dominare dicendo: “Perciò non lasciate che il peccato continui a regnare nel vostro corpo mortale per ubbidire ai suoi desideri”. Poi aggiunge: “Il peccato non vi deve signoreggiare” (v. 14)

La metafora della carrozza

In ognuno di noi, due nature sono in conflitto, il bene e il male. Per tutta la vita esse si combattono, e una deve vincere l’altra. Ma nelle nostre mani risiede il potere di scegliere: noi siamo ciò che vogliamo maggiormente essere. Epithymia può rappresentare il capriccio ma può essere anche fonte di legittimi, nobili desideri. In Luca 22:15 Gesù disse ai discepoli relativamente all’ultima cena: “Ho desiderato grandemente mangiare con voi questa pasqua.” Qui Luca usa proprio il termine epithymia. Platone relativamente all’essere umano propone un’affascinante metafora: quella di un auriga che viaggia su un carro trasportato da due cavalli. Ma cos’è il carro, chi è l’auriga e che sono i cavalli? L’auriga dovrebbe essere lo spirito, il logos, colui che presiede e impone la direzione agli animali. Egli si trova a dover dirigere thymos e epithymia, l’anima carnale dell’essere umano fatto di emozioni spesso contrastanti. Ecco che nei momenti importanti l’auriga si impone sui cavalli incitando o frenando. È lì che nell’Iliade la dea si presenta ad Achille per incitarlo all’azione.

Anche un filosofo armeno, Gurdjieff, utilizzava spesso la metafora della carrozza per descrivere la condizione dell’essere umano. L’insegnamento fondamentale di Gurdjieff è che la vita umana è ordinariamente vissuta in uno stato di veglia apparente prossimo al sogno: «L’uomo moderno vive nel sonno; nato nel sonno, egli muore nel sonno […] un uomo, se vuole realmente conoscere, deve innanzi tutto riflettere sulla maniera di svegliarsi» Gurdjieff sottolinea che, nella maggior parte della nostra vita, il passeggero è dormiente. Di conseguenza la carrozza viene lasciata nelle mani della mente e, nella peggiore delle ipotesi, delle emozioni. Da questo deduciamo che se non sono lo spirito e la coscienza a guidare la nostra vita, saremo in preda alla mente e alle emozioni, con le inevitabili conseguenze che conosciamo tutti. Ecco perché in Marco 14:38 Gesù disse “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” e perché la Bibbia in Ebrei 4:12 allude alla divisione tra l’anima e lo spirito.

L’angelo che dimora in noi

Il Ba, equivalente del thymos, per gli Egizi è la parte divina, essenzialmente spirituale, di una persona. È l’essenza che dà accesso ai mondi spirituali. Il Ba usciva dal corpo del defunto proprio come accade allo spirito secondo la spiegazione di Ecclesiaste 12:7. Grazie al Ba il defunto può assumere forme diverse, dando seguito a varie trasformazioni. Il Ba è eterno e molto vicino alla natura dei Neteru, gli dei, e del Neter, Dio. Nell’antichità egizia è spesso rappresentato dall’ideogramma del trampoliere, la grande cicogna africana. Altri modi per rappresentare il Ba erano l’uccello a testa umana e l’ariete, rappresentazione di uno spirito divino di prim’ordine. Il segno dell’acqua che scende nel vaso che precede i geroglifici rappresentativi del ba sarebbe la reminiscenza di un’antica credenza secondo la quale le stelle in cielo erano gli spiriti, moltitudini di Ba illuminati dalle loro lampade accese. A questo punto verrebbe spontaneo un confronto con Ri 12:3-4 che descrive la coda del dragone che trascina con sé un terzo delle stelle del cielo, gli spiriti, ed allora, come si legge, “guai alla terra e al mare”. E’ a quel punto che la gran città si divide in tre parti, ed un terzo della terra e degli alberi viene bruciato, un terzo del mare diviene sangue, un terzo delle navi fa naufragio, un terzo del sole, della luna e delle stelle sono oscurati, un terzo degli uomini uccisi. (Ap 8:7-12;15,18)

Questa reminiscenza egizia relativamente ai ba in quanto stelle solleva delle domande: chi sono veramente gli spiriti dimoranti nell’uomo?  Giobbe 38:7 descrive l’esultanza di tutti i figli di Dio, spiriti descritti come stelle del mattino, nel contemplare la creazione della terra. La conclusione dovrebbe essere questa: dato che è pneuma ciò che dimora nell’uomo, lo spirito che dimora in noi è divino, ma fintanto che non esercitiamo la fede, è costituito da un insieme di forze demoniche. In Saul le due diverse presenze sono ben evidenziate. Gesù, riferendosi a certi piccoli, disse che i loro angeli hanno sempre lo sguardo fisso sulla faccia di Dio. (Mt 18:10) Il testo greco è molto interessante per via della presenza del verbo βλέπω/blepo che convoglia significati spirituali di notevole spessore. Riporto alcuni aspetti del suo significato tratti dal Thayer’s Greek Lexicon. Βλέπω: to perceive by the senses, to feel; to discover by use, to know by experience; to have (the power of) understanding; to discern mentally, observe, perceive, discover, understand. Ecco che dentro ciascuno di noi c’è originalmente una sensibilità in grado di percepire, se c’è la fede, la perfezione dell’angelo. Gv 13:2 afferma che il Diavolo pose nel cuore di Giuda l’idea del tradimento. Luca 22:3 aggiunge che non appena Satana entrò in lui egli andò a parlare con i capi del tempio. Dunque è lo spirito dentro di noi che ci spinge all’azione.

La relazione dell’anima con l’angelo

Lo spirito che dimora dentro di noi e che ci rende partecipi della natura divina, ci fa stare alla presenza di Dio. Noi sappiamo dai tanti riferimenti contenuti nelle Scritture di vivere in Dio e che la nostra cittadinanza è nei cieli. (Atti 17:28; Flp 3:20) Dio pone dentro di noi il suo sigillo, ci dà la “caparra”, il “suggello” dello spirito, una nuova nascita in Cristo. Quando lo Spirito Santo viene a dimorare in noi come “pegno” della nostra eredità futura in Cristo, siamo radicalmente trasformati e la nostra vita cambia dall’oggi al domani. La sua azione continua fino a portarci al risultato, cioè ad ottenere l’eredità eterna. Nel frattempo ci sommerge costantemente di doni spirituali. Ma ricordiamolo sempre: il demone dimora in ognuno accanto a un angelo. Lo spirito asseconda i nostri desideri, senza imporre su di noi una sua volontà prevaricante. È il nostro specchio, visto che siamo fatti a immagine di Dio. L’etnologo Ake Hultkrantz, studioso dei popoli amerindi, afferma che, secondo queste popolazioni, l’anima «trae origine da un’immagine» ed è «concepita sotto forma di immagine», l’immagine di Dio. (Gc 1:23-25)

Questa immagine che ci accompagna come un’ombra nella vita, non è però sempre una guida morale né va confusa con la voce della coscienza. In Harry Potter si legge: «Allora» disse Silente lasciandosi scivolare giù dal banco per venirsi a sedere a terra accanto a Harry. «Tu, come centinaia prima di te, hai scoperto le dolcezze dello Specchio delle Brame […] Ci mostra né più né meno quello che noi desideriamo più profondamente e più irresistibilmente in cuor nostro». Il genius dei latini non era un moralista. Benché «conoscesse tutto del futuro di un individuo e ne determinasse il destino», tuttavia «tale divinità non esercitava alcuna sanzione morale; era semplicemente un agente della sorte personale. Si poteva tranquillamente chiedere al proprio Genio di realizzare desideri malvagi o egoistici». A Roma come nell’Africa occidentale o a Haiti, una persona poteva chiedere al proprio daimon di fare ammalare i propri nemici, di gettarli sul lastrico, di aiutarla a manipolare o a sedurre gli altri. C’è probabilmente tra l’essere carnale dell’anima e il daimon un’osmosi, qualche forma di reciproca influenza. Se noi siamo tendenzialmente retti, un angelo ci guida tramite la coscienza. Se viceversa rigettiamo la sua guida ci abbandona e cadiamo in preda a spiriti via via più degradati.

Il possesso demonico nelle scritture

Mi sono spesso stupita di trovare così tanti casi di possesso demonico nei vangeli. Al tempo di Gesù moltissimi erano quelli che stavano nel potere dei demoni. Molte malattie erano la conseguenza del possesso. Un paio di esempi: Luca 8:2-3 narra di Maria Maddalena da cui erano usciti 7 demoni. Il testo greco parla di πνευμάτων πονηρῶν καὶ ἀσθενειῶν cioè di spiriti malvagi e di malattia. Dalle Scritture comprendiamo che spiriti malvagi sono alla base di debilitanti malattie. È sempre il demonio che rende la vita dell’uomo sulla terra impossibile. Esiste un profondo legame tra la malattia e il demonio che si manifesta tramite una malattia. Non esiste un disturbo senza il demonio. Anche Paolo in 2 Cor 12:7 era tormentato da un angelo di Satana con una fastidiosa spina nella carne.

Prendiamo poi il caso della donna che era stata piegata per 18 anni. Anche lei era tormentata da uno spirito di astenia: γυνὴ ἦν πνεῦμα ἔχουσα ἀσθενείας. Le scritture greche usano spesso il termine astenia per indicare la malattia. Molte patologie, cecità, mutismo, schizofrenia, depressione, infinite forme di depravazione e pazzia sono da attribuire ai demoni. Possiamo credere nell’esistenza di un essere autonomo all’interno e all’infuori del nostro corpo, il demonio, che è libero di agire per provocare in noi il male. Si pensi al caso di Giobbe. (Gb 1:11; 2:4-5) Il demonio è quello che provoca ogni genere di malesseri nell’uomo.  Se non partissimo col riconoscere la presenza del maligno non ci sarebbe una plausibile spiegazione della causa del tanto male esistente nell’universo. La malattia innanzitutto ha la sua consistenza spirituale, non solo quella materiale. Il modo di Gesù di considerare la malattia partiva dal profondo.

Il tema del carro e dell’auriga

È nel Fedro (246 a-b) che Platone introduce la celebre immagine del carro alato, trainato da due cavalli, uno bianco ed uno nero. Platone scrive: “Si consideri l’anima simile alla potenza congiunta di una biga alata e di un auriga. Ebbene, mentre i cavalli e gli aurighi degli dei sono tutti buoni in sé, ossia di buona razza, gli altri sono misti. In noi l’auriga guida un carro a due cavalli: dei due cavalli in suo potere, uno è bello e buono e discende da cavalli che lo sono altrettanto, mentre l’altro discende da cavalli che sono l’opposto ed è lui stesso tutto l’opposto. Perciò il compito dell’auriga nel nostro caso è un compito necessariamente arduo e ingrato. Bisogna perciò cercare di dire in che senso l’essere vivente è stato chiamato mortale o immortale.

Ogni anima si prende cura di tutto ciò che è inanimato e vaga per tutto il cielo, apparendo ora in una forma ora in un’altra. Quando dunque l’anima è perfetta e dotata di ali, vola in alto e governa tutto il mondo; mentre, quando ha perduto le ali, precipita fino a raggiungere qualcosa di solido e, stabilitasi lì, assume un corpo terreno che, a causa della forza dell’anima, sembra muoversi da sé». Qui Platone definisce l’anima umana (o spirito) come soggetta alla corsa di due cavalli di diversa tempra, il che prefigura in noi la possibile presenza di spiriti o demoni di natura diversa, originatisi da un mondo spirituale che talvolta ci guida e altre volte ci domina. Questo dipende dal nostro desiderio, dalle nostre aspirazioni e dai nostri obiettivi. La differenza consiste nel nostro desiderare le cose dello spirito oppure quelle della carne. (1 Cor 2:14) Paolo descrive il suo continuo, strenuo combattimento contro la carne: “Il bene che voglio non lo faccio, il male che non voglio è ciò che io faccio”. (Ro 7:19-21) È la legge del peccato!

Lo spirito e le passioni disordinate

Il versetto 4:7 di Giacomo, lo scrittore che mi ha dato modo di inseguire questo genere di collegamenti, aggiunge: “Sottoponetevi perciò a Dio; ma opponetevi al Diavolo ed egli fuggirà da voi.” Le Scritture rivelano in tante occasioni, la presenza di uno spirito, pneuma, nell’essere umano. In 1 Cor 7:40 Paolo scrive: “Certamente penso di avere anch’io lo spirito di Dio”. Similmente in 1 Tess 7:8 l’apostolo desidera che ciascuno “sappia possedere il suo vaso in santità ed onore, non con passioni disordinate, come i gentili che non conoscono Dio… Dio infatti non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio che vi ha anche dato il suo Spirito Santo”. Dunque ogni essere umano è compenetrato dallo spirito, uno spirito buono o malvagio, a seconda dell’inclinazione personale.

Saul, per esempio, fu in un primo tempo investito dalla potenza dello spirito divino al punto che “divenne un altro uomo”. (1Sam 10:6) Poi, avendo cominciato ad allontanarsi da Dio, era spesso afflitto da uno spirito cattivo da Dio. “Lo spirito di YHWH si era ritirato da Saul ed egli veniva atterrito da uno spirito cattivo, da parte di YHWH”. (1 Sam 16:14) “Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui”.  (1 Sam 16:23) Anche Giovanni Battista fu pieno di spirito santo fin dal seno di sua madre. (Lc 1:15) Così pure Gesù si trovava nel pieno potere dello spirito e fu lo spirito a spingerlo nel deserto dopo il battesimo per essere tentato dal Diavolo. (Lc 4:1; Mc 1:12)

Il frutto della carne e quello dello spirito

Giacomo 4:5 ci fa comprendere com’è la natura dei demoni, una natura carnale, lussuriosa, soggetta ad ogni sorta di desideri. Un uomo dalla natura carnale, dopo la morte avverte l’improvvisa mancanza del corpo e ha bisogno di darsene uno. Allora individua qualcuno in cui prendere dimora. L’uomo che viveva tra le tombe di Luca 8:27-34 era abitato da molti demoni, una legione, che lo tormentavano e non gli davano pace. Quando Gesù li espulse di lì dentro, lo supplicavano di non mandarli nell’abisso, cioè nell’Ades. Essi chiesero perfino di entrare in un branco di porci pur di sentirsi addosso un corpo qualsiasi. I demoni hanno bisogno di vivere sensualmente, di avere la sensazione di mangiare, di bere, di muoversi, di vivere il sesso e divertirsi. Fanno questo entrando nella pelle dei viventi, tormentandoli all’estremo. Per non soccombere un uomo deve essere ben armato, brandendo la spada dello spirito, la parola di Dio.

Le Scritture ci esortano infatti di indossare la completa armatura dello spirito. (Ef 6:11-13,17) Gesù disse: “Quando l’uomo forte, ben armato, custodisce la sua casa, i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, questi gli toglie l’armatura nella quale confidava e ne divide le sue spoglie.” (Lc 11: 21-22) Perciò, quando un uomo non è ben armato spiritualmente succede quanto illustrato nei versetti successivi. (Lc 11:24-26) In quell’occasione Gesù parlò di uno spirito che uscito da un uomo, passa per luoghi aridi in cerca di un luogo di riposo, e non avendolo trovato ritorna alla casa precedente e vi porta sette altri spiriti più malvagi di lui. E le condizioni dell’uomo peggiorano.

La coscienza

In Ro 2:14-15 emerge un termine che la dice lunga circa la nostra vita interiore. Vi si legge: “Infatti quando i gentili, che non hanno la legge, fanno per natura le cose della legge, essi, non avendo legge, sono legge a se stessi; questi dimostrano che l’opera della legge è scritta nei loro cuori per la testimonianza che rende la loro coscienza, e perché i loro pensieri si scusano o anche si accusano a vicenda”. Al v. 15, il testo greco legge: οἵτινες ἐνδείκνυνται τὸ ἔργον τοῦ νόμου γραπτὸν ἐν ταῖς καρδίαις αὐτῶν συμμαρτυρούσης αὐτῶν τῆς συνειδήσεως καὶ μεταξὺ ἀλλήλων τῶν λογισμῶν κατηγορούντων ἢ καὶ ἀπολογουμένων. Qui, oltre al termine suneidesis (coscienza) vorrei sottolineare anche la presenza del verbo summartano (rendo testimonianza con). Le due parole hanno in comune il prefisso syn che implica collaborazione, sinergia, partecipazione con qualcuno al di fuori di noi.

Farò degli esempi. La parola simpatia deriva da un termine greco che significa soffrire con qualcun altro. Il termine controllo deriva dal francese ed indica un registro (rotolo) che fa da riscontro ad un altro. Il termine greco synballo che significa incontrarsi con qualcuno/qualcosa presuppone la presenza di due entità. Così il termine coscienza indica il vedere e capire qualcosa con qualcun altro. Se è vero che la mia coscienza rende testimonianza con qualcun altro, questo implica in me la presenza dello spirito che mi assolve o mi condanna. In Romani 9:1 infatti Paolo dichiara: “la mia coscienza rende testimonianza con me nello spirito santo”. In Ri 19:10; 22:9 l’angelo dichiara di essere nostro syndolos: “Io sono solo un compagno di schiavitù tuo e dei tuoi fratelli.” Qui il greco scrive: σύνδουλός σού εἰμι καὶ τῶν ἀδελφῶν σου. L’angelo si dichiara dunque nostro umile compagno.

L’inconscio

Ci sono certi aspetti della nostra mente e del nostro profondo che si spiegano soltanto a partire dal concetto di spirito, di un doppio che abita in noi. Pensiamo per esempio all’inconscio collettivo di Jung e ai suoi archetipi. La psicanalisi distingue tra inconscio, preconscio e coscienza, o anche tra Es, Io e Super-Io. Consideriamo per esempio l’Es. Letteralmente il termine corrisponde al pronome neutro di 3p.s. (in italiano ‘esso‘, a implicare una sorta di estraneità rispetto ai nostri processi coscienti). È infatti la sfera caratterizzata dalla completa estraneità all’Io: è il luogo dei contenuti psichici rimossi, territorio delle pulsioni contrastanti e della continua pressione rivolta al soddisfacimento del piacere e dei bisogni egoistici.

Nell’Es non vigono le leggi della logica, non esistono giudizi di valore, non funzionano i meccanismi della memoria. L’Es viene identificato nell’inconscio i cui contenuti sono determinanti per la nostra attività psichica. Il Super-Io invece è la fonte di sentimenti come vergogna, senso di colpa, angoscia e timore della punizione. Il Super-io è il rappresentante dei più alti ideali etici e morali che gli esseri umani coltivano. Rappresenta l’origine della coscienza morale, ma non è ancora la coscienza. Quest’ultima infatti si forma attraverso un lungo processo personale, di sviluppo e revisione, di critica e superamento dei codici di comportamento interiorizzati nel Super-io. A tutti questi processi si lega misteriosamente il nostro meccanismo del doppio, lo spirito. Il daimon (o l’angelo) comunica con la nostra psiche attraverso i sogni, le visioni, le sincronicità, le premonizioni, l’intuizione che è il sesto senso. Decifrare ed accogliere tali richiami può fare la differenza.

Angeli e demoni

A questo punto vi chiederete quale possa essere la diversa genesi di queste due categorie, gli angeli e i demoni. Dio è chiamato Padre degli spiriti (Eb 12:9) e padre delle luci (Gc 1:17). Dunque potremmo pensare che esistono originariamente spiriti di natura ancora indifferenziata, si potrebbe dire neutra, non ancora caratterizzati di una propria decisa fisionomia personale. Essi però nel tempo, man mano che vivono e materializzano corpi umani, assumono personalità di vario tipo e restano probabilmente impregnati in misura sempre maggiore del malefico influsso terreno che appartiene a Satana. Infatti nel corso del tempo e talvolta di molte vite gli spiriti si macchiano aggiungendo errore ad errore. In altri campi invece continuano sul cammino della perfezione. Tutti quanti questi spiriti appartengono alla categoria che i greci individuavano come demoni (eudaimones e kakodaimones). Nella Bibbia gli spiriti sono distinti in angeli di Dio e angeli di Satana. Tuttavia gli esseri umani sono costituzionalmente soggetti agli spiriti demonici. Infatti tutto il mondo giace nel potere del malvagio. (1Gv 5:19)

In 2Cor 11:14-15 si legge che Satana si traveste da angelo di luce come pure i suoi servitori. Costoro, i ministri di Satana, sono definiti suoi diaconi “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere.” Alla fine gli spiriti sono giudicati secondo le loro opere, ma questo avviene proprio solo alla fine. Salmo 82:1-7 descrive un’assemblea celeste. Dio presiede l’assemblea del divino e in mezzo agli dei giudica. Quella è un’assemblea in cui partecipano tutti, buoni e malvagi e Dio li accusa di cattivo governo. Assemblee similari sono presentate altrove nelle scritture, per esempio in Giobbe 1:6, oppure in 1Re 22:20-21. Sono assemblee plenarie e vi partecipano tutti, Satana incluso. (Cfr. Ebrei 12:23 che descrive miriadi di angeli in generale assemblea)

Malak YHWH

Ri 12:7 riferisce della guerra in cielo: Michele e i suoi angeli guerreggiarono contro il dragone. Nell’episodio dell’annunciazione (Lc 1:19, 26) l’angelo che si presenta a Maria si chiama Gabriele.  Dato che gli angeli sono inizialmente forze non meglio distinte e non hanno nomi personali, chi sono Gabriele e Michele? Dare una risposta a questa domanda per adesso non sembra facile. Il nome di entrambi porta con sé la desinenza El che significa Dio. Fra i 113 usi per indicare un messaggero celeste 65 compaiono nella formula “מַלְאָךְ יהוה” (malak YHWH), cioè “messaggero Yahweh”, che viene normalmente tradotta con “angelo del Signore”. YHWH è a capo degli Elohim.

Anche ad Abramo si era presentato un angelo menzionato come Jahwè. In Genesi 28:15-16 si racconta di Giacobbe che svegliandosi dal sonno dopo aver visto la scala su cui salivano e scendevano gli angeli disse: “Veramente Geova è in questo luogo e io stesso non lo sapevo”. Anche quando Giacobbe fu alle prese con l’angelo per una notte intera finì per chiedergli il nome: “Dichiarami ti prego il tuo nome” Egli disse: “Perché mi chiedi il mio nome?” (Ge 32:29) Il luogo fu subito chiamato Peniel che significa “faccia di Dio”.  Similmente Manoa, nel racconto dei Giudici, chiede il Nome dell’angelo che gli è appena apparso. L’angelo, malak YHWH, risponde con queste parole: Perché chiedi il mio nome che è meraviglioso? (Gd 13:18) Allora Manoa, che ha appena ricevuto l’annuncio di essere lì lì per generare un figlio, offre un capretto a Geova. Essendo preoccupato per aver visto Dio, la moglie lo rassicura dicendo che se Geova si fosse dilettato a farli morire non avrebbe accettato l’olocausto. (Gd 13:2-24) Da questo racconto potrebbe emergere il fatto che malak YHWH è proprio Dio. Egli si presenta e svanisce nella fiamma dell’altare esattamente come nell’episodio del roveto ardente. (Es 3:2) In Isaia 37:36 Malak YHWH uccide 185.000 soldati del campo assiro. Questa non fu un’impresa portata a termine da un angelo qualsiasi, ma dal medesimo capo degli Elohim.

Gli spiriti: originalmente un corpo unico

In cielo, fintanto che Michele non ebbe guerreggiato, vinto e cacciato il dragone coi suoi angeli, (Ri 12:7) tutti gli spiriti vivevano a fianco a fianco. Nell’Antico Testamento sono presenti pochissime evidenze dell’esistenza degli angeli caduti e quasi sempre solo a proposito di Satana. (Cfr. Ge 6:2; Gb 1:6:12; 2:4-6; Isa 14:12-15) Sarà soltanto dopo l’espulsione del diavolo dai cieli che potremo assistere ad una vera e propria separazione tra i due schieramenti, quella degli angeli di Michele e quella degli angeli del dragone. (Ri 12:12) Gli angeli caduti sono descritti come coloro che «hanno seguito la via di Satana», il che implica che Satana li ha guidati nelle loro vie peccaminose. Tuttavia Satana e i suoi angeli restano chiaramente al servizio di Dio. Satana è il governante di questo mondo e amministra il potere politico. (Mt 4:8-9; Ro 13:1)

Fino al momento della cacciata del dragone descritta in Apocalisse, perfino nelle più alte sfere angeliche la distinzione non è granché rimarcata. Non a caso YHWH è detto essere il “padre degli spiriti di ogni carne”, intendendo quindi sia i buoni che i malvagi, un corpo unico. (Nu 16:22) Fu probabilmente tra i Serafini, che pure costituiscono la gerarchia più elevata, ad emergere un illustre infiltrato, Satana. Il Diavolo figura in modo molto più prominente nel Nuovo Testamento che nell’Antico e nel giudaismo. Se nell’antico testamento la figura di Satana è piuttosto sfumata nel raggiungere il Nuovo Testamento siamo colpiti dall’unità, chiarezza e definizione del profilo di Satana e dei demoni.

Origene e l’uguaglianza originale degli Spiriti Creati

Origene sostenne che “In principio tutte le nature intellettuali furono create uguali e simili, poiché Dio non aveva motivo per crearle altrimenti”. Le loro attuali differenze sono derivate solamente dal loro differente uso del dono del libero arbitrio. Gli spiriti creati buoni e felici si stancarono della loro felicità e precipitarono, alcuni più, altri meno. Da quel momento si creò la gerarchia degli angeli; da quel momento nacquero anche le quattro categorie di intelletti creati: angeli, stelle (supponendo, come è probabile, che esse fossero animate) uomini e demoni. Ma i loro ruoli potranno essere, un giorno, cambiati; poiché ciò che il libero arbitrio ha fatto, il libero arbitrio può disfare, e solo la Trinità è essenzialmente immutabile nella sua bontà.

Origene e la salvezza dei demoni

Origene quindi affermò che gli angeli come gli esseri umani possono peccare, pentirsi ed ottenere il perdono divino. Secondo la sua filosofia, un angelo di Dio può diventare demone, e viceversa ogni demone può ottenere il perdono di tutti i peccati e la salvezza eterna nel Giudizio Universale, poiché la morte in croce e la resurrezione di Gesù Cristo sarebbero avvenute anche per la loro redenzione. Ecco quindi la spiegazione del motivo per cui Gesù dopo la morte, essendo uno spirito, andò a predicare ai morti.

Serafini

Il termine serafino שָׂרָף è basilarmente tradotto come serpente. Esso ricorre 7 volte nelle Scritture. In particolare in Num 21:6, 8 e Deut 8:16 il riferimento va a serpenti velenosi e scorpioni, simboli generalmente applicati a Satana, figura in netta contrapposizione con Gesù. Sia Satana che Gesù sono paragonati ai serpenti. (Nu 2:9) La storia sembrerebbe identificarli entrambi con Lucifero, ossia il serafino più splendente e più di tutti vicino a Dio. Sull’identità di Lucifero (“portatore di luce”) c’è una certa confusione.

Il termine significa letteralmente Portatore di luce, in quanto tale denominazione deriva dall’equivalente latino lucifer, composto di lux (luce) e ferre (portare), sul modello del corrispondente greco phosphoros (phos=luce e phero=portare), che indica la cosiddetta «stella del mattino», cioè il pianeta Venere visibile all’aurora. Nella corrispondenza tra divinità greche e romane l’apparizione mattutina del pianeta Venere era personificata dalla figura mitologica del dio greco Phosphoros e del latino Lucifer. Nella Bibbia però l’appellativo di stella del mattino si applica sia a Gesù in Rivelazione 2:28 ed 22:16 che a Satana in Isaia 12:12-20. La luce riveste nelle scritture profondi valori spirituali che vanno ben oltre la semplice materialità dei fenomeni.

La bestia che esce dall’abisso

Un certo Aleister Crowley, occultista, che si definiva “la bestia 666”,un giorno ricevette l’ordine di sedersi e aspettare che un dio gli dettasse un messaggio. L’8 aprile 1904 gli apparve un demone di nome Aiwass «il dio oscuro, la Bestia che si trova oltre l’Abisso». Apocalisse 11:7 riferisce della “bestia selvaggia che ascende dall’abisso” la stessa bestia di due capitoli dopo, dove Giovanni al v. 13:1 racconta di aver visto “ascendere dal mare una bestia selvaggia con 10 corna”. Dunque che cos’è l’abisso nelle Scritture? Il termine greco “abisso” ricorre 9 volte ed in particolare lo troviamo in Luca 8:31 dove si legge dei demoni che supplicano Gesù perché non comandi loro di andare nell’abisso. I demoni, come emerge da questa descrizione, partecipano della follia bacchica. Si comportano come le menadi che indossando pelli di animali gridavano e si dimenavano per poi attaccare e uccidere intere mandrie, nutrendosi delle loro carni crude. Questo è quanto accadde ai porci della descrizione di Luca 8:32-34. I demoni sono gli spiriti dei morti, soprattutto quelli che maggiormente vissero secondo la carne. L’abisso è l’Ades del ricco epulone, separato da una voragine dal seno di Abramo. (Lc 16:19-31)

Romani 10:7 spiega bene cos’è l’abisso quando legge: “Chi scenderà nell’abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti.” L’abisso è l’Ades, il regno dei morti. I demoni sono pertanto gli spiriti dei morti. Da questo ragionamento non si scappa. Paolo dice che le nazioni sacrificano ai demoni e non a Dio. (1Corinti 10:20-21) In effetti larga parte dei sacrifici offerti dall’antichità erano per i defunti, libagioni di latte, miele, acqua, vino, sacrifici di capri. Comprendendo cos’è l’abisso possiamo capire anche chi sono i demoni. Gesù fu accusato di cacciare i demoni per mezzo di Beelzebub. Ai discepoli, Gesù aveva dato autorità sui demoni. Marco 3:14-15 legge: “Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni”. Evidentemente i demoni non sono Satana ma suoi galoppini e gli sono subordinati.

Satana è indiviso

Gli uomini oggi non hanno alcun potere su Satana né sugli angeli, e solo Dio li può legare nell’Abisso. (Ap 20:1-2) Il Maestro perciò disse che “Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa”. Questo fatto di legare Satana avverrà solo dopo Armaghedon, non prima. (Mc 3:27) Dunque nessun uomo può essere più forte di Satana e saccheggiare la sua casa. Satana non può essere esorcizzato dagli uomini. E non è diviso contro se stesso né in combutta contro i suoi collaboratori. Gesù diede ai suoi apostoli il potere di scacciare i demoni, non di scacciare Satana. (Lc 10:17, 20) E c’erano inoltre demoni che non si potevano espellere se non con la preghiera. (Mr 9:28-29)

Ai suoi detrattori Gesù rispose con un ragionamento impeccabile: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non può reggersi”. Con queste parole Gesù sta dichiarando che sì, Satana divide, ma non in maniera da essere diviso in sé stesso perché sa che per ottenere risultati deve agire con l’unità, non con lotta intestina. Sono i cristiani che non sempre hanno capito questa regola d’oro. Finché saremo divisi tra di noi per piccole questioni, forse sul modo di interpretare qualche concetto o qualche passo scritturale, saremo sempre deboli. E fintanto che non costruiremo rapporti di vera fraternità offriremo al mondo una misera testimonianza del Vangelo. In ogni caso i demoni non sono angeli, dato che gli uomini non hanno nessuna autorità nello scacciare gli angeli. I demoni sono spiriti dei defunti.

Il peccato contro lo spirito

Fu esattamente nell’occasione in cui i farisei accusavano Gesù di espellere i demoni per mezzo di Beelzebub che Gesù introdusse il concetto di peccato contro lo spirito. Egli disse: “Ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà loro perdonata. E chiunque parla contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma chi parla contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonato, né in questa età né in quella futura.” (Mt 12:31-32) Sono queste delle parole molto forti e per lo più difficili da intendere veramente. Solo comprendendo a fondo il contesto in cui sono pronunciate se ne può discernere il profondo significato. Bisogna innanzitutto comprendere il fatto che scacciare i demoni nel nome di Satana è un’impresa non solo difficile ma molto pericolosa. Questo è dimostrato nel racconto di Atti 19:13-16 dove si legge: Or alcuni itineranti esorcisti Giudei tentarono di invocare il nome del Signore Gesù su coloro che avevano gli spiriti maligni, dicendo: «Vi scongiuriamo per Gesù, che Paolo predica!». E quelli che facevano questo erano sette figli di un certo Sceva, un capo sacerdote giudeo. Ma lo spirito maligno rispose e disse: «Io conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». Quindi l’uomo che aveva lo spirito maligno si avventò su di loro e, sopraffattili, fece loro tal violenza che fuggirono da quella casa, nudi e feriti.

I demoni ci conoscono e sanno se apparteniamo al Cristo o no. Quindi l’esorcismo dà buoni risultati solo nel caso in cui l’esorcista abbia davvero in sé lo spirito di Gesù. Altrimenti qualsiasi tentativo di cacciare i demoni risulterebbe pericoloso. Ma torniamo alla questione del peccato contro lo spirito. In una situazione come quella dell’espulsione demonica si tratta di comprendere chi ha l’effettiva possibilità di poterla gestire in sicurezza. Pensare di potersi affidare a Satana per ottenere una liberazione porta a peccare contro lo Spirito santo. Prendiamo per esempio la situazione in cui si debba decidere se assumere un certo tipo di farmaco antinfluenzale (parlo in maniera allusiva e pertanto chi è in grado di intendere intenda). Se io associo a quel farmaco un potere salvifico di natura trascendente, per così dire divina, così come tutti i capi politici e religiosi hanno fatto, allora finirò per l’attribuire a Dio qualcosa che appartiene a Satana e sto commettendo lo stesso errore dei farisei. Si tratta sempre di comprendere chi è veramente il padrone del gioco, se Satana o Dio. Attribuire il potere in modo erroneo conduce a commettere il peccato contro lo spirito, che è imperdonabile.

Il tartaro

Questo termine ricorre una sola volta nelle Scritture, in 2Pt 2:4. L’apostolo scrive: “Dio non si trattenne dal punire gli angeli che peccarono, ma, gettandoli nel Tartaro, li consegnò a fosse di dense tenebre per essere riservati al giudizio”. L’espressione “gettandoli nel Tartaro” traduce una forma del verbo greco tartaròo e quindi la parola “Tartaro” è inclusa nel verbo. Un pensiero parallelo si trova in Giuda 6: “E gli angeli che non mantennero la loro posizione originale ma abbandonarono il proprio luogo di dimora li ha riservati al giudizio del gran giorno con legami sempiterni, sotto dense tenebre”. Quando questi angeli “abbandonarono il proprio luogo di dimora”? Pietro lo indica parlando degli “spiriti in prigione, che una volta erano stati disubbidienti quando la pazienza di Dio aspettava ai giorni di Noè, mentre era costruita l’arca”. (1Pt 3:19-20) Questo stabilisce un legame con Ge 6:1-4, dove si parla dei “figli di Dio” che in epoca antidiluviana abbandonarono la loro dimora celeste per unirsi con donne.

La descrizione di Esiodo, antico poeta greco, dipinge il Tartaro come un luogo simile all’abisso dell’Ades. “Qui della Terra oscura, del Tàrtaro fosco di nebbie, dell’infecondo Mare, del Cielo coperto di stelle, sono, per ordine, tutte le fonti, son tutti i confini, squallidi, faticosi, che i Numi aborriscono anch’essi: bàratro immane; né chi le porte varcate ne avesse, potrebbe, anche se un anno volgesse, tornare alle soglie, ma trascinato sarebbe qua, là, da procella a procella, dogliosamente. È cosa terribile, questo prodigio anche pei Numi immortali. Quaggiù le terribili case son dell’oscura Notte, nascoste fra i nuvoli negri.”

Presso i Greci i Titani sono gli spiriti più antichi (próteroi theoí), nati prima degli olimpi e generati da Urano e Gea. Sono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversano sul mondo prima del divino intervento regolatore. Per esempio uno dei titani, Atlante, ebbe il compito di sostenere sulle spalle il mondo. Nell’antichità i Titani erano rappresentati uguali agli esseri umani, allo stesso modo degli altri dei.

Il Tartaro è l’abisso

Il fatto che Virgilio in seguito divida gli inferi fra Tartaro e Campi Elisi ci fa comprendere come il Tartaro fosse inteso come la parte più tenebrosa degli inferi, quella riservata ai demoni e ai malvagi, laddove i Campi Elisi erano il luogo destinato ai beati e agli eroi dopo la morte. Per i Greci il Tartaro era un luogo di punizione dove erano stati relegati con i Titani anche dei mortali, per esempio Tantalo. Nella Teogonia di Esiodo, il luogo era inteso come una realtà tenebrosa e sotterranea (katachthònia). Secondo Graziano Arrighetti, noto grecista, Esiodo rende la posizione spaziale del Tartaro incongruente, dacché mescola descrizioni “orizzontali” e “verticali”, ossia dipinge il luogo come “ai confini della terra” (v. 731) e contemporaneamente come al di sotto della terra (v. 720 sgg.). Egli ritiene che la questione sia insormontabile. Nella visione verticale viene descritto come una voragine buia, talmente profonda che lasciandovi cadere un’incudine questa avrebbe impiegato nove giorni e nove notti per toccarne il fondo.

Nei LXX, in Gb 40:20, leggiamo del Beemot: ἐπελθὼν δὲ ἐπ᾽ ὄρος ἀκρότομον ἐποίησεν χαρμονὴν τετράποσιν ἐν τῷ ταρτάρῳ· “E quando è salito su un monte ripido, ha fatto rallegrare i quadrupedi nell’abisso [ἐν τῷ ταρτάρῳ (“nel tartaro”)]”. In Gb 41:31-32 nella LXX leggiamo riguardo al Leviatan: ἀναζεῖ τὴν ἄβυσσον ὥσπερ χαλκεῖον· ἥγηται δὲ τὴν θάλασσαν ὥσπερ ἐξάλιπτρον, τὸν δὲ τάρταρον τῆς ἀβύσσου ὥσπερ αἰχμάλωτον· ἐλογίσατο ἄβυσσον εἰς περίπατον. “Fa bollire l’abisso proprio come un calderone di bronzo; e considera il mare come una pentola d’unguento, e la parte più bassa dell’abisso [τὸν δὲ τάρταρον τῆς ἀβύσσου (“il tartaro dell’abisso”)] come un prigioniero: considera l’abisso il suo pascolo”. L’uso di tàrtaros in questi versetti dei LXX rende chiaro che la parola era usata per indicare un luogo basso, sì, la “parte più bassa” dell’abisso. Il Tartaro corrisponde all’ebraico Sceol e al greco Ades.

I satiri

Alla voce daimon il dizionario Greco-Italiano Lorenzo Rocci legge: genio, demone, buon genio, mal genio, spirito tutelare, spirito tormentatore; spiriti, anime dei trapassati, ombra, dis manibus, geni, lares, lemures, manes, indigetes, poi anche: genio di ciascun uomo. Satana regge il mondo per mezzo dei demoni che si incarnano in certi uomini e li fanno agire politicamente come capi. La bestia di Rivelazione 13:1 esce dal mare, che corrisponde all’abisso. È una bestia politica storicizzata, in cui emergono elementi totemici antichi e stratificati come il leopardo, l’orso, il leone, le sette teste e le 10 corna, e governa per mezzo di demoni (possibili personificazioni di illustri personaggi storici antichi) che si incarnano nei politici di turno e li ispirano affinché possano esercitare l’autorità concessa loro da Satana.

Il termine ebraico che equivale a demonio è  sa’iyr da cui deriva la parola satiro con cui talvolta questo termine viene tradotto. Sa’iyr ha diversi significati e la prima volta in cui ricorre nelle scritture è in occasione della nascita di Esaù e significa peloso. (Ge 25:24) Esaù esce dal seno della madre rivestito come da un “mantello di pelo”, vale a dire “‘addoeroet sa’iyr”. Anche in Ge 27:11 Giacobbe descrive suo fratello come sa’iyr, ovvero peloso. In definitiva Esaù aveva un aspetto che rivelava in lui il portatore della dignità di un demonio. Il radicale con la lettera ebraica “sin” è relativo ad “inorridire, avere orrore, avere ribrezzo, avere paura” o anche al “turbinare, l’infuriare della tempesta”. È qualcosa che suggerisce il terrore che incute la morte. Da quel radicale discende “se’ar” e “se’arah” “pelo”, “capello”, “se’orah” “orzo” (perché peloso), “se’er” e “se’erah” “orrore”, “turbine”, ma anche “sa’ir”   “becco, capra, capro“, quindi, pure demonio. Anche i termini cacciagione e cacciatore sono termini affini. Per esempio Nimrod è un potente cacciatore צַיִד tsayid. (Ge 10:9) Siyyin, è l’abitante del deserto. In una nota in calce al salmo 72:9 circa “gli abitanti delle regioni desertiche la TNM annota in calce che si tratta di demoni. (Cfr. Mt 12:43 e Lc 11:24)

Animali mitologici

Il termine sa’iyr è una parola di notevole spessore semantico, spesso tradotto con satiro. La Vulgata Clementina rende Isaia 13:21 come segue: Sed requiescent ibi bestiæ, et replebuntur domus eorum draconibus, et habitabunt ibi struthiones, et pilosi saltabunt ibi. La LXX greca traduce dall’ebraico come segue: καὶ ἀναπαύσονται ἐκεῖ θηρία, καὶ ἐμπλησθήσονται αἱ οἰκίαι ἤχου; καὶ ἀναπαύσονται ἐκεῖ σειρῆνες, καὶ δαιμόνια ἐκεῖ ὀρχήσονται. La Vulgata rende dunque sa’iyr come pilosi e la LXX come daimonia. Vi si presentano esseri mitologici come le sirene (o seduttrici), e i draghi. Le sirene anche in Omero sono spiriti dei morti. Relativamente a un altro passo (Isaia 34:14) la Vulgata Clementina traduce come segue: Et occurrent dæmonia onocentauris, et pilosus clamabit alter ad alterum; ibi cubavit lamia, et invenit sibi requiem. La septuaginta rende: καὶ συναντήσουσιν δαιμόνια ὀνοκενταύροις καὶ βοήσονται ἕτερος πρὸς τὸν ἕτερον, ἐκεῖ ἀναπαύσονται ὀνοκένταυροι εὑρόντες αὑτοῖς ἀνάπαυσιν· Qui nelle traduzioni emergono degli esseri mitologici. Gli onocentauri sono esseri con il corpo mezzo d’asino e mezzo d’uomo, il simbolo della lussuria maschile, il cavallo nero, epithymia. Il legame di questo essere mitico è con la divinità greca di Dioniso, dio psicopompo, legato al mondo dei morti.

A proposito di Isaia 34:14 nella Riveduta del 1927 si legge: “Le bestie del deserto vi s’incontreranno coi cani selvatici, il satiro vi chiamerà il compagno; quivi lo spettro notturno farà la sua dimora, e vi troverà il suo luogo di riposo”. Dal canto suo la Giovanni Diodati (1649) legge Isaia 34:14 come segue: “E quivi si scontreranno le fiere de’ deserti co’ gufi; ed un demonio griderà all’altro; quivi eziandio si poserà l’uccello della notte e si troverà luogo di riposo”. L’uccello della notte traduce l’ebraico Lilith, un demone antichissimo. Questi passi ci aiutano a capire il sotterraneo legame tra le antiche culture, la greca, l’egizia ed il mondo delle credenze ebraiche più arcaiche. L’energia divina/demonica che si manifesta nel ciclo di creazione è definita dai suoi aspetti energetici costitutivi, che gli antichi Egizi chiamavano Neteru. La parola egiziana Neter o natura o Netjer significa forza in grado di generare la vita e di mantenerla una volta generata. Affinché la creazione esista e continui a esistere, si doveva pensare a questa energia divina in termini di principi maschili e femminili. Pertanto, gli antichi Egizi chiamavano le forze di energia cosmica con i termini Netert (principio femminile) e Neter (principio maschile).

Il NUN e l’ATUM

Così si legge in un testo dell’Antico Egitto: «Sono molti nomi e molte forme, e il mio Essere esiste in ogni Neter». La prima fase della creazione fu l’autocreazione dell’Essere Supremo come creatore ed Essere, vale a dire il passaggio da Essere Soggettivo (Nu/Ny/Nun) a Essere Oggettivo (Atum). In termini puramente umani, ciò equivale al momento in cui si passa dal sonno (stato di incoscienza, l’essere soggettivo) alla consapevolezza di sé (diventare coscienti, l’essere oggettivo). A differenza della non-creazione lo stato della creazione è ordinato, formato, definito e differenziato. Gli Egizi chiamano Atum la totalità dell’energia divina durante lo stato creativo. La creazione derivò da uno stato di non-creazione che gli Egizi chiamavano Nun. Prima della creazione c’era in Dio energia/materia informe, indefinita e indifferenziata. La sua energia inerte era inattiva. Gli angeli sono spiriti o demoni a seconda del desiderio dell’uomo in cui dimorano. Le stelle del mattino in Giobbe sono spiriti indifferenziati che attendono di incarnarsi in una persona.

Per gli egizi Nu/Ny/Nun è l’“Essere Soggettivo”, il simbolo dell’energia/materia informe, indefinita, indifferenziata, inerte o inattiva, lo stato non creato prima della creazione, che non può essere la causa della sua trasformazione. Il termine “infinito” è naturalmente sinonimo di “non finito”, indefinito, illimitato, informe, indifferenziato, e così via. Questo significa che l’energia/materia da cui derivano tutte le cose deve rimanere nel suo stato fondamentale, informe, indefinito, indifferenziato. Se la base materiale del mondo avesse una qualsiasi definizione essenziale, queste agirebbero come fattori limitanti alla sua capacità di essere trasformata all’infinito. La sua fondamentale mancanza di definizione è un requisito assoluto per l’onnipotenza creatrice di Dio. In origine gli spiriti erano dunque indifferenziati, neutri, puri e santi. Poi con la caduta di Satana e di conseguenza di Adamo ed Eva cominciò a prodursi la differenziazione tra il bene e il male.

Le forze della natura

Nell’antichità le forze della natura erano costantemente spiritualizzate, sostenute da spiriti invisibili preposti al mantenimento in vita del cosmo nel quale viviamo. È soprattutto in ambito sciamanico e animistico che ricorre da subito la nozione di spirito, con cui si designano genericamente le entità incorporee o invisibili che presiedono ai fenomeni della natura, o che abitano le sue singole parti: si parla, ad esempio, sin dall’antichità, di spiriti degli alberi, dei fiumi, dei monti o dei boschi. Il filosofo Talete affermava in proposito che «tutte le cose sono piene di dei». Anche la medicina greca, nella versione perfezionata da Galeno, si basava sulla presenza nell’organismo umano di tre tipologie di «spiriti animali», ognuno con una sua specifica funzione. Paracelso scrisse un trattato sugli spiriti della natura, il Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris, distinguendoli in base ai loro rispettivi elementi di appartenenza, ovvero fuoco, aria, acqua e terra.

I Potamòi (“fiumi”) sono, per i greci, le tremila divinità dei principali fiumi del mondo conosciuto. Sono figli dei titani Oceano e Teti e fratelli delle tremila Oceanine, e personificano una parte delle forze ancestrali della natura. Anche nella Bibbia emerge qualcosa di simile.  Nel salmo 148 per esempio gli elementi naturali sono descritti in modo non semplicemente meccanicistico ma spiritualizzato. I cieli, le acque, fuoco, grandine, neve, vento tempestoso, monti e colli, animali selvaggi, tutti lodano Jah. Questo leit-motiv ricorre in tutte le Scritture, dall’inizio alla fine. La creazione è viva e ad essa presiedono forze spiritualizzate, angeliche. Si considerino per esempio le parole dell’Apocalisse in cui gli angeli ai quattro angoli della terra che trattengono i quattro venti. (Ri 7:1) Il Salmo 148 legge: Lodatelo, voi tutti suoi angeli… voi tutte stelle lucenti…voi mostri marini e oceani tutti… voi tutti animali selvatici… voi re della terra e popoli tutti… Alleluia

Le Lamie

Le lamie, esseri mitologici che emergono in certe traduzioni di Isaia 34 erano personaggi della mitologia greca, figure femminili in parte umane e in parte animali, rapitrici di bambini o fantasmi seduttori che adescavano giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Nel medioevo il termine venne usato come sinonimo di strega. L’archetipo era quello della dea della notte o dea-uccello, Lilith. La connessione con la notte (per associazione: magia, soprannaturale, mistero, ma anche morte, fenomeni inspiegabili e così via) spiega, almeno in parte, l’ambivalenza di sentimenti nei confronti della lamia. Altro elemento da tener presente è il processo di autentica demonizzazione o mistificazione subito da numerose figure di divinità o semi-divinità antiche, in specie dalla fine del mondo classico in poi.

Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla notte, al vento e alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. Dal VI secolo d.C. in poi il demone Lilith è citato nella letteratura rabbinica e su coppe magiche ebraiche. Nell’immaginario popolare ebraico è temuta come demone notturno capace di portare danno ai bambini di sesso maschile e caratterizzata dagli aspetti della lussuria, della stregoneria e dell’adulterio, caratteristiche più deteriori della femminilità. Nel folklore ebraico del medioevo Lilith diventa la prima compagna di Adamo, creata assieme a lui prima di Eva. 

Le energie divine

Secondo il pensiero dei saggi di tutti i tempi, il ciclo della creazione è generato e mantenuto da forze o energie divine. Queste energie, come il ciclo perpetuo della creazione, passano attraverso un processo di trasformazione fatto di nascita-vita-invecchiamento-prossimità al decesso-morte e rinascita. Noi, come esseri umani, possediamo delle forze vitali simili che cambiano durante la nostra esistenza. Il corpo umano è composto da numerosi cicli che governano la nostra vita. Quando moriamo cessano anche tutte le forze.

Gli Egizi chiamavano queste forze divine Neteru. I NeTeRu sono le forze della NaTuRa, le quali, per così dire, fanno girare il mondo. Chiamarli semplicemente dei e dee fornisce un’immagine inesatta. L’energia divina che si manifesta nel ciclo di creazione è definita dai suoi aspetti energetici costitutivi, che gli antichi Egizi chiamavano Neteru. Essi pensavano a questa energia divina in termini di principi maschili e femminili.

Pertanto, gli antichi Egizi chiamavano le forze di energia cosmica con i termini Netert (principio femminile) e Neter (principio maschile). La parola egiziana Neter o natura o Netjer significa forza in grado di generare la vita e di mantenerla una volta generata. Era noto comunemente a tutti, come indicato da Plutarco, che le molteplici forze della natura, conosciute come Neteru, nascono o vengono create, sono soggette a continui cambiamenti, si sviluppano, muoiono e rinascono. Questa non è che la trasformazione ciclica da una forma/stato di energia a un’altra. Le energie nella loro forma più rapida – quelle energie invisibili nell’universo – vengono spesso chiamate “spiriti”. Gli spiriti/energie sono distribuiti su diversi livelli di densità che si collegano alle diverse velocità delle molecole. Queste energie (invisibili) più veloci popolano certe aree o sono associate a particolari fenomeni naturali. Gli spiriti (energie) si riuniscono in gruppi dello stesso tipo-famiglia (cioè in relazione tra loro).

Animismo

La matrice di energia universale abbraccia il mondo come il prodotto di un complesso sistema di relazioni tra persone vive e defunte, animali, piante e fenomeni naturali e soprannaturali. Questo principio è spesso chiamato Animismo in base al suo presupposto centrale che tutte le cose sono controllate da forze vitali. Ogni minuscola particella di qualsiasi cosa è in continuo movimento, cioè alimentata, come riconosciuto dalla teoria cinetica. In altre parole, tutto è animato (alimentato): animali, alberi, rocce, uccelli, perfino l’aria, il sole e la luna. Lo spirito anima il corpo umano alla nascita e lo abbandona alla morte. A volte più di uno spirito energetico entra in un corpo. Spesso sentiamo di gente che “non si sente se stessa” o è “temporaneamente impazzita”, “posseduta”, “fuori di sé”, o che possiede personalità multipla. In un modo o nell’altro, le energie, o spiriti, hanno un impatto su tutti noi. Sia gli antichi Egizi che i moderni hanno a lungo convenuto sulla presenza di energia in tutte le cose.

I Neteru (dei, dee) sono quelle energie/potenze/forze divine che, attraverso le loro azioni e interazioni, crearono, conservarono e continuano a conservare l’universo. I Neteru (dei e dee) e le loro funzioni nelle Scritture sono denominati angeli. In tutta la Bibbia gli dei sono menzionati al plurale. (Cfr. De 10:17, l’Iddio degli dei) Nel Nuovo Testamento (Ebrei, 1:6) la parola dèi viene sostituita con Angeli di Dio”. Essi controllano gli esseri umani e le forze della natura. Gesù stesso comandava ai venti e li placava. Camminava sulle acque. (Mt 14:24-34) Trionfava sui demoni.

Il capro e i demoni

Esamineremo adesso la stretta relazione che ebbero nell’antichità più remota i capri e i demoni. Uno dei miti più antichi è quello relativo al capro espiatorio, in greco detto anche farmakòs, vittima espiatoria, sortilegio. Questo è un mito legato agli antichi sacrifici. Uno studioso tedesco, Walter Burkert, suggerisce che l’idea di sacrificare un capro nascesse da una situazione comune nella vita dei primitivi. Un gruppo di umani o di scimmie, quando inseguito da una belva, riuscivano a salvarsi sacrificando uno dei membri del loro gruppo. Nella Bibbia il sacrificio del capro riveste una notevole importanza. Nel giorno dell’espiazione gli ebrei prendevano due capri. Uno era sacrificato a YHWH, l’altro mandato nel deserto per Azazel. Il capro era per l’espiazione dei peccati dei morti e dei vivi. Il sacerdote gettava le sorti e un capro veniva sgozzato mentre l’altro veniva caricato dei peccati del popolo e condotto verso una rupe nel deserto e lì veniva precipitato.

Si dovrebbe qui sottolineare un aspetto che è praticamente impossibile non notare. Cioè una certa somiglianza della rappresentazione di Azazel con quella della divinità greca Pan, ovvero del dio delle montagne e della vita agreste con sembianze caprine, simili a quelle di un fauno.  Non a caso Pan, il dio greco dei boschi e dei pascoli, veniva rappresentato tutto peloso, con i piedi da capra, due corna sulla fronte e una lunga barba, mentre nelle statue che lo tramandavano non mancava mai un fallo ben eretto. Pan era lo spirito di tutte le creature naturali. Questo fatto lo lega all’abisso, al profondo, alle grotte. Pan è un dio anomalo nel quadro mitologico greco dato che non vive nell’Olimpo come gli altri dei e, a causa del suo aspetto terribile, viene abbandonato da sua madre, la ninfa Driope, e costretto così a vagare tra le montagne dell’Arcadia.

I demoni dei boschi

I satiri secondo Esiodo erano considerati dei semidei ed egli li definiva buoni a nulla. Satiri e sileni erano chiamati demoni dei boschi, elementi sensuali e maliziosi, più spesso ostili che amici degli uomini. Come le “masche” e i “sarvan” ancora oggi presenti nella tradizione contadina, si associavano al corteo di Dioniso. Etimologicamente Pan sembrerebbe alludere all’insieme di tutte le divinità agresti. Pan deriva da paein, pascolare e infatti Pan era il dio pastore, il dio della campagna, delle selve e dei pascoli. In greco però pan significa anche “tutto”, e verrebbe a rappresentare una totalità, un insieme di spiriti boschivi legati alle forze selvatiche della natura. Urla terrificanti annunciavano il suo arrivo ed era disinibito e completamente dedito ai piaceri sessuali, infatti non di rado stuprava le creature che incontrava nel proprio cammino.

In molte raffigurazioni viene è presentato come un grande organo maschile oppure intento alla masturbazione. Sileno era figlio di una ninfa e di Pan, considerato un genio tutelare della casa. Era un demone scherzoso e ridicolo, grottesco nella persona, col petto e le membra villose, grasso e tondo come un otre che si muove a cavallo di un asino perché incapace di reggersi in piedi. Simili rappresentazioni lo avvicinavano al mondo dei morti e dei demoni. Di frequente non compariva il singolo ma schiere di sileni. In modo simile anche i fauni avevano i piedi e le corna di capra. Queste figure mitologiche sono spesso rappresentate in pittura e, tanto per fare un nome importante, sono elementi centrali in talune opere di Goya e dei suoi famosi Capricci. Nella tradizione ebraica Azazel forse rappresentava qualcosa di simile. Etimologicamente il suo nome potrebbe significare “sfrontato” ed “impudente verso Dio”.

Dioniso e il mondo dei morti

Alcuni dicono Dioniso figlio di Lete o di Persefone e di Zeus. La madre di Dioniso infatti è definita “la regina della morte”, il che fa appunto pensare a Persefone o a Lete. Per poterlo sottrarre all’ira di Era, sua moglie, Zeus trasformò Dioniso in capretto. Divinità dal carattere selvaggio, rappresenta il lato più animalesco e istintivo della ragione umana. A lui sono associati i concetti di follia e di delirio, compie atti crudeli ed è privo di pietà. E’ la preda a cui si dà la caccia, è l’animale sacrificale da divorare crudo. E’ anche Zagreus, il grande cacciatore, colui che si ciba di carne umana. E’ detto Meilikios perchè il miele era offerto ai defunti. Dioniso è legato alla nascita del teatro. La tragedia era in origine il semplice canto eseguito in onore di Dioniso, una preghiera all’oltretomba e all’Olimpo. La tragedia si origina dal ditirambo.

La tragedia greca nasceva come liturgia pubblica e come canto dei capri. Gli attori indossavano la maschera. Originariamente masca significava un morto, avvolto in una rete per ostacolare il suo ritorno sulla terra, costume che si ritrova presso alcune popolazioni primitive. Frequente è l’uso di masca per indicare strega, nel latino medioevale e anche nei secoli più vicini al nostro. La maschera e la morte sono in stretta connessione: il modello originario della maschera sarebbe stato il teschio umano o il cranio di un animale. Per alcune tradizioni la maschera apparve quando il primo antenato venne punito dagli dèi con la morte.

Il capro e Dioniso

Il capro è l’animale ‘tragico’ per eccellenza: esiste, come noto, un legame sicuro fra la tragedia e il capro, da cui essa prende il nome. Il termine (tragoidia) è infatti formato da (tragos) +(oide) = “capro + canto”. La tragoidia era il canto religioso con cui, nelle feste di Dioniso, si accompagnava il sacrificio di un capro, la vittima preferita dal dio. Forse fu la sua ben nota lascivia e sfrenatezza sessuale a fare del capro uno dei membri del corteggio dionisiaco; ma importante poteva essere anche il fatto che i capri mangiassero con avidità i tralci della vite. Il collegamento tra il Dioniso e l’animale risulta evidente anche dalle denominazioni cultuali del dio: come “giovane capro” Dioniso era invocato a Metaponto. Anche nel mito spesso il dio si manifesta in forma di capro: si narrava che Zeus, per difendere il fanciullo dalle insidie di Era, lo trasformò in un capretto; e nella fuga davanti al tremendo Tifone, Dioniso fuggì in Egitto, dopo aver assunto forma caprina.

Dioniso è il signore dell’isteria, colui che è al confine, che divide; straniero che parte da lontano in cerca di una conoscenza che mette al proprio centro il corpo. Un corpo smembrato, dilaniato, diviso, fatto a pezzi. Anche il legame Dioniso-asino è testimoniato da diversi reperti figurativi della ceramica vascolare, che fanno di questo animale la cavalcatura del dio. D’altra parte, anche l’idea della forza fallica dell’asino permetteva un facile rapporto con Dioniso, divinità legata alla fecondità e alla potenza generatrice della natura. Come sempre, tuttavia, nel ciclo della rinascita e nel segno dell’ambiguità dionisiaca, la vita coincide con la morte e, non a caso, l’asino farà parte integrante anche del simbolismo funerario degli antichi.

Le locuste

In Apocalisse 9 si legge di un fumo di locuste in grado di oscurare il sole. “Vidi una stella caduta dal cielo sulla terra; e a lui fu data la chiave del pozzo dell’abisso. Ed egli aprì il pozzo dell’abisso e dal pozzo salì un fumo, simile al fumo di una grande fornace; e il sole e l’aria si oscurarono per il fumo del pozzo. E da quel fumo uscirono sulla terra delle locuste, a cui fu dato un potere simile a quello degli scorpioni della terra.” (v.1-3) chi sono le locuste che escono dal pozzo dell’abisso? Dato che l’abisso significa l’Ades le locuste sono innanzitutto demoni. La loro descrizione è molto complessa, somigliano a cavalli, hanno corone, facce d’uomini e capelli di donna, sono simili a leoni, hanno ali, code e pungiglioni. In queste straordinarie entità viene rappresentato tutta la simbologia legata agli spiriti sotterranei.

Colpiscono alcuni dettagli relativi alle loro corazze color di fuoco, di giacinto e di zolfo e le teste dei cavalli dalle loro cui bocche usciva fuoco, fumo e zolfo. Il colore del giacinto è legato alla morte. Giacinto era un giovane bellissimo; Apollo volle instaurare con lui una stretta amicizia. I due si trovavano spesso e si esercitavano al lancio del disco. Anche Zefiro, il dio del vento, era amico di Apollo e indignato della preferenza del dio per Giacinto. Quando Apollo lanciò il disco con un suo soffio ne deviò il lancio e lo spinse contro la testa di Giacinto: il giovane cadde a terra morto; dal suo sangue Apollo fece nascere il fiore che porta tuttora il suo nome, il giacinto. Il mito rappresenta la morte di Abele, il primo defunto della nostra storia. Anche lo zolfo è un elemento infernale, come il fumo ed il fuoco.

I sacrifici nell’antica Grecia

Certi dei accettavano il sacrificio solo di determinati animali. Bacco un caprone, Venere colombe, Nettuno un cavallo, Esculapio un gallo. Il sacrificio del montone era in onore di Attis. Ad Artemide Ecate si offriva una capra. Anche il cervo era sacro ad Artemide, dea della caccia. Nell’antica Grecia i principali sacrifici erano i seguenti: χοαί: (= libazioni per i defunti) offerta di vino oppure di latte e miele o di sola acqua, destinato ai defunti, agli eroi e alle divinità sotterranee. σπονδαί: (=libazioni) offerta di libagioni di vino oppure di latte e miele o di sola acqua, ed è destinato agli dei dell’Olimpo. απαρχαί: offerta di un oggetto dell’agricoltura, posto nei boschetti sacri o gettato nei corsi d’acqua e destinato a Dioniso o alle ninfe.

νηφάλια: offerta d’acqua, miele od olio destinata ai defunti. (Cfr. 1Tim 3:2, in greco) Θυσία: sacrificio di uno o più animali (bue, maiale, capra o pecora) destinato agli dei dell’Olimpo. In genere in questo sacrificio della vittima sacrificale venivano bruciati solo il grasso e le ossa, il restante veniva macellato e distribuito ai partecipanti al sacrificio per il banchetto sacrificale. Il termine thysia (Θυσία) ricorre nelle Scritture e si applica anche al sacrificio di Gesù. (Cfr. Ef 5:2) ἑκατόμβη: sacrificio solenne di cento buoi. ἐνάγισμα   o αιμαχουρία: sacrificio di uno o più animali (bue, maiale, capra o pecora) ai defunti, agli eroi o alle divinità sotterranee. In genere in questo sacrificio la vittima sacrificale veniva interamente bruciata. È evidente che i sacrifici offerti a favore dei defunti erano la stragrande maggioranza. 

 Il sacrificio fra le due sere

In Num 28:1-10 vengono date istruzioni sacrificali e si legge del sacrificio della sera. Veniva richiesto ogni giorno il sacrificio di due agnelli, uno alla mattina e l’altro tra le due sere. Nel mondo greco romano le offerte al mattino erano per gli dei superi e quelle di sera per gli dei inferi. Il sacrificio che veniva offerto tra le due sere è dunque ctonio, cioè offerto per ricordare i morti. (Cfr. Esodo 30:8) I sacrifici potevano essere di due tipi, di comunione in cui a Dio venivano offerte solo certe parti della vittima: il grasso e le viscere; e gli olocausti che venivano completamente bruciati. La distruzione del sacrificio viene normalmente ritenuto un rituale ctonio per eccellenza.

Le divinità che ricevevano sacrificio di olocausto erano considerate ctonie. Nell’ambito greco tutte le massime divinità sono almeno in parte ctonie. Lo sono Apollo, Artemide, Zeus, Hera, Posidone, Dioniso, Atena. Anche i sacrifici senza libazione di vino, le nephalia, son considerate ctonie. Presso gli ebrei sull’altare dell’incenso non si doveva offrire né olocausto né offerta di cereali né libazione. L’incenso era esclusivamente per Geova. L’acqua che Davide non volle bere, ma la versò a Geova in Libazione era un’offerta a favore dei morti: “E Davide fu mosso di desiderio (אָוָה avah), e disse: Chi mi darà da bere dell’acqua della cisterna di Bet-lehem, ch’è alla porta? E que’ tre prodi penetrarono nel campo de’ Filistei, e attinsero dell’acqua dalla cisterna di Bet-lehem, ch’è alla porta; e la portarono, e la presentarono a Davide; ma egli non volle berne, anzi la sparse al Signore, e disse: Togli da me, Signore, che io faccia questo; berrei io il sangue di questi uomini che sono andati là al rischio della lor vita? E non volle ber quell’acqua”. (2Sam 23:16-17) Quindi quando nel giorno di espiazione si mandava un capro nel deserto era per ricordare a Dio la necessità di provvedere anche ai morti la promessa salvezza. Gesù disse infatti che Dio non è un Dio dei morti perché per lui sono tutti viventi. Gli ebrei credevano nella sopravvivenza dello spirito oltre la morte.

Conclusioni

Ciò che soprattutto emerge da questa mia ricerca è l’estrema complessità del mondo spirituale nel quale siamo immersi in quanto esseri viventi. Se viviamo nella luce è grazie allo spirito di Dio che è dimorante in noi. Il libro dei Proverbi a questo proposito dichiara: “Ma il sentiero dei giusti è come la luce dell’aurora, che risplende sempre piú radiosa fino a giorno pieno. La via degli empi è come l’oscurità; essi non scorgono ciò che li farà cadere.” (Pr 4:18-19)

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