Il doppio nelle Scritture

Il doppio emerge ovunque si racconti una storia. È uno dei temi più frequenti nella letteratura e nell’arte di ogni tempo. Perfino nei Vangeli e nelle Scritture, a partire dalle prime pagine della Genesi per finire con lo Spirito e la sposa dell’ultima pagina di Apocalisse, emerge il tema del doppio. Matteo 6:22-24 legge: «La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma, se il tuo occhio è viziato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, queste tenebre quanto grandi saranno! Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona.» Nel testo greco qui c’è contrapposizione tra i due aggettivi: ἁπλοῦς e πονηρὸς che significano rispettivamente: semplice, chiaro, sano, single, non doppio e viceversa sofferente, cattivo, viziato, malato. Questa connotazione negativa della duplicità è immediatamente sottolineata dall’assoluta incompatibilità di due opposti signori, Dio o Mammona, Dio o il Demonio.

Il Mamon, termine di derivazione aramaica, spesso viene tradotto come il “tesoro sotterrato”. Altri propendono per l’ebraico “matmon”, che significa ricchezza, o tesoro. Altra ipotesi è dall’ebraico mun, provvedere il nutrimento.  Il distributore delle ricchezze, dell’umana felicità e della disgrazia, per i greci era il daimon, colui che assegnava il destino e distribuiva il cibo durante il pasto totemico. Di particolare interesse emerge il senso di questi versetti alla luce del termine greco.  Questa parola (haploús) è l’antonimo del greco diplous che significa doppio. Haploús è l’occhio che gode della luce spirituale proveniente da Dio. Diplous è l’occhio doppio, ottenebrato da uno spirito malvagio. L’occhio semplice è la luce divina conseguente alla sottomissione a Gesù, l’occhio viziato è soggetto alla tentazione che porta diritto nella sfera del Malvagio. Anche Paolo in 2 Cor 11:2 ricorre all’uso di un termine simile, ἁπλότητος, in riferimento alla semplicità del Cristo.

Un dialogo fatale con il doppio

Nella scrittura di Corinti sopra citata Paolo scrive: «Ma io temo che, come il serpente sedusse Eva con la sua astuzia, così talora le vostre menti non siano corrotte e sviate dalla semplicità che si deve avere riguardo a Cristo.» Il riferimento al serpente ed alla seduzione esercitata dal diavolo nei confronti di Eva ci rimanda agli avvenimenti occorsi nel giardino di Eden. Il Libro della Genesi ci offre un resoconto sintetico di come venne fuori la prima tentazione, quella che portò Adamo ed Eva a disobbedire a Dio e macchiarsi del primo peccato. Nei confronti del serpente Eva non oppose rifiuto. Incautamente ella iniziò a intavolare con lui una breve conversazione. E questo fu il primo di una serie di errori fatali, entrare cioè in un dialogo pericoloso. In primo luogo il Serpente le fece una domanda in apparenza semplice, al limite dell’assurdo.

«È vero che Dio ha detto: ‘Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?» (Ge 3:1) Alla risposta di Eva: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: ‘Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete» (Ge 3:2-3) il maligno si trovò libero di cambiare le carte in tavola: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male.» (Ge 3: 4-5) A questo proposito si legga l’articolo Il primo adulterio – Rifugiati di Pella che costituisce la base indispensabile alla comprensione di questo discorso.

Spiriti che materializzano un doppio

Nel mio articolo Il primo adulterio mi interrogavo sui motivi che potevano aver spinto Eva nella trappola in cui finì per cadere. Allora scrivevo: «Io credo che in principio lei volesse semplicemente sapere. Diciamo che era curiosa. Era ancora troppo giovane. Con Adamo si erano sempre attenuti ad un comportamento innocente. Lei, rispetto a lui, era venuta ad esistere dopo un certo periodo ed era inesperta. Pensiamo ad una ragazza adolescente cresciuta in una famiglia per bene.  Adamo sapeva di dover aspettare e l’aveva sempre rispettata. Tuttavia, ad un certo punto succede qualcosa. Dei pensieri cominciano a frullare nella sua giovane mente di donna. E qui devo fare delle ipotesi. Partirò dal presupposto che certi angeli potevano sentirsi attratti da una donna ed erano in grado di materializzare un corpo. (Cfr. Ge 6:1-2)

Così nel giardino cominciano a girare dei sosia di Adamo, che Eva incontra ogni tanto di qua e di là. C’è proprio un tipo a somiglianza di Adamo, anzi a tutti gli effetti sembra lui, sputato, che non la mette in soggezione e che la fa sentire a suo agio. Pian piano questo sosia comincia a insinuare nella sua mente curiosa qualche domanda. Questioni da niente. Domande strampalate. Prima, nel giardino, con Adamo non si incontravano così spesso, ma a un certo punto, sempre più spesso, un sosia di Adamo le compare inaspettatamente davanti. Impossibile negarlo: sembrava proprio lui.» Poi, una volta, quell’individuo così simile ad Adamo, indistinguibile proprio, prova a sedurla.

L’unione con il doppio: il primo adulterio

Cosa accadde dunque? Le Scritture trattano il tema in forma decisamente criptica: «La donna vide che l’albero era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che l’albero era desiderabile per rendere uno intelligente; ed ella prese del suo frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito che era con lei, ed egli ne mangiò.» (Ge 3:6) La LXX rende il passo in questo modo: «καὶ ἴδεν ἡ γυνὴ ὅτι καλὸν τὸ ξύλον εἰς βρῶσιν, καὶ ὅτι ἀρεστὸν τοῖς ὀφθαλμοῖς ἰδεῖν καὶ ὡραῖόν ἐστιν τοῦ κατανοῆσαι, καὶ λαβοῦσα τοῦ καρποῦ αὐτοῦ ἔφαγεν· καὶ ἔδωκεν καὶ τῷ ἀνδρὶ αὐτῆς μετ᾽ αὐτῆς, καὶ ἔφαγον». Interessa notare che la donna si accorse che il frutto era bello non solo da mangiare ma anche “per dare intelligenza”. Il verbo kατανοεω significa conoscere, acquistare conoscenza, avere introspezione. Che cosa si nasconde dietro a queste parole?

Partiamo dalla fine. Eva ammette candidamente di essere stata ingannata. (Ge 3:13) La questione dell’inganno di Eva ritorna più volte nelle Scritture. Paolo in 1Timoteo 2:14 lo ribadisce. «Adamo non fu ingannato, ma la donna fu completamente ingannata e si trovò in trasgressione». Che il primo peccato sia stato di tipo sessuale è sembrato da sempre ed universalmente evidente. Non era ancora arrivato il momento affinché con Adamo la donna potesse avere rapporti più stretti. Adamo ne era consapevole e non metteva in atto comportamenti seduttivi. Eva, come Adamo, sapeva che trasgredire a un certo comando implicava una condanna pesante. Dunque che cosa la spinse a fare quello che fece? Non si trattava semplicemente di prendere un frutto e mangiarlo, ma piuttosto di arrivare ad un diverso grado di conoscenza di sé e di un altro, di Adamo. Significava aprire una porta su un mondo ancora del tutto sigillato.

I vostri occhi si apriranno

Il serpente prometteva conoscenza: «Dio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come Dio, conoscendo il bene e il male». (Ge 3:5) Questo accadde nel momento stesso in cui Eva si univa carnalmente al Serpente. Nella sua mente dovette avvenire un fenomeno particolare, un trasferimento di coscienza, una sorta di mind uploading spirituale. Spirito demonico investì completamente la sua persona e lei cominciò a vedere le cose dal punto di vista di quello spirito. Fin lì i suoi orizzonti cognitivi dovettero essere alquanto limitati. Con Adamo non si erano fino a quel punto accorti di essere nudi. Subito dopo il peccato però Adamo ed Eva cominciarono ad evolvere mentalmente, a comprendere aspetti che prima erano loro completamente sfuggiti. Perché Dio stesso fin lì non aveva ancora infuso conoscenza, se non pochi frammenti, dato che di volta in volta, nella brezza della sera, conversava con loro.

In quel momento i nostri progenitori stavano vivendo in una fase di rodaggio. Solo alla fine di quel periodo, quando finalmente sarebbe giunto per loro il momento di unirsi carnalmente, Dio avrebbe infuso nel loro cuore e nella loro mente lo spirito di conoscenza e sarebbero divenuti pienamente suoi figli spirituali. Li avrebbe dotati di uno spirito volto al bene, non demonico. È un po’ come se in quella situazione Satana si fosse appropriato del diritto della prima notte nei confronti di Eva. Questo diritto in realtà non era a lui riservato. Solo Dio avrebbe potuto dare loro piena conoscenza riversando su di loro uno spirito di rettitudine, sul modello di quanto promesso nei primi versetti di Proverbi, sapienza e disciplina, un’istruzione illuminata, equità, giustizia, accortezza, conoscenza, riflessione e consiglio. Invece gli uomini si trovarono di lì in poi soggetti a uno spirito di malvagità, violenza, sopraffazione, terrore.

Il doppio che seduce

Ciò che trasse nel vortice la donna non fu probabilmente un’intenzione pienamente espressa, un atto della volontà consapevole, una decisione premeditata ma la risposta ad un atto seduttivo. Quel sosia di Adamo le sembrò convincente. Cedette. Poi la seduttrice fu lei, con Adamo. Ciò che prima non poteva accadere divenne naturale. Succede a volte che un uomo, dapprima indifferente, si renda conto della seduttività di una donna nel momento stesso in cui qualcun altro le mostra qualche forma di apprezzamento. Come un bambino a cui un giocattolo non sembrerebbe interessare, ma comincia capricciosamente a reclamarlo quando un suo compagno di giochi lo vorrebbe per sé. È a questo punto che tutto diviene psicologicamente possibile. L’innamoramento è sempre involontario. La letteratura di tutti i tempi è piena di storie di questo tipo. Nel mito l’amore è in genere conseguenza di una freccia scoccata segretamente da Amore.

Nell’articolo citato scrivevo: «Immediatamente dopo quell’avventura, la ragazza si trovò veramente con il vero Adamo e volle rifare lo stesso atto d’amore. Lei non sapeva che l’uomo di prima era un’altra persona. Notare che la Scrittura dice che “Ne diede poi anche a suo marito quando fu con lei ed egli lo mangiava.” Ciò implica la reiterazione dell’atto. E fu, questa volta, il peccato di lui. L’uomo sapeva di fare la cosa sbagliata. Ma decise di sì.» A quel punto avvengono due concepimenti da semi di diversa natura. Dopo nove mesi nascono due gemelli totalmente diversi. «Uno era figlio del serpente, l’altro di Adamo. Eva divenne la madre di tutti i viventi. Lo stesso non fu per l’uomo. Lui non era il padre di tutti.» Ecco quindi replicata la dinamica dell’Amphitruo plautiano. Il mito sembrerebbe radicarsi nel vero.

Il doppio nel mito

Eva fu innanzitutto sedotta. Che cosa intendo dire affermando questo?  Per comprendere faremo una breve incursione nel mondo del mito. Dalla mitologia si comprende che a volte Zeus per sedurre una donna si trasforma. Per esempio quando è preso d’amore per Alcmena, assume le sembianze del marito di lei, Anfitrione, mentre costui è lontano a combattere in guerra. Un commediografo latino, Tito Maccio Plauto, mise in scena l’esilarante situazione in una commedia intitolata Anfitrione. Alcmena scambia Giove per suo marito di ritorno dalla guerra e trascorre con lui una piacevole notte d’amore. All’improvviso arriva il vero Anfitrione preceduto dal fedele servo Sosia, che entrato nel palazzo si imbatte nel falso Sosia, ovvero Mercurio e rimane sconvolto di trovarsi di fronte al suo doppio, un altro se stesso. Ancora più farsesco è l’incontro tra il vero e il falso Anfitrione, tanto che il re dubita della fedeltà della moglie.

Ora noi sappiamo che il mito può attingere a profondità significative ed è in grado di svelare nascoste verità. Mito infatti è una narrazione di carattere sacro relativa alle origini del cosmo e dell’uomo. Di solito tale narrazione riguarda le vicende di dei ed eroi che si muovono ed agiscono in un contesto soprannaturale. I Greci, come più in generale gli antichi, ritenevano che il mito fosse il risultato d’ispirazione spirituale. Essi espressero la loro comprensione della vita attraverso il libero gioco di racconti che circolavano oralmente in un intreccio di versioni multiformi: un sistema solo in apparenza caotico, ma in realtà coerente e fantasticamente animato. Il pensiero filosofico-logico-concettuale dei greci deriverà più tardi da quella primitiva visione mitica irrazionale. Già in Omero o in Parmenide le immagini mitiche hanno la funzione di esprimere ciò che il pensiero logico non è in grado di enunciare.

Il doppio in coppie di opposti

A partire dai più remoti tempi «La forma polare del pensiero vede, concepisce, modella e organizza il mondo, come unità, in coppie di contrari». (Origine e forme del mito greco – Paula Philippson) Lo sviluppo della polarità già presente nella Teogonia di Esiodo riemerge nei filosofi, da Anassimandro ad Empedocle. Secondo costoro aggregazione e disgregazione non sono opposti che rimandano a realtà diverse che si escludono; sono invece i contrari di una coppia, indissolubilmente legati alla loro opposizione e da essa condizionati: perdendo il polo opposto, perderebbero il loro stesso senso. Questa convivenza degli opposti si manifesta in modo evidente nel mito. E nel mondo della psiche. L’inquietante incontro con l’uguale vive nell’immaginario dell’uomo da sempre. Anche nelle credenze popolari ricorre l’idea che esista un legame magico tra il corpo e la sua ombra, o con la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Anche il mondo iperuranio delle idee platoniche sottintende l’esistenza di un doppio nella nostra realtà.

Già presente nella filosofia greca, il motivo del doppio assume un rilievo del tutto particolare nel mondo romano. Sosia, il servo di Anfitrione, da cui deriva il sostantivo italiano per esprimere l’uguale, è un personaggio latino. Fu Plauto, con i Menecmi, a fornire il modello della commedia degli equivoci ripreso più tardi da Shakespeare e Goldoni. Questi personaggi, noti anche come “il doppio”, sono il perfetto sosia di una persona e hanno avuto un ruolo importante nell’immaginario collettivo. Si credeva che queste entità potessero assumere forme diaboliche, influenzando negativamente la vita degli individui. Un esempio famoso di doppio nel mito è quello di Narciso, il giovane che si innamorò del proprio riflesso nello stagno, perdendo la propria identità e andando incontro a tragiche conseguenze. Questa leggenda rappresenta il concetto secondo cui una persona può identificarsi così profondamente con il proprio doppio riflesso da perdere la propria integrità psichica.

I gemelli

I gemelli sono un classico del doppio ricorrente nella letteratura, nel cinema e nella cultura popolare. Di solito uno dei due viene rappresentato come sinistro e malvagio. Un modello di questo schema sono per Nietzsche Apollo e Dioniso che si scontrano come i due opposti di luce e di tenebra, doppi che incarnano due lati contrapposti della psiche. Anche i sosia sono diventati un argomento comune nel cinema horror, con rappresentazioni inquietanti di doppioni che cercano di prendere il posto dei protagonisti o di portare sfortuna. Queste storie riflettono l’angoscia umana per l’idea di un doppio malvagio che coesiste in noi e il terrore che si può provare nel confrontarsi con il nostro alter ego. Nell’Anfitrione di Plauto, quando Sosia si trova dinanzi al suo doppio dice: «Dove sono stato trasformato? Dove ho perso la mia identità? Forse mi sono lasciato laggiù e me ne sono dimenticato?».

Questo Sosia immutatus (espressione latina che significa “trasformato” visto che muto, commuto e immuto esprimono la metamorfosi) che ha perduto la sua forma e la sua identità, che teme di essersi perduto in un altrove indefinito, si sente in qualche modo vittima di una trasformazione. L’oblio, la perdita di se stessi e la sensazione di essere sotto il potere di qualcun altro, caratterizzano le esperienze soprannaturali di metamorfosi: basti pensare ai compagni di Ulisse trasformati in maiali dalla maga Circe e tenuti totalmente in suo potere. Anche Giove, che nello stesso dramma plautino assume le sembianze di Anfitrione, è definito versipellis, attributo che Petronio e Apuleio riferiscono rispettivamente al lupo mannaro e alle streghe tessale. Questo termine versipellis è una pietra miliare, una chiave di volta per chiudere il cerchio del discorso, un filo rosso che percorre tutta la storia. Il versipellis è uno che muta la pelle, cambia aspetto e si trasforma. Chi meglio del serpente può fare tutto questo?

Giove versipelle

Questa descrizione di Giove definito come versipellis la dice lunga sulla multiforme natura dello spirito. Pensiamo a Proteo capace di assumere qualsiasi forma, qualsiasi sembianza, o trasformarsi in qualsiasi genere di animale. Menelao lo vide trasformarsi in rapida successione in leone, serpente, leopardo, maiale, in un’acqua, in albero e in uomo. Luciano, notoriamente “pungente” nei confronti di miti e leggende sugli dei tradizionali, annotava, dopo aver riportato per sommi capi l’ascesa al potere di Zeus, che quest’ultimo era in grado di assumere qualunque sembianza volesse. (Luciano18, Sacr. 5, 22) Questa parola versipelle fu usata da Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale che conteneva in una nota la seguente spiegazione: «Versipellis letteralmente significa “cambiare la pelle” ed era applicata da alcuni scrittori di medicina antica ad una particolare forma di pazzia detta licantropia, secondo cui il paziente si percepisce come cambiato in un lupo.» La parola era di uso comune presso i romani ed affibbiata a chiunque avesse subito un notevole cambiamento di carattere e di abitudini. (Cfr. Da 4:33 e la trasformazione di Nabucodonosor in bestia) In questo senso è usata da Plauto nell’Anfitrione (Prol. 1. 123) e nella Bacchide. (Act iv. sc. 4, 1. 12.-B

Nel testo dell’Anfitrione Plauto scrive: «Ecco che ora qui dentro c’è proprio mio padre Giove. Ha assunto le sembianze di Anfitrione e tutti i servi che lo incontrano, pensano che sia proprio lui; così è capace di cambiar pelle quando gli piace.» (versipellem se facit, quando lubet). Nella Bacchide (Atto IV, scena 4), Plauto di Giove scrive: «Sarà mascalzone coi mascalzoni, ruberà, con i ladri arrafferà quanto può. Con un uomo saggio sarà un uomo per bene, sarà intelligente con chi è intelligente: buono con chi è buono e cattivo con chi è cattivo; qualsiasi cosa la situazione richieda, lui si saprà adeguare.» Queste parole sembrano ricalcare quelle del Salmo 18:25-26: «Tu ti mostri pietoso verso l’uomo pio e retto verso l’uomo retto. Tu ti mostri puro con il puro e ti mostri astuto col perverso.» Ecco dunque che la sfera d’azione dello spirito si estende da un polo all’altro polo, coprendo un’infinita estensione di atteggiamenti possibili. Come dire: si passa dal Cristo al suo doppio, cioè l’Anticristo.

Una tragicommedia del doppio

L’Anfitrione occupa un posto di primo piano nel teatro di Plauto, poiché è l’unica commedia a soggetto mitologico. L’eccezionalità dei contenuti è sottolineata anche nel prologo, dove il dramma è definito «una commedia con un misto di tragedia», in quanto vi appaiono re e divinità, personaggi tipici della tragedia. Giove è arrivato a Tebe per conquistare la bella Alcmena e, per entrare nel suo letto, assume le fattezze del marito Anfitrione che nel frattempo è in guerra. Allo stesso modo, Mercurio impersona Sosia, il servo di Anfitrione. Ma la guerra è finita, il generale Anfitrione rientra a Tebe con il suo esercito vittorioso. Così manda avanti Sosia ad annunciare il suo arrivo ad Alcmena che invece, ingannata da Zeus, crede di essere già con suo marito. Sosia si ritrova così faccia a faccia con il suo doppio.

La vicenda nel mito di Alcmena trova il suo culmine nella nascita di due bimbi, l’uno, Ificle, figlio di Anfitrione, l’altro, Ercole, figlio di Giove. Alla fine Giove svela l’inganno e la propria identità ad Anfitrione, e questi rinunciando alla gelosia e all’orgoglio si dichiara onorato che il padre degli dei abbia scelto sua moglie come amante. Il nome del protagonista della commedia di Plauto, Amphitruo, cioè “il doppio che ti perseguita” corrisponde sostanzialmente al tedesco Doppelgänger, “il doppio che ti cammina accanto” , mentre il termine Sosia è passato ad indicare una persona che assomiglia a tal punto ad un’altra da poter essere scambiata per lei. Come si può facilmente capire questa faccenda mitologica è strettamente collegata alla questione del peccato commesso in Eden.

Cosa impariamo riguardo allo spirito?

Se in noi c’è uno spirito quando nasciamo, questo è un dono di Dio.  Può essere più o meno forte, più o meno intenso, ma tendenzialmente neutro. Pian piano a seconda delle nostre inclinazioni e dei nostri desideri, a seconda dell’educazione che i genitori impartiscono e dell’influenza dell’ambiente circostante, esso muta tingendosi di vari colori. Si rafforza o s’indebolisce, improvvisamente si può macchiare, talvolta si purifica, in ogni caso si personalizza, acquistando un carattere individuale tutto nostro. In questo sta la nostra libertà, nel poter desiderare. Come esseri umani, nella Bibbia come nella Bhagavad Gita, la nostra felicità o l’infelicità consistono nel fatto di avvicinarci al Divino o di allontanarci da Lui. L’anima personale agisce attraverso il desiderio, che può spingere verso il peccato o sublimare.

Giacomo 5:4-8 infatti legge: «Adulteri e adultere, non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. Pensate che la Scrittura dica invano: “Lo Spirito che abita in noi ci brama fino alla gelosia”?  Ma egli dà una grazia ancor più grande; perciò dice: “Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili”. Sottomettetevi dunque a Dio, resistete al diavolo ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi; nettate le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o voi dal cuore doppio Arjuna, nel Mahabharata, uno dei più grandi poemi epici indiani, chiese: «Chi spinge dunque l’uomo verso il peccato, anche contro la sua volontà, come se vi fosse costretto? Il Beato Signore rispose: ‘Il desiderio, con [la sua compagna] la collera, parto di rajas, è il grande istigatore del peccato, colui che tutto divora; sappi che è il nemico di questo mondo’».

Il libero arbitrio nelle Upanisad

L’espressione essenziale del nostro libero arbitrio nella tradizione vedica, è la disposizione ad arrenderci al Divino oppure no. Come esseri umani, la nostra libertà consiste soltanto nel fatto di avvicinarci al Divino o allontanarci da Lui. La natura, in un meccanismo per così dire automatico “sotto la direzione del Divino”, si prende cura del resto. Alla nascita ci viene dato un corpo adatto a compiere azioni corrispondenti ai nostri desideri. Questi desideri possono assumere innumerevoli forme, ma sono sempre riconducibili a una delle due grandi categorie: avvicinarsi al Divino o allontanarsi da Lui. L’uomo, e in questo sta la sua massima libertà, non è costretto a piegarsi al volere di Dio, ma è libero di farlo per sua volontà. 

«Assumendo Me quale supremo scopo, abbandona coscientemente a Me tutti i tuoi atti e, ricorrendo allo yoga della volontà e dell’intelligenza, mantieni il tuo cuore e la tua coscienza stabilmente fissi in Me.» Allo spirito ci si deve abbandonare, così spiegava Aurobindo. Quando saremo in grado di rinunciare in ogni momento al nostro libero arbitrio per sacrificarlo ai piedi del Divino, allora, e soltanto allora, avremo raggiunto l’apice della libertà. La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad dichiara (1.4.3) che è per diletto che Ātmān si manifesta negli esseri. In altre parole, la creazione è un gioco di Ātmān. Ātman è termine sanscrito di genere maschile, indica l'”essenza” o il “soffio vitale“. Corrisponde al concetto di anima individuale, traducibile col pronome personale Sé, che però, possedendo la stessa struttura metafisica e illimitata del Brahman, indica anche l’anima universale del mondo. L’ātman viene descritto come Sé individuale distinto eppure inscindibile dal Sé universale o Brahman.

Il libero arbitrio per Agostino

Sul tema del libero arbitrio molti si sono interrogati. Il soggetto umano investito dal dono di Grazia, cioè dello Spirito, è un soggetto alienato, in quanto invaso da un altro o è ancora compiutamente se stesso? Come si documenta questa relazione con la Grazia nel pensiero e nell’esperienza di Agostino? Egli si interroga sul mistero della scelta e della predestinazione divina. Nessuno infatti crede, che non sia stato chiamato. Ora è Dio nella sua misericordia a chiamare e lo fa indipendentemente dai meriti della fede, perché il dono della fede segue e non precede la chiamata. Se la misericordia di Dio non precede chiamando, nessuno può credere per iniziare di lì a essere giustificato e ottenere la capacità di bene operare. Dunque la Grazia viene prima di qualunque merito.

La domanda che ne deriva è la seguente: Com’è possibile comprendere razionalmente la scelta che Dio opera a sua discrezione verso gli eletti, se in questa sua scelta non c’è un motivo comprensibile? Una risposta sembra difficile da trovare se non si ammette l’idea che Dio legge i cuori e conosce il desiderio di ognuno. Egli dà a ciascuno secondo il proprio desiderio: «Apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente.» (Salmo 145:16) Ora il desiderio può avere qualsiasi scopo, qualsiasi contenuto, buono o malvagio.

Il Supremo

Noi viviamo in Dio, lo Spirito. (Atti17:28) Ma cos’è lo Spirito? Non è forse un’unione dei contrari, luce e tenebra, benessere e calamità? Infatti Isaia 45:5-7 legge: «Ti ho cinto, anche se non mi conoscevi, perché dall’est all’ovest si riconosca che non c’è nessun Dio fuori di me. Io sono l’Eterno e non c’è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il benessere e creo la calamità. Io, l’Eterno, faccio tutte queste cose». Lo spirito include dunque il bene e il male. Gesù e Satana sono suoi rampolli, allo stesso modo. In cielo, alle assemblee plenarie, tutti sono ammessi, anche Satana. (Giobbe 1:6) Il giudizio verrà, ma solo alla fine.  Per comprendere meglio, consideriamo adesso Daniele, laddove si parla dell’Antico dei Giorni. (attiq yohmin, uno avanti nei giorni o anziano in Da 7:9, 10, 13, 14, 22)

«Continuai a guardare finché furono posti dei troni el’Antico di Giorni (attiq yohmin) si sedette. Il suo vestimento era bianco proprio come la neve, e i capelli della sua testa erano come lana pura. Il suo trono era fiamme di fuoco; le ruote d’esso erano un fuoco ardente. Un corso di fuoco scorreva e usciva d’innanzi a lui. C’erano mille migliaia che lo servivano, e diecimila volte diecimila stavano in piedi proprio davanti a lui. La Corte si sedette, e furono aperti dei libri.» (Da 7:9-10)

Elyon e i suoi santi

In Daniele 7:18, 22, 25, 27 a proposito dei santi compare un termine descrittivo assolutamente unico: Elyohnin. Il termine compare quattro volte in tutte le Scritture e deriva dall’ebraico Elyon che corrisponde al greco Upsistos, l’Altissimo, il Padre di Gesù in Luca 1:32,35. Elyohnin è un aggettivo maschile purale che nel contesto si applica ai santi del Supremo. Compare nel contesto il Figlio dell’uomo ed anche una quarta bestia dai denti di ferro e dagli artigli di bronzo. È interessante la nota in calce al v. 7:13 nella Bibbia di Gerusalemme, che a proposito del Figlio dell’uomo legge: «l’espressione…designa un uomo che supera misteriosamente la condizione umana.» In particolare si sottolinea l’uso che ne fa Gesù applicandolo a se stesso. La nota prosegue testualmente: «Ma anche senso collettivo, fondato sul v. 18 (e il v. 22) dove il Figlio dell’uomo si identifica in qualche modo con i santi dell’Altissimo: ma il senso collettivo (ugualmente messianico) prolunga il senso personale, essendo il Figlio dell’uomo, nello stesso tempo il capo, il rappresentante e il modello del popolo dei santi».

Il passo di Daniele, oltre che per il fatto che faccia dipendere i santi direttamente da Elyon, lo Spirito santo, è interessante anche per un altro motivo, il versetto 7:25, che a proposito della bestia romana, il quarto regno, legge: «Egli proferirà parole contro l’Altissimo, perseguiterà i santi dell’Altissimo con l’intento di sterminarli e penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo.» Qui la durata della persecuzione inflitta al popolo dei santi del Supremo, i famosi tre tempi e mezzo, ci collega direttamente ad Apocalisse 11 e 12.

Lo spirito del Cristo infuso negli eletti

A Nicodemo Gesù aveva rivelato la necessità di nascere di nuovo: «In verità, in verità ti dico, a meno che un uomo non sia nato di nuovo non può vedere il Regno di Dio» L’argomento è complesso e nessun uomo avrebbe potuto intuirne la portata se non uno nato di nuovo. Ma questo non era il caso di Nicodemo. (Gv 3) Tuttavia Nicodemo è l’unico al quale il Signore ha parlato dell’assoluta necessità della nuova nascita. E questo punto è tra quelli essenziali. Paolo a questo proposito scriveva: «Parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana ma con parole insegnate dallo spirito, spiegando concetti spirituali con parole spirituali. Ma l’uomo fisico non accetta le cose dello spirito di Dio, perché per lui sono stoltezza; e non le può conoscere, perché devono essere esaminate da un punto di vista spirituale. L’uomo spirituale invece esamina ogni cosa, mentre lui non è esaminato da nessun uomo.» (1 Cor 2:13-15)

Nella lettera ai Romani Paolo scrive: «Se lo Spirito di Dio abita in voi, non siete più nella carne ma nello Spirito. Ma se uno non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a lui. Se Cristo è in voi, certo il corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita a causa della giustizia». Nelle Scritture è costante l’opposizione tra la carne e lo spirito. Lo spirito che dimora dentro di noi e che ci rende partecipi della natura divina, ci fa stare alla presenza di Dio. Noi sappiamo dai tanti riferimenti contenuti nelle Scritture di vivere in Dio e che la nostra cittadinanza è nei cieli. (Atti 17:28; Flp 3:20) Dio ci dà la “caparra”, il “suggello” dello spirito, una nuova nascita in Cristo. Questo corrisponde all’esercizio del diritto alla prima notte da parte di Dio nei confronti della persona che nasce di nuovo. Quando lo Spirito Santo viene a dimorare in noi come “pegno” della nostra eredità futura in Cristo, siamo radicalmente trasformati e la nostra vita cambia. Cambia pure il modo di comprendere le cose dello spirito e gradualmente si fa strada una nuova luce.

Una città ed il suo doppio

In questo capitolo, il 12 dell’Apocalisse, compare Michele con un seguito d’angeli. Sull’identità di Michele molto si è discusso. Anche Daniele ne aveva parlato (Cfr v. 10:13) definendolo uno dei primi principi. Partiamo prendendo questo nome per un termine collettivo che racchiude in sé il Figlio dell’uomo e gli spiriti che gli appartengono in quanto membra del suo corpo, i santi di Daniele 7: 18, 22, 25, 27. Ricordiamo che degli eletti spesso le Scritture sottolineano il fatto che Dio li ha preordinati “prima della fondazione del mondo.” (Cfr. Ef 1:4) Si tratterebbe quindi di spiriti antichi, generati tra i primi principi. Ri 12:7 legge: «E vi fu battaglia in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono». Dunque, Michele, in quanto seme della donna (Cfr. Ge 3:15) combatte contro il dragone e i suoi demoni, il seme di Satana. In questo capitolo emerge la presenza di un dragone accanto ad una donna che sta partorendo.  «Poi il dragone si fermò davanti alla donna che stava per partorire, per divorare suo figlio quando lo avesse partorito.» (Riv 12:4)

La prima domanda da porre è: Dov’è ambientata la scena di Ri 12? Vi si legge: «E un gran segno fu visto nel cielo». Quindi i fatti descritti avvengono in primo luogo nell’alto dei cieli. La donna è vestita di sole e ha la luna sotto i piedi e sulla testa una corona di dodici stelle. Questo ci aiuta a determinare con precisione le sue coordinate. È un personaggio che sta nel cielo dei cieli, al di sopra del sole, dei pianeti e delle stelle, il luogo della dimora di Dio. In questo modo comprendiamo che si tratta di una donna celeste, la Gerusalemme di sopra di cui parla Paolo in Galati 4:24-26. Lì si legge di due donne, Agar e Sara. Paolo scrive: «Tali cose hanno un senso allegorico, perché queste due donne sono due patti: uno dal monte Sinai che genera a schiavitù, ed è Agar. Or Agar è il monte Sinai in Arabia e corrisponde alla Gerusalemme del tempo presente; ed essa è schiava con i suoi figli. Invece la Gerusalemme di sopra è libera ed è la madre di noi tutti.» Innanzitutto qui avvertiamo la presenza di un doppio, la città di sopra e la città di sotto. Chi è quindi la donna di cui si discute in Apocalisse 12? Pensiamo a certe città che sono per qualche motivo spartite in due, per esempio Budapest, tagliata in due dal Danubio, o a Bergamo, divisa in Città Alta e Città Bassa.

La Gerusalemme di sotto

Il capitolo 12 di Apocalisse va letto come un unicum. È un racconto che fluisce armonicamente senza interruzioni. Ciò significa identificare la Gerusalemme di sopra come quella di sotto, con la doppia schiera angelica, quella di Michele e quella del dragone. Similmente, la donna che partorisce sotto lo sguardo furente del dragone presenta la stessa identità e trova il suo antico paradigma nel mito. Secondo la Teogonia di Esiodo, Zeus si era invaghito di Leto, figlia di Titani. Era, regina degli dei e moglie di Zeus, decisa a punire l’adulterio, ordinò al mostro Pitone, successivamente ucciso dal gemello di Artemide, Apollo, di perseguitare la donna, impedendole di partorire su nessuna terra dove avesse brillato il Sole. Leto riuscì a partorire a Delo, l’unica isola galleggiante e quindi non soggetta alla maledizione di Era; Leto partorì ai piedi del Monte Cinto; la prima a nascere fu Artemide, che subito dopo aiutò la madre a partorire Apollo. Come Apollo fu successivamente identificato con il Sole, così Artemide venne identificata con la Luna.

Ora, mitologia a parte, la donna spirituale composta di spiriti buoni e malvagi che sta nell’alto dei cieli (Città Alta) e sta strillando nelle doglie è figura di quella che in Apocalisse 17:3-6 nella città di sotto viene chiamata Babilonia la grande, entità religiosa che al suo interno raccoglie le tante forme organizzate religiosamente nel mondo. Alcune di queste organizzazioni religiose contengono al loro interno individui appartenenti al corpo mistico del Cristo che da esse stanno fuoriuscendo. Questa situazione fu prefigurata nel racconto di Giona che viene vomitato sulla terra ferma dal grosso pesce. Alcuni hanno in questi ultimi tempi preso coscienza della falsità della propaganda portata avanti dalle religioni e della fallacia di molti dei loro insegnamenti. Stanno perciò prendendo le distanze. Questo corrisponde alla nascita di una nuova nazione come in Isaia 66:7-8. Anche in Isaia 54 si tratta di una donna sterile che non partoriva e che improvvisamente è colta dalle doglie: si tratta qui della Gerusalemme celeste che finalmente vede nascere figli spirituali sulla terra. La città di sotto è dunque il deserto. Questo è perciò un periodo di persecuzione per la classe del rimanente di Ri 12. Il dragone è sicuramente anche un dragone politico dato che viene rappresentato con sette teste e dieci corna come la bestia di Apocalisse 13:1.

Due periodi di sette tempi

A questo punto sembrerebbe possibile definire un po’ meglio i tempi di Rivelazione 11 e 12. In un primo momento noi di rifugiatidipella.com avevamo pensato che il tempo dell’Apocalisse fosse definito in sette tempi. Adesso che i primi sette anni (a partire dall’ottobre 2015) si sono completamente esauriti, saremo in grado di capire qualcosa di più? In Rivelazione al capitolo 11 sono definiti due periodi di tre tempi e mezzo e un periodo più breve di tre giorni e mezzo. (Ri 11:2 segna un primo periodo di 42 mesi, Ri 11:3 segna un equivalente periodo di 1260 giorni, Ri 11:9 e 11 segnano un periodo di tre giorni e mezzo) Passati i tre giorni e mezzo i due testimoni lasciati cadavere sulla via sono chiamati in cielo.

Questo momento in cui i due testimoni sono chiamati in cielo potrebbe corrispondere al rapimento del figlio maschio appena partorito in Ri 12:5. Corrisponderebbe anche ad una prima fase del rapimento di 1 Ts 4:17. A questo punto sembrerebbero predisposti altri sette anni di deserto in cui la donna viene nutrita spiritualmente e quindi riceve ‘ali d’aquila‘. Voglio dire che dal momento in cui la donna si sgrava del figlio maschio ed esso viene rapito in cielo fino al momento del vero e proprio rapimento in cielo della donna terrena trascorrono di nuovo sette tempi, quindi sette anni. I primi sette, quelli dei due testimoni di Rivelazione 11 sono ormai cosa del passato. Ciò risulterebbe evidenziato nei versetti 12:6 e 12:14 quando la donna è vista nel deserto dove viene nutrita lontano dalla faccia del serpente. Solo inoltrandoci nei giorni comprenderemo appieno la vera portata di queste parole.

La Grande Madre e lo Spirito

Per millenni l’umanità ha fatto ricorso al concetto della “Dea Unica”, e solo più tardi si è sostituita nell’immaginario collettivo la figura del Dio maschio, che ha comunque assorbito in sé qualità del tutto femminili, come quella della creazione e del dare la vita, mentre la Dea è stata relegata al ruolo di madre o sposa del Dio, come avviene per la religione cattolica. Il vaso è ciò che meglio rappresenta la funzione del femminile, che è quella di contenere e mantenere la vita (acqua), di proteggere e nutrire, (cibo) vaso che comunque inevitabilmente cela e racchiude al suo interno qualcosa di invisibile e quindi misterioso. I miti, i riti, le religioni dell’umanità primitiva, basavano i loro principi su una chiara formula simbolica: donna = corpo = vaso = mondo, da cui nasce la superiorità che per molto tempo ha accompagnato la figura femminile, generando una serie di pratiche religiose volte all’adorazione della Dea Unica, Grande Madre. La Grande Madre può presentarsi come madre buona, madre terribile o buona e cattiva al tempo stesso; nell’ultimo caso gli elementi positivi e negativi sono unificati per quanto in ogni caso compresenti. Questo corrisponde alla variegata natura degli spiriti angelici che compongono la doppia città di Gerusalemme di cui stiamo ragionando.

Nell’inno a Iside rinvenuto a Nag Hammâdi nel III secolo d.C. si legge: «Perché io sono la prima e l’ultima, Io sono la venerata e la disprezzata, Io sono la prostituta e la santa, Io sono la sposa e la vergine, Io sono la madre e la figlia, Io sono le braccia di mia madre, Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli, Io sono la donna sposata e la nubile, Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito, Io sono la consolazione dei dolori del parto. Io sono la sposa e lo sposo, E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità, Io sono la Madre di mio padre, Io sono la sorella di mio marito, Ed egli è il mio figliolo respinto. Rispettatemi sempre, Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica». Questa descrizione ci aiuta a capire e ben si adatta a dare il corretto significato alla schiera spirituale angelica dei cieli di sopra composta di angeli sia buoni che malvagi. L’ambiguità la rivela la presenza oppressiva del dragone accanto alla donna in travaglio.

Il Serpente Cosmico, l’Uroboros

I simboli collegati alla Grande Madre sono di fatto contraddistinti da una forte ambivalenza, una duplice natura, positiva e negativa, quella della “madre amorosa” e della “madre terribile”. Secondo Jung l’archetipo della Grande Madre è: «La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile». La Gran Madre, come lo Spirito, è un coacervo di infinite opposizioni contrarie. Un simbolo parallelo è quello dell’Uroboro. Dal greco “ουροβóρος” ossia “mangiare la coda”, l’Uroboro Primordiale è uno dei simboli più antichi e rappresenta un serpente che si morde la coda.

Divorandosi e nello stesso tempo rigenerandosi continuamente forma un ciclo continuo di nascita, morte e rinascita. Come quello dell’araba fenice, quello dell’Uroboro e uno dei più noti simboli di quella perduta unità con il tutto che è il ricordo dell’utero materno, è l’archetipo primordiale e ci conduce inevitabilmente alla prefigurazione della Grande Madre. Ci riporta alla primaria condizione umana dell’essere avvolto, nutrito e contenuto, cinto e stretto, protetto e imprigionato nell’utero materno, in un ambiente fluido e indistinto, buio e caldo, immerso nell’oblio, nella totale inconsapevolezza, nell’ indifferenziazione. Il serpente e l’albero sono i simboli più antichi che si ritrovano in tutte le tradizioni dei popoli della terra. Il serpente rappresenta la terra, la dimensione materiale, l’istinto di sopravvivenza, l’albero è la sublimazione delle pulsioni, la tensione verso il cielo, verso la mente, verso lo spirito.

Il Demonio della perdizione

Ora non tutti credono nell’esistenza del demonio. Tuttavia non crederci costituisce un forte handicap. Presupposto indispensabile per combattere qualsiasi battaglia è la conoscenza del nemico e delle sue tattiche. Nella nostra lotta per la salvezza, abbiamo un avversario – il male – che si organizza su fronti distinti: il mondo, la carne e il demonio. E il conflitto si svolge nel teatro di guerra della nostra stessa anima. Dunque non solo secondo le Scritture ma anche secondo diversi autori dei primi secoli, per ogni uomo esiste un “demonio della perdizione” – uno spirito malvagio che ci tenta costantemente, in contrapposizione ad un angelo custode personale. Troviamo questa ipotesi teologica formulata nella letteratura ebraica fin dall’antichità, ad esempio nel libro Testamento dei Dodici Patriarchi e nelle opere del filosofo ebreo Filone di Alessandria.

Con la scoperta dei manoscritti di Qumran nel 1947, quando furono rinvenuti in una grotta nei pressi del Mar Morto diversi scritti antichissimi, venne alla luce anche un manuale di disciplina, la regola dell’antica corrente ebraica degli Esseni. In esso si menzionano “due spiriti” – uno di verità e l’altro di falsità – che accompagnano sempre l’uomo nel suo cammino su questa terra. Nella letteratura cristiana dei primi secoli, la tesi fu accettata da autori illustri come Erma, Origene e San Gregorio di Nissa. Quest’ultimo sostiene che Satana designa un demonio perverso per condurci continuamente in errore. Per questo motivo, ogni uomo si trova preso tra questi due spiriti e detiene il potere di far trionfare l’uno o l’altro. Erma esprime l’insegnamento delle due vie, presente nella Didaché e nella Lettera di Barnaba attraverso l’immagine dei due angeli che dimorano nell’uomo.

Il doppio e la dottrina delle due Vie

Gesù esortava i discepoli dicendo: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7:13-14) A partire da un tema sapienziale, caro alla letteratura biblica, il discepolo è stimolato a scegliere: è il tema delle “due vie” (cfr Dt 30:15-20: Ti pongo di fronte due vie…; Sl 1), a cui è da collegarsi l’esortazione ad entrare per la porta stretta. Questa porta stretta indica le difficoltà che si devono superare per passare nella vita piena ed eterna; ma ricordiamo che stretta significa anche bassa, difficile da vedersi e perciò non è da escludere il rischio di non vederla. L’unica alternativa è per Gesù la porta larga e spaziosa che però porta alla perdizione.

L’intero discorso della Montagna si conclude con un’ulteriore irruzione nel campo del doppio: il paragone delle due case. (Mt 7,24-27) La roccia che dà stabilità è il Messia. L’inconsistenza della sabbia è il demonio. Il discepolo deve appoggiarsi a Cristo-roccia, l’unico capace di rendere incrollabile la sua fede, di sottrarla all’umana fragilità. Nel percorso cristiano non possiamo contare sulle nostre forze, ma unicamente sulla guida di Dio. È nella forza di Dio che il credente trova la sua consistenza.

La lettera di Barnaba

Questo scritto fa parte del gruppo denominato dei Padri Apostolici. L’opera godette di un’enorme diffusione e alcuni autori, come Origene, arrivarono a considerarla canonica. Venne scritta intorno al 131 (l’opera parla della distruzione di Gerusalemme per mano di Adriano). Non conosciamo il suo autore, ma vi sono senza dubbio molti argomenti favorevoli per attribuirne la redazione ad un giudeo-cristiano, forse alessandrino; in ogni caso, l’opera presenta elementi ellenizzanti. Non è da escludere l’attribuzione a Barnaba, discepolo dell’apostolo Paolo. Due sono le vie dell’insegnamento e della libertà; quella della luce e quella delle tenebre. Grande è la differenza tra queste due vie. Per l’una sono disposti gli angeli di Dio apportatori di luce, per l’altra gli angeli di Satana. L’uno è il Signore dei secoli nei secoli, l’altro è principe di questo mondo di ingiustizia.

Il doppio e l’onniscienza

Torniamo ancora un momento a Plauto e al suo Anfitrione. Dinanzi all’onniscienza di Mercurio, che elenca con esattezza gli eventi accaduti durante la guerra e che mostra di conoscere i segreti di Sosia – e di cui si appropria Mercurio parlandone come di azioni fatte in prima persona – il servo si arrende definitivamente. Così si allontana con la confusa percezione di essere vittima di una magia, si chiede dove si sia trasformato, dove sia morto, dove abbia dimenticato se stesso.

Questo genere di conoscenza così intima e trascendente richiama alla mente il Salmo 139:1-6 di Davide dove si legge: «Tu mi hai investigato, o Eterno, e mi conosci. Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo, tu intendi il mio pensiero da lontano. Tu esamini accuratamente il mio cammino e il mio riposo e conosci a fondo tutte le mie vie. Poiché prima ancora che la parola sia sulla mia bocca tu, o Eterno, la conosci appieno. Tu mi cingi di dietro e davanti e metti la tua mano su di me. La tua conoscenza è troppo sublime per me, talmente alta che non posso raggiungerla.»

Elena e il suo doppio

Secondo la versione omerica del mito, Paride stava pascolando la sua mandria sulla vetta del monte Ida quando Ermes, accompagnato da Era, Atena e Afrodite, gli consegnò un messaggio con cui Zeus ordinava al giovane di giudicare quale tra le tre dee fosse la più bella. Il giovane finì per consegnare la mela d’oro alla dea Afrodite che gli aveva promesso in dono un’amante d’eccezione. Così, con la complicità del figlio Eros, Afrodite fece in modo che Elena si innamorasse di Paride: i due amanti fuggirono insieme alla volta di Troia, cambiando non solo il corso della loro vita, ma anche le sorti dell’intera Grecia e della gloriosa Ilio, entrate in guerra proprio per il “rapimento” di Elena e per l’orgoglio ferito di Menelao. Tutto questo sarebbe nato dal pomo della discordia, tutto questo sarebbe nato da Elena…

Ma Elena, a quanto pare, non era assolutamente andata a Troia. È questa l’interpretazione che Euripide propone nel suo dramma Elena: qui la donna è un modello di virtù, una creatura pura e indifesa che vive nascosta in una reggia egiziana mentre il suo fantasma si trova a Troia, al solo scopo di provocare la guerra. Come spesso accade nella letteratura antica, il motivo del doppio è dunque associato ad un evento soprannaturale: è la stessa Elena a dichiararlo nel suo dialogo con Menelao. Sebbene sia stata sempre relegata in Egitto, la donna è ingiustamente odiata dai Greci: la sua fama, personificata, è quella sorta a Troia, quella creata dal suo doppio fatto d’aria. Elena apprende la triste fine dei suoi familiari, percepisce chiaramente il disprezzo che i Greci nutrono nei suoi confronti, scopre che si sono perse le tracce di Menelao e della sua sposa.

Elena si allontana da Elena

Elena si trova in una situazione paradossale: parla di sé in terza persona, con una indifferenza assoluta; guarda da lontano il suo “io colpevole”, l’altra che sotto il suo nome ha commesso dei crimini. In questo universo ribaltato e sdoppiato, anche Menelao, che nel frattempo è giunto naufrago in Egitto con i compagni e la moglie-fantasma, rimane disorientato. Quando viene a sapere dalla vecchia serva del re che nella reggia si trova Elena di Sparta, Menelao ha una sorta di straniamento, uno smarrimento quasi metafisico che scivola nell’idea di un raddoppiamento, di un parallelismo dei mondi: «Forse ci sono due Sparte, due Troie, non mi raccapezzo più». E non riconosce la moglie, pur trovandosi faccia a faccia con lei, se non quando un marinaio-messaggero, entrato in scena, racconta come il fantasma di Elena si sia dissolto nell’aria.

 «Poveri Frigi, poveri Greci; vi siete scannati sulle rive dello Scamandro per una beffa della sposa di Zeus. Credevate che Elena fosse di Paride e invece non c’era niente di vero». Al lettore-spettatore si offrono così sensazioni contrastanti e la consapevolezza di una carneficina avvenuta per un’ombra. In questo dramma di Euripide le due Elena vivono parallelamente per anni, ognuna con la sua storia; quando la distanza che le separa si assottiglia sino quasi a farle incontrare, Euripide fa sì che un’Elena sparisca tra le nuvole prima che Menelao si imbatta nell’altra. A proposito di Elena, Saffo scriveva: «Elena che superava ogni donna in bellezza, abbandonato il suo illustre marito, andò a Troia per mare, scordando del tutto la figlia e i genitori» (Saffo, 16 LP). Similmente nell’Iliade Elena è definita «cagna perversa e abominevole» (Iliade, VI, v. 344).  Elena che, in nome dell’amore, infrange i tabù e dimentica i suoi ruoli di moglie, madre e figlia: è questa l’immagine radicata nel nostro immaginario.

Elena ed Eva

Cosa accomuna Elena ad Eva? Elena sarebbe un fantasma creato ad arte nel gioco di rivalità fra gli dei dell’Olimpo. La guerra da cui discende il tracciato culturale dell’Occidente deriverebbe dall’artificio e dall’inganno.  Il dramma euripideo dipinge lo smarrimento di un uomo ingannato dagli dei. Il servo di Menelao – dopo dieci anni di guerra a Troia e sette anni spesi nel tentativo di tornare in patria, davanti all’evidenza che la ‘vera’ Elena non era mai andata a Troia, esclama «Ma cosa? Abbiamo allora sofferto invano per una nuvola?». In questo dramma Euripide ci fa incontrare Elena, la donna bellissima e accusata di aver seguito l’amante Paride in Frigia mettendo in guerra Greci contro Troiani. Ma la presenta incolpevole e profuga sulle coste dell’Egitto. Vittima, soprattutto delle baruffe tra le dee che, nell’Olimpo, decidono la sorte degli uomini, divinità capricciose che spesso cambiano idea.

Infatti il mito greco immagina gli uomini in balia di divinità capricciose in continuo mutamento, poco affidabili e perlopiù negative. In effetti la tragedia umana venne fuori da un capriccio, dal desiderio mal riposto di creature spirituali nei confronti di una donna. La Genesi alla luce del mito ci aiuta a immaginare cosa poté effettivamente accadere alle origini della storia.

Per comprendere l’impatto emotivo dei drammi considerati si rifletta sul complesso tragico in cui si contestualizzano, a mo’ di esempio, le esperienze narrate nel film di Ivano De Matteo, Mia.

https://www.internazionale.it/video/2023/04/06/ivano-de-matteo-mia

https://www.ilmattino.it/spettacoli/cinema/mia_ivano_de_matteo_cinema_metropolitan_napoli_oggi-7344747.html

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