Gnostici e Catari

I Catari furono gnostici. Per costoro il mondo fu creato malvagio da un dio imperfetto, il Demiurgo. Pensatori antichi e moderni ebbero convinzioni affini. Pensiamo a Goethe, Byron o Leopardi. Anche se parrebbe collocarsi principalmente in un contesto cristiano, in passato alcuni studiosi ritennero che lo gnosticismo precedesse il cristianesimo e includesse oltre a pratiche spirituali comuni al cristianesimo dei primi secoli anche credenze religiose pre-cristiane. Nel Medioevo idee gnostiche continuarono a riaffiorare a intervalli regolari, come dimostra l’apparizione di movimenti quali il catarismo, il bogomilismo o il paulicianesimo. Mentre il cristianesimo, come delineato nei concili, sostiene che la salvezza deriva principalmente dalla fede, per gli gnostici invece questo dipende da forme di conoscenza superiore e di illuminazione rivelata.

Gli gnostici erano degli iniziati, le cui prospettive erano sostanzialmente diverse da quelle di chi non avesse raggiunto lo stesso grado di consapevolezza spirituale. Lo stesso schema dualistico insito nel pensiero degli gnostici, a partire dall’idea di uno spirito immateriale che dimora dentro di noi, è presente anche in uno degli scrittori russi dell’800, Lev Tolstoj che esemplarmente scrive: «La vita ci è stata data perché sia per noi un bene e questo noi ci attendiamo da lei. Ma perché sia così, dobbiamo capire che la vera vita non è nel corpo, ma in quello spirito che abita dentro il nostro corpo, dobbiamo capire che il nostro bene non consiste nei piaceri del corpo e nel fare ciò che chiede il corpo, ma nel fare ciò che esige quell’unico spirito, che abita in tutti noi». (Brano tratto dal saggio Amatevi gli uni gli altri (1907).

Il demiurgo degli gnostici

Gran parte degli gnostici teorizzavano che il mondo fosse stato creato non da Dio, ma da eoni. Costoro, secondo le dottrine degli gnostici, sono degli esseri intermediari fra Dio e il mondo, provenienti dal Primo per emanazione. Gli eoni rappresenterebbero le emanazioni di Dio, esprimendo certe sue qualità intrinseche.  Nella filosofia di Plotino tutti gli esseri procedono, per emanazione necessaria, dall’Uno che preesiste in eterno. «Che cosa dobbiamo pensare di Lui, se Egli resta immobile? Un irraggiamento che deriva da Lui, da Lui che rimane immobile, come la luce splendente che circonda il sole che nasce da lui, benché esso sia immobile. […] Così il fuoco fa nascere da sé il calore.» (Plotino, Enneadi, V,1,6) Nel mondo ebraico gli Eoni corrisponderebbero alle gerarchie angeliche preposte ad un sistema di cose, un mondo. Il Demiurgo in particolare è un dio subordinato che dà forma al cosmo a partire da materia preesistente, assieme agli Arconti suoi sottoposti. Il vero Dio è trascendente, la Monade.

Quando un eone chiamato Sophia emanò senza il contributo del suo eone partner, Cristo, il risultato fu il Demiurgo, mezzo-creatore o Primo Arconte. Nei testi gnostici a volte è chiamato Yaldabaoth, Rex Mundi per i catari. I vangeli ne parlerebbero come del governante di questo mondo. Gli gnostici lo reputano una creatura che non sarebbe mai dovuta esistere, identificandolo a volte con il Dio ebraico. Questa creatura, non appartenente al Pleroma, creò tutto il mondo materiale, ma Sophia riuscì ad infondere nella materia la sua scintilla divina (pneuma), salvando così il creato e l’umanità dal Demiurgo. Gli gnostici credevano nella teoria della doppia divinità che contrappone il Demiurgo creatore al vero Dio, sconosciuto e trascendente. Il Demiurgo sarebbe la soluzione che gli gnostici danno al problema del male. Gli gnostici ritenevano che un Dio buono non avrebbe potuto creare il male del mondo e per tale motivo contrapponevano il Demiurgo creatore del mondo materiale alla trascendenza di Dio.

Paolo di Tarso e gli gnostici

La chiesa cattolica ha sempre visto nell’insegnamento di Paolo l’insegnamento anti-gnostico per eccellenza. Tuttavia studi più recenti hanno messo in luce il carattere gnostico di alcuni importanti passi paolini. Per esempio, gli gnostici amavano suddividere gli uomini in somatici, psichici e pneumatici. I somatici erano legati alla materia, gli psichici erano in grado di sviluppare la propria spiritualità mentre gli pneumatici l’avevano già sviluppata. Paolo in 1Cor 2:6-15 scrive: «Tra i perfetti (i perfetti sono secondo la gnosi e per i catari, quelli che hanno ricevuto il battesimo dello spirito, N.d.R.) parliamo, sì, di sapienza…di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta… Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. L’uomo naturale (psychichòs) però non comprende le cose dello Spirito di Dio.

Esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle…L’uomo spirituale (pneumatichòs) invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.» Qui Paolo usa lo stesso linguaggio usato dagli gnostici. In questo passo ricorre più volte il termine greco Arconti per indicare i dominatori di questo mondo, per intendere le forze malvagie delle tenebre. Da notare che qui i nemici sono potenze del mondo celeste. A conferma di ciò egli li chiama Potestà e Principati, nomi usati per definire ordini angelici. Perciò le gerarchie angeliche qui vanno intese come costituite di angeli demonici, servitori del Demiurgo, quello che per gli Gnostici veniva associato al Dio dell’Antico Testamento. Uno dei primi a segnalare l’incompatibilità tra il Dio veterotestamentario e quello di cui si fa testimone il Cristo fu Marcione. Egli metteva in luce certi aspetti tipicamente “arcontici” del Dio ebraico.

Jung tra i pensatori gnostici

Tra i diversi pensatori del XX secolo che furono influenzati da forme di pensiero gnostico ricorderemo Jung. Nel suo ruolo di studioso dei processi fondamentali della psiche, tra le immagini archetipiche di base, Gustav Jung attribuì un ruolo centrale al mito dell’eroe, l’individuo che aspira a rendersi al più presto indipendente. La mitologia dell’eroe incarna il fondamentale desiderio di volersi affrancare dalle imposizioni esterne, di autodeterminarsi, di sottrarsi ad ogni sorta di controllo. Questa spinta vitale frulla in testa ad ogni individuo fin dalla nascita. Il cuore del ragazzo tende al volersi affrancare al più presto. Gli archetipi sono immagini che ognuno condivide con il resto degli uomini, perfino con gli animali. Jung voleva dare all’ES, all’inconscio, la possibilità di emergere. Fu in quel periodo che si immerse nella stesura del Libro rosso e gli apparve Filemone, una figura destinata ad acquisire grande importanza nella sua attività fantastica. È quello il momento dell’emergere di un nuovo Dio nell’anima di Jung.

Lo chiama Abraxas, col nome del Dio degli gnostici Cristiani. Presso la tradizione persiana Abraxas simboleggia l’unione tra Ahura Mazda e Angra Mainyu, le due polarità del bene e del male. La natura ambigua di Abraxas farebbe di lui un Demiurgo talvolta benevolo e a volte demonico, creatore del mondo materiale e identificato dagli gnostici con YHWH dell’Antico Testamento. Jung intravede in questa figura di Abraxas l’archetipo della «coincidenza degli opposti in Dio». Abraxas sarebbe nella cosmologia gnostica il nome di un Dio capace del massimo bene e del massimo male. Ricordiamo che Satana, non a caso, significa Oppositore, colui che sta dall’altro estremo, l’ombra, il doppio. La concezione religiosa di Jung differiva notevolmente dal cristianesimo tradizionale, specialmente per la sua risposta al problema del male e per la concezione di un Dio che non è solo «il buon Dio». Abraxas sarebbe una rappresentazione della polarità Cristo-Satana. A partire da simili concetti Jung poté gettare le basi per lo studio dei meccanismi universali dell’animo umano, l’intuizione degli «archetipi».

La visione del Sé

Jung ebbe per la prima volta una vivida idea del proprio sé quando gli apparve sotto forma di mandala. «Mi apparve come la monade che io sono e che è il mio mondo, il mandala che mi rappresenta e corrisponde alla natura microcosmica dell’anima.» Egli incominciò a intuire che il Mandala era la meta da raggiungere. Il mandala comparirebbe nei momenti di disorientamento, dissociazione psichica, quando ci si confronta con il problema degli opposti della natura (umana/divina) e si rimane confusi. Rappresenta il Sé, la coscienza e l’inconscio. Di lì Jung arriva a comprendere che oltre allo spirito del tempo c’è lo spirito del profondo e che i due si devono conciliare; che c’è un inconscio personale e uno impersonale e che la psiche collettiva non nasce con il singolo ma è ereditata. Egli comprende che in ogni essere umano esistono una funzione trascendente e stati di somiglianza con Dio.

È il ponte tra l’io e l’inconscio che Jung cerca di individuare, definendo questo contatto come funzione trascendente. Per far questo sviluppa uno specifico metodo di esplorazione psicologica – detto «immaginazione attiva». Nella Fenomenologia dello spirito nei racconti di fate, Jung introduce il concetto di enantiodromia, una corsa che ti viene incontro, ed è la rinascita. È la folgorazione di Saulo sulla via di Damasco o, al contrario, la pazzia di Nietzsche quando crede di identificarsi in Gesù. È l’emergere dell’opposto, l’ombra inconscia che si manifesta. Questo caratteristico fenomeno si realizza spontaneamente quando un’estrema, unilaterale tendenza domina la vita conscia. Nel tempo viene alla luce una altrettanto potente contrapposizione. Per ottenere uno stato di completamento interiore gli archetipi opposti si devono bilanciare.

Gnosticismo e gnostici

Oggi il concetto di gnosticismo è relativamente poco noto. Ben più popolare è infatti il concetto di agnosticismo. Il termine agnostico letteralmente identifica chi non ha conoscenza, e per estensione è ateo, senza una precisa fede. A differenza degli agnostici, gli gnostici si interessano alla conoscenza di Dio. Infatti Gnosis in greco significa conoscenza. Gli gnostici durante i primi tre-quattro secoli dell’era cristiana furono numerosi. Molti di loro si consideravano cristiani o giudei o appartenenti agli antichi culti egizi, babilonesi, greci o romani. Gli gnostici erano persone che avevano in comune la convinzione che la conoscenza diretta e personale della verità dell’esistenza è lo scopo supremo della vita umana. Come molte degli uomini riflessivi vissuti in tutte le ere gli gnostici cercarono la verità dentro se stessi. Molti si ritirarono in comunità o diventarono eremiti, altri continuarono a vivere all’interno della società pur non potendo riconoscersi in essa, esattamente come avviene oggi.

Nessuno perviene alla sua verità essendo quello che la società vuole che sia o che faccia. In realtà, famiglia, società, chiesa e politica, nessuno di essi conduce al benessere dell’anima. Al contrario spesso queste sono le vere trappole che allontanano da un’autentica spiritualità. La conoscenza della verità, o gnosi, è una conoscenza che nasce dal cuore in modo intuitivo. Non è cieca accettazione di un dogma esterno ma illuminazione e trasformazione interiore, un processo psicologico profondo. Questi antichi concetti, ripresi da Jung e dalla psicanalisi, sono ormai entrati a far parte del nostro tempo. In particolare Jung ha contribuito ad un revival dello gnosticismo e alla sua diffusione nella cultura del ‘900. Con la sua analisi dell’inconscio ereditato riafferma vecchie convinzioni gnostiche quando dice che l’Io deve diventare pienamente cosciente della sua alienazione prima di poter ritornare a uno stato di equilibrio con il Sé profondo.

L’eresia degli gnostici, la più perniciosa

Non si può negare che nel vangelo di Giovanni si ritrovano elementi cari agli gnostici: le antinomie luce-tenebre, verità-menzogna, Dio-diavolo, la necessità di pervenire all’accurata conoscenza. Anche la teologia paolina, con la sua visione di un cristianesimo libero dalle costrizioni della legge mosaica, il suo dualismo spirito-carne, uomo spirituale e uomo carnale, propone una linea di fede comune allo gnosticismo. È facile immaginare che un’attitudine come questa che rivendica all’uomo l’esercizio della sua piena libertà sia stata osteggiata, repressa e condannata come eresia fin dai primi secoli. L’ultima grande irruzione contro gli gnostici Albigesi e Catari risale al Rogo di circa 200 gnostici nel 1244 nel castello di Montsegur in Francia. Gli gnostici si differenziavano per la loro attitudine verso il mondo.  Possiamo immaginare dunque il motivo per cui la loro è stata considerata a lungo l’eresia più perniciosa. 

Comune è l’idea che la sofferenza dell’uomo deriva dal suo senso di divisione da Dio, che è tutto, eterno, immutabile, divino. Secondo gli gnostici dopo un lungo, lento, faticoso processo di crescita interiore l’anima verrà ricompensata con la liberazione dalle tenebre, dall’oppressione e dall’ignoranza, concludendo il suo percorso nell’unione con il Pleroma. Questo può essere paragonato al Sé di JungQuesto Sé, la pienezza dell’essere, è unico per ogni individuo. È raggiunto principalmente con il recupero dell’inconscio e con l’integrazione degli opposti, come luce e buio, maschile e femminile, bene e male, all’interno della psiche dell’individuo stesso. La prova più evidente dell’orientamento gnostico di Jung è comunque il suo scritto Sette sermoni ai morti. Qui Jung sceglie proprio Basilide di Alessandriamaestro religioso dello gnosticismo cristiano primitivo, come autore dei sermoni. Usa con precisione termini gnostici come Pleroma e Abraxas per simbolizzare degli stati psicologici e il percorso di individuazione.

Gli gnostici catari
I Catari credevano che lo spirito dell’uomo fosse diviso in due parti, una era incarcerata nel corpo, l’altra era rimasta in cielo e fungeva da angelo custode della prima. Nel Convivio Dante descrive Beatrice come “Quella Beatrice beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima” (Cv II, II,1). Questo corrisponde esattamente a quanto suggerivano i catari circa la natura dell’animo umano. Con il Consolamentum, l’imposizione delle mani con cui il Consolato riceveva il dono dello Spirito, avveniva anche il sospirato ricongiungimento delle due parti. Erano le nozze mistiche o nozze celesti in seguito alle quali lo spirito incarcerato nell’uomo si univa indissolubilmente allo spirito del Padre guidato in questa ascensione dalla sua metà celeste. Questo ritorno è descritto in tutti i testi come una risalita attraverso i sette cieli. Tale fu la funzione di Beatrice nella Divina Commedia.

I Catari sapevano che in tutti gli uomini c’è una particella di luce divina che si è incarnata e che anela a ricongiungersi a Dio. Essi usavano dire di Dio “mio Padre” proprio come lo diceva Gesù. Questa visione di Gesù Cristo è anche quella di Dante. Egli si presenta come un nuovo Cristo, come anche Giovanni Pascoli ebbe a notare: “Dante afferma d’essere un nuovo Cristo.” Anche Giovanni Papini scrive: “Dante non teme di assimilare Cristo a se stesso.”  Quando nell’ultimo canto del poema Dante vede Dio lo vede come una figura di tre cerchi che rappresentano la trinità. Nel secondo cerchio Dante vede un volto umano, “la nostra effige”. Egli non dice assolutamente che quello è il volto del Cristo. Questo lo dicono i commentatori, ma lui dice che quello era il suo proprio volto. Egli vede se stesso: “In quel cerchio il mio viso tutto era messo.” Questa espressione starebbe ad indicare la sua consapevolezza di appartenere al corpo di Cristo.

Il lungo cammino degli gnostici

Il catarismo è una religione fondamentalmente gnostica, che ricerca in primo luogo la conoscenza di sé. È un lungo cammino che passa attraverso l’inferno dove significa vedere il male, e non tanto quello di fuori, ma quello dentro di noi. La fine del percorso porta all’identificazione con il divino, la scintilla che è il nostro vero essere. Nella visione finale Dante vede se stesso, ma nel canto XXIII del Paradiso il Cristo gli appare come una luce abbagliante, lucente sostanza e Beatrice, come Gesù, “è la sapienza e la possanza/ ch’aprì le strade tra l cielo e la terra.” Questo dipingere lo spirito come luce è tipico anche dei vangeli. Gesù disse “Io sono la luce del mondo”. (Gv 8:12) Giacomo definisce Dio come “Il padre delle luci”. (Gc 1.17) Dell’uomo il Salmo 8:5 legge: “Lo facesti anche un poco inferiore a quelli simili a Dio”. Questo perché lo spirito d’un angelo vive in noi. Di Stefano, in piedi di fronte al Sinedrio, tutti “videro che la sua faccia era come la faccia di un angelo”. (Atti 7)

La descrizione di Beatrice che sta in cielo con gli angeli e in terra con l’anima di Dante corrisponde alle parole del vangelo: “Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli, perché io vi dico che gli angeli loro vedono continuamente nei cieli la faccia del Padre mio, che è nei cieli.” (Mt 18:10) Ragionamenti di questo tipo sono presenti anche nell’antico Testamento, dove si legge per esempio (Nu 14:34) “e voi conoscerete cosa sia l’essermi ritirato da voi.” Dio si può ritirare da ciascuno di noi, mentre Satana, forse, non si ritira mai. Questi sono fenomeni che avvengono costantemente nell’animo umano. L’angelo è un essere spirituale che assiste e serve Dio ed è al servizio dell’uomo lungo il suo percorso spirituale e la sua esistenza terrena.

Gli gnostici e il matrimonio spirituale

Teresa d’Avila, nel libro Il castello interiore, parla del matrimonio spirituale come settima dimora dell’anima, dove abita il re del castello, cioè Dio. Così lei scrive: “Sembra che Dio voglia mostrare all’anima la gloria del cielo, ma in un modo più elevato che non con ogni altra visione o gusto spirituale. Soltanto questo si può dire: che l’anima, o meglio il suo spirito, diviene una cosa sola con Dio”. Anche Paolo scriveva ai Galati: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (2:20). Similmente nel libro di Osea si leggono queste parole a Israele: “Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

La parola “angelo” deriva dal latino angelus e ha origine dalla parola greca ἄγγελος. Attestato nel dialetto miceneo nel XIV/XII secolo a.C. come akero, con il significato di inviato, messaggero, era reso con il terminedaimon nelle prime traduzioni greche di testi giudaico-cristiani. Come messaggero delle divinità, il termine “angelo” appare associato a Hermes nelle credenze religiose della civiltà classica. Platone nel Simposio menzionò dei daimon che, ministri di Dio, sono vicini agli uomini per ben ispirarli. In Egitto e Asia minore l’angelo era considerato come accompagnatore dell’uomo fin dall’ingresso alla vita terrena. Lui era in grado di determinare le caratteristiche personologiche dell’individuo, e agiva da guida protettrice durante tutta l’esistenza. Nel dopo-morte, era l’angelo che doveva recidere i vincoli dell’anima del defunto con il mondo della materia.

Una corda a tre capi

Descrivere l’animo umano è un’impresa temeraria. Filosofi e poeti vi ci sono cimentati: mille le interpretazioni e gli esiti diversi. Ecclesiaste 4:12 presenta l’immagine di una corda a tre capi che difficilmente si spezza. Funiculus triplex difficile rumpitur dice in latino. Tre era per gli israeliti il numero della completezza e della forza. L’idea di una coppia di innamorati uniti in un vincolo a tre col divino emerge pure nei tarocchi. La carta degli amanti mostra una scena biblica del giardino di Eden. Adamo ed Eva nudi stanno uno di fronte all’altra e sopra di loro un angelo distende le ali. Dietro la donna si abbarbica un melo a cui si attorciglia un serpente. Accanto all’uomo cresce l’albero della vita con dodici frutti. Su di loro l’angelo domina dalla nube trionfando con una corona di fiori e di foglie sul capo.

Adamo guarda la donna, ma lei leva lo sguardo all’angelo. È come se di lì cercasse qualche barlume di luce. I tarocchi sono nell’immaginario collettivo legati all’occultismo, e io li menziono non per un interesse divinatorio ma per ragioni simboliche. Infatti le carte dei tarocchi, che si svilupparono nell’Italia settentrionale nel XV secolo, sono ricchissime di emblemi. L’idea che un angelo presieda all’amore è un filo che attraversa la letteratura di tutti i tempi. Si pensi alla donna angelicata degli stilnovisti. Dell’amore di Dante per Beatrice Francesco de Sanctis scrive: «Beatrice è più simile a sogno, a fantasma, a ideale celeste che a realtà distinta e che procura effetti proprii. Uno sguardo, un saluto è tutta la storia di questo amore. Beatrice morì angiolo, prima che fosse donna, e l’amore non ebbe tempo di divenire una passione, come si direbbe oggi, rimase un sogno ed un sospiro.»

Gli gnostici e l’amore cortese

Il concetto di amor cortese alla base del Dolce Stil Novo di Dante appare per la prima volta nel corso del XII secolo nella poesia dei lirici provenzali che scrissero in lingua d’oc. L’amor cortese è un sentimento capace di nobilitare e affinare l’uomo. Nasce come un’esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale. Tale “ambivalenza” è detta mezura, cioè la “misura”, la giusta distanza tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione. Forse il lavoro più importante e popolare su questo tema è stato il De Amore di Andrea Cappellano, che descrive l’ars amandi (“l’arte d’amare”) nella Provenza del XII secolo. La sua indagine prosegue nel solco della tradizione dell’Ars amatoria di Ovidio. Nel De Amore viene a condensarsi l’intera cultura cortese relativa all’esperienza e al significato d’amore. La data di composizione è incerta ma dovrebbe collocarsi nella seconda metà del XII secolo.

Non si hanno notizie sicure sull’autore di questo trattato latino, che è stato identificato con un Andrea, cappellano della contessa di Champagne, sorella del re di Francia Filippo Augusto. L’opera dovrebbe essere stata composta negli ultimi anni del XII secolo e l’autore dovrebbe essere morto intorno al 1210. Questo trattato in tre libri fu larghissimamente divulgato e ritenuto “il codice più completo dell’amore quale si trova in atto nei romanzi cortesi” in lingua d’ oil. Già nei primi decenni del XIII secolo il trattato ebbe grande diffusione e divenne un punto di riferimento essenziale per tutte le definizioni dell’amore, per la riflessione sulle sue diverse forme, per la sua rappresentazione nella lirica e nella narrativa del tardo Medioevo. Molti critici moderni hanno voluto vedere in quest’opera una sintesi delle nozioni sull’amore cortese, diffuse nella cultura feudale e nella letteratura francese e provenzale del XII secolo.

La Reprobatio Amoris

C’è una frase di Andrea che mi sembra significativa: «nessuno Dio e amore può servire». Questa è sembrata generalmente una vera e propria reprobatio amoris, una ripulsa dell’amore profano. Mentre Andrea nei primi due libri si dilettava a parlare di amore libero, gli altri scrittori del tempo parlavano della caritas, cioè dell’amore verso Dio; ma che differenza c’è? Andrea aveva sottolineato la superiorità della “fin’amor”, l’amor cortese, rispetto all’amore coniugale, il che era un’idea pericolosa in una comunità cristiana. La sua idea di amore è ben distante dall’amore cortese, considerato un amore spirituale: per Andrea infatti l’amore nasce dalla visione della donna amata ed è quindi carnale. Queste sue idee erano talmente pericolose che nel terzo suo libro del De Amore dovette fare uso della reprobatio amoris, con cui egli si pone contro l’amore e la donna visti carnalmente, alla maniera dei trattati cristiani più intransigenti.

Il terzo libro del De Amore, data la necessità di allinearsi alle più strette norme sociali, viene a contraddire ciò che l’autore aveva portato avanti nei primi due scritti. Tale sublimazione dell’amata, intesa come veicolo di salvezza, segna definitivamente il distacco dalla tematica erotica che spingerà Dante verso la vera sapienza, che è luce abbacinante in Paradiso. Beatrice si conferma, pertanto, in quel ruolo salvifico tipico degli angeli, che reca non solo all’amato, ma a tutti gli uomini quella beatitudine di cui il suo nome stesso costituisce una premessa. L’amore non viene più visto da una prospettiva laica ma da una che privilegia il divino. Questo ribaltamento sarà la regola di molti canzonieri. La capacità di Andrea di sintetizzare le diverse esigenze del suo tempo, arrivando fino alla ritrattazione finale, è all’origine dell’enorme successo del De Amore.

L’amore come strumento di elevazione

Nel De Amore si legge: «Effetto dello amore si è che ’l vero amadore di nessuna avarizia può esser tenebroso: quello ch’è disconcio e disadorno, amore lo fa chiaro d’adornezze; quello che è di nazione basso, amore lo fa ricco di nobiltà di costumi; quello ch’è superbo, amore lo veste d’umiltà; quello ch’è inamorato, acconciamente fa molti servigi a tutti. Oh, che mirabile cosa è amore, lo qual fa l’uomo di tante virtù risplendente e abondare in tutti i buoni costumi!» Il trattato costituisce un elemento indispensabile per la comprensione della lirica d’amore, poiché fornisce ai rimatori e letterati del Duecento e Trecento un inesauribile repertorio di situazioni e immagini, tanto che lo stesso Andrea Cappellano assunse nel tempo il ruolo di “secondo Ovidio” e Cavalcanti lo raffigurerà come «Andrea coll’arco in mano».

In ogni caso, all’inizio del pensare trobadorico, un amor cortese, per essere veramente degno di quel nome, doveva essere un amore puro e angelicato, liberato da ogni pulsione carnale. Ma allora, chiederete, fu veramente questo l’amor cortese? E allora Lancillotto e Ginevra? L’amor cortese dovette essere un sentimento casto e disincarnato, che solo a un certo punto iniziò a divenire adultero, sporcandosi di tinte peccaminose e libertine. In effetti sì, l’amor cortese delle origini (quello cantato dalle primissime generazioni di trovatori che si sono cimentati in quel genere d’arte) appariva proprio in tale forma. Cioè un’attrazione intellettuale modellata secondo gli schemi della servitù feudale, che poteva dire d’esser giunta a perfezione solamente nel momento in cui il cavaliere innamorato mostrava d’aver raggiunto il totale controllo delle sue pulsioni, accettando d’abbracciare in tutto e per tutto castità.

Gli gnostici e la continua lotta contro il corpo

Nella logica dell’amor cortese delle origini, l’unico sentimento che val la pena di perseguire è quello dell’amor coral, l’amore del cuore. Il cavaliere che si pone alla ricerca di questo tesoro sa che potrà ottenerlo solo attraverso un itinerario di elevazione spirituale. Questo metterà alla prova il suo valore, il suo senso di misura e la sua capacità di dominare le pulsioni fisiche. Per dirla con le parole di Annarosa Mattei, in L’enigma d’amore nell’occidente medievale, in questo scenario la donna desiderata “svolge un’azione pedagogica nei confronti del cavaliere che ha scelto di amarla percorrendo un cammino di rigenerazione interiore”. È lei che regge le fila del gioco, è lei che sposta sempre più in là la soddisfazione del desiderio. E’ lei che alza ogni giorno di più l’asticella per permettere al suo amato di crescere nella virtù.

In quest’ottica diventa più comprensibile la tolleranza con cui la società dell’epoca guardava a questi flirt extraconiugali. Si trattava sostanzialmente di una profonda intesa intellettuale, finalizzata alla crescita spirituale di un castissimo discepolo. Il catarismo aveva molte affinità con la fin’amor dei trobadori. Oltre a promuovere la libera conoscenza e l’accesso diretto alle fonti evangeliche, specialmente il vangelo di Giovanni, sosteneva l’idea dell’uguaglianza tra l’uomo e la donna. I catari o albigesi chiamati anche “Bonshommes”, adottarono convinzioni che provenivano dall’Oriente. Era un miscuglio di concetti gnostici, manichei e dualistici, e credevano in due principi, il Bene e il Male. Respingevano l’Antico Testamento, che era considerato opera di un Dio malvagio. L’uomo, secondo gli gnostici, era composto dal corpo, che era il male, e dall’anima, che doveva lottare fino a liberarsi dal corpo mediante la morte. Credevano nella trasmigrazione degli spiriti, che passavano continuamente da un corpo all’altro.

Gli gnostici albigesi e il rifiuto d’amore

Ma come, ci si potrebbe chiedere, c’era davvero gente che ragionava così nel Medioevo? Si, e ce n’erano tantissimi, in certe zone fino a un terzo della popolazione, quasi tutti stanziati nella Francia meridionale, zona in cui la dottrina albigese s’era diffusa a macchia d’olio a partire dalla seconda metà dell’XI secolo. Cioè, esattamente nel periodo in cui si sviluppava il concetto di amor cortese. Non è possibile che sia una coincidenza; gli storici lo dicono senza mezzi termini. Annarosa Mattei scrive che “tra le idee [dei catari] e quelle espresse dai trovatori provenzali si possono notare effettivamente straordinarie affinità, nonostante non sia facile provare un rapporto di derivazione diretta per la scarsità della documentazione.

 Anche i catari parlano di libero amore ritenendolo incompatibile con il matrimonio, ma – proprio come suggerisce Andrea Cappellano al suo giovane amico Gualtieri nella cosiddetta reprobatio amoris (riprovazione dell’amore), con cui conclude il De amore – esaltano soprattutto la castità e l’amore spirituale, incidendo profondamente sulla nuova sensibilità delle donne, collocate per la prima volta su un piano di parità rispetto all’uomo. Il tema d’amore e l’immagine della donna, celebrati nel grande canto cortese, non sarebbero, in questo senso, da intendersi nel solo significato letterale ma, secondo l’ipotesi dello studioso Denis de Rougemont, dovrebbero essere interpretati come uno schermo allegorico, una sorta di modo criptato di parlare di conoscenza, di filosofia e teologia, attraverso simboli e codici condivisi.”

Gnostici e dualismo religioso

I catari, dunque, professavano una dottrina dualistica, secondo cui ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, e il mondo materiale ricade nella sfera del secondo. In ciò, la loro visione richiamava quella di movimenti in qualche modo analoghi diffusi nei Balcani e nel Medio Oriente, come i pauliciani o i bogomili, di cui il catarismo fu probabilmente una derivazione. Il Bogomilismo, come il cristianesimo tradizionale, concepiva un solo Dio creatore, che aveva creato ogni cosa come buona, compreso Satana-Michele, il quale era da identificarsi col suo figlio maggiore, Lucifero, che poi gli si era ribellato. La corruzione di Satana, quindi, era stata la conseguenza di una sua libera scelta. Anche gli spiriti che questi aveva imprigionato in seguito nei corpi avevano subito questa sorte in ragione di una loro scelta.

Questa corrente del catarismo fece propria l’idea secondo cui il protagonista della creazione sarebbe stato Satana, ma che per creare il mondo avrebbe utilizzato una materia preesistente creata in principio da Dio a partire dal nulla. Il mondo in cui l’uomo vive è quindi il dominio di Satana e l’Antico Testamento sarebbe la descrizione di questo dominio. I catari accettavano la rivelazione contenuta nel Nuovo Testamento, ma ne davano un’interpretazione particolare, inserendola all’interno di un complesso teologico di tipo sincretistico, espresso con un linguaggio allegorico che solo gli iniziati (i perfetti) sapevano interpretare correttamente. Satana non aveva però creato le anime umane, ma queste erano gli angeli creati da Dio che Satana era risuscito ad attrarre ed intrappolate nella materia. Le prime due anime imprigionate erano state quelle di Adamo ed Eva, che, soccombendo alle tentazioni di Satana, divennero i progenitori della razza umana.

Gnostici e docetismo

La pena per la caduta di Adamo, che i catari identificavano in un peccato di tipo sessuale, fu la procreazione di corpi dotati di anime decadute individuali, così che tutti gli uomini nascevano come anime imprigionate in un corpo. Tutta la pratica religiosa catara era diretta a liberare l’anima dal corpo (e dal dominio di Satana), permettendole di tornare a quel cielo a cui era stata destinata dal suo Creatore. Questa era anche la ragione per cui Dio, avendo pietà degli angeli caduti, intrappolati in corpi che soffrivano per il peccato di Adamo ed Eva, aveva mandato nel mondo non solo Cristo, ma anche lo Spirito Santo.

Rispetto al Cristo i Catari sostenevano un punto di vista docetico secondo cui, in quanto spirito, Cristo nella sua forma umana non aveva un vero corpo. Era, secondo alcuni, un fantasma, o, secondo altri, una sorta di ente angelico. Per i catari, Cristo non era il Logos di Dio fatto carne, come per il cristianesimo dei vangeli. Non aveva patito sensibilmente sulla croce per i peccati dell’umanità. Il vero Cristo aveva sofferto per l’umanità in cielo. Il suo ruolo, infatti, non era stato quello di espiare i peccati del mondo, ma quello di mostrare la via e ristabilire la verità della parola di Dio. Tuttavia a sconfessare il valore di qualsiasi ipotesi docetica vorrei citare una domanda che Gesù pose ai discepoli sulla strada di Emmaus: «Non era necessario che il Cristo soffrisse queste cose ed entrasse nella sua gloria?» (Lc 24:26) Cristo dunque ebbe la natura doppia (duofisismo nestoriano) come ogni essere umano, un corpo e uno spirito, come tutti noi che siamo in grado di provare piacere e dolore.

Un corpo dottrinale ricco ma non sempre coerente

L’eresia catara è l’eresia medievale per eccellenza. È l’eresia più importante e diffusa in tutto l’occidente cristiano ed è quella per cui venne istituita l’inquisizione, frutto della reazione decisa da parte della Chiesa. Fu un ricco movimento, non sempre coerente ed uniforme, che attraversò un lungo spazio di tempo, a cui partecipò un’ampia fascia della società medievale. Contrariamente a quanto spesso si crede, l’eresia catara dei secoli XI-XII non fu semplicemente un risveglio dell’antica dottrina della gnosi, o del manicheismo, ma rimase sempre nell’ambito del cristianesimo. Alla base del loro rifiuto di riconoscere l’autorità della chiesa di Roma, ad accettare i sacramenti, la resurrezione della carne, la validità dei suffragi per i morti, l’adorazione della croce, il battesimo d’acqua amministrato dai preti, il culto dei santi e delle reliquie, c’era un’esegesi letterale del Nuovo Testamento e delle lettere paoline.

Tra i passi maggiormente citati dai catari per suffragare le loro asserzioni citiamo «Nemo potest duobus dominis servire … non potestis Deo servire et Mammo­nae» (Mt 6: 24) e «Non potest arbor bona malos fructus fecere, neque arbor fiala bonos fructus facere» (Mt 7:18). Ma possiamo anche menzionare le lettere di S. Paolo, adottate dai catari per evidenziare il peso opprimente della carne e del mondo terreno: «Scio enim quia non habitat in me, hoc est in carne mea, bo­num» (Poiché so che in me, cioè nella mia carne, non dimora niente di buono, poiché in me è presente la capacità di desiderare, ma la capacità di operare ciò che è eccellente non c’è. – Ro 8:18). Come il Dio del bene era il paradiso, così il mondo visibile creato da Satana era l’inferno.

Gli angeli nello Zoroastrismo

Gli “angeli” ricoprono un ruolo fondamentale nella religione zoroastriana. Tale fede religiosa presuppone l’esistenza di un unico Dio indicato con il nome di Ahura Mazda (Colui che crea con il pensiero) sapiente, onnisciente e sommo bene il quale, all’origine dei tempi, creò due spiriti superiori (mainyu) più una serie di spiriti secondari. Dopo tale creazione, uno dei due spiriti superiori, Angra Mainyu (Spirito del male), si ribellò al Dio unico trascinando con sé una moltitudine di esseri celesti denominati Daeva. L’altro spirito superiore Spenta Mainyu (Spirito santo del bene) unitamente ad altri spiriti secondari indicati come Ameša Spenta restarono fedeli ad Ahura Mazda, avviando uno scontro cosmico tra il Bene e il Male di cui la creazione dell’universo materiale e dell’uomo rappresenta l’elemento centrale.

All’interno di questo quadro cosmico l’uomo deve scegliere se schierarsi con il Bene o con il Male. Il libro sacro dello Zoroastrismo, l’Avesta, menziona anche degli esseri angelici denominati Fravaši in qualità di “angeli custodi” o “spiriti guardiani benefici” degli uomini vivi, delle loro famiglie e comunità e delle loro anime dopo la loro morte. Studiosi ritengono che la figura di Angra Mainyu sia equivalente alla figura di Satana; nell’antica religione Mazdeista infatti, Angra Mainyu era l’angelo caduto che scelse liberamente la sua natura e la sua vocazione malefica, divenendo un’entità malvagia e distruttrice, guida di una schiera di angeli malvagi e contrapposti al Dio unico.

La donna angelicata

La figura della donna-angelo, che ha un ruolo fondamentale nella poetica stilnovista, non è un’invenzione di questa corrente ed era, anzi, ben presente nella precedente poesia nella quale, però, l’analogia tra la donna e l’entità celeste era limitata a un paragone basato su fattori estetici. Gli stilnovisti ripensano questa figura in una chiave che può essere compresa solo alla luce dei concetti teologici allora diffusi attorno alla funzione degli angeli: nell’universo tolemaico la terra è al centro ed è circondata da nove cieli, ognuno dei quali è presieduto da un’intelligenza angelica il cui compito è quello di mediare il volere divino imprimendo a ciascun cielo quel movimento che lo fa roteare.

Parallelamente la bellezza della donna-angelo viene identificata dagli stilnovisti come una bellezza proveniente da Dio e quindi ricca di ogni virtù, che suscita nell’uomo che ha un cuore nobile un sentimento d’Amore che non va identificato con il desiderio carnale, ma va inteso come un mezzo di perfezionamento che, attraverso un’esperienza quasi mistica, può elevare il suo animo. La Beatrice di Dante «par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare» e «par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: <<Sospira!>>.» Beatrice è vista e percepita da Dante sotto una luce puramente angelica. Non vi è alcuna definizione fisica. Beatrice rappresenta quasi un’emanazione di Dio. Dante rievoca la teoria di Cavalcanti degli «spiriti vitali», secondo la quale gli organi del corpo sono animati da determinati principi vitali governati da forze soprannaturali. Per Dante l’amore è uno strumento d’ascesa spirituale. La donna angelo rappresenta la salvezza. Soltanto chi è gentile di cuore può aspirare all’elevazione spirituale.

Un’incursione nel mondo delle eresie gnostiche

Per comprendere certi aspetti dello gnosticismo bisogna anzitutto comprendere quali fossero in origine i suoi tratti caratteristici. La gnosis è conoscenza esoterica: non si tratta di informazioni che si possano acquisire o dedurre mediante la logica, bensì di una rivelazione direttamente concessa dalla divinità. Per arrivare a capire bisogna risalire al corpus dottrinale di alcune antichissime sette. L’universo descritto nei vangeli gnostici è qualcosa di profondamente dualistico. Due sono i mondi che formano il cosmo. Uno è quello terreno che ci circonda, costituito di materia e caratterizzato dalla legge del continuo cambiamento: si tratta di un regno corrotto e imperfetto, dove ogni cosa è soggetta al dolore e alla morte. L’altro è il mondo ultraterreno: una dimensione incorporea di puro Spirito, caratterizzata da eternità e perfezione. Due sono gli opposti sovrani che governano questi mondi.

Da un lato c’è il Dio dello Spirito, che regna con saggezza e bontà sul reame ultraterreno. All’opposto, il mondo terreno inferiore è il dominio del demonio, che in antitesi con il sovrano dello Spirito, crede di essere anch’egli una divinità. Questo falso dio della materia viene variamente denominato Demiurgo, o Primo Arconte. Duplice infine è la natura dell’essere umano. All’esterno c’è il corpo, un guscio di materia grezza plasmata dal malvagio, il Demiurgo, proprio come ogni altro oggetto presente nel mondo terreno: da qui provengono gli istinti, il dolore, le malattie e la morte. All’interno di ogni uomo si cela una scintilla di puro Spirito, caduta sulla terra dal mondo superiore. La scintilla è un frammento di Dio stesso rimasto ingabbiato nella materia, che conferisce all’uomo l’autocoscienza, l’intelletto e la razionalità. Il «terreno intermedio» tra questi due poli contrapposti è rappresentato dall’anima individuale, dimora dei sentimenti. 

L’ápeiron dei greci

L’ápeiron è un antico termine filosofico il cui significato letterale è «illimitato», «infinito» o «indefinito». Ciò rappresenta, secondo la filosofia di Anassimandro l’archè, cioè l’origine e il principio costituente dell’universo. È una realtà infinita, indeterminata, eterna, indistruttibile ed in continuo movimento. Anassimandro concepiva l’ápeiron come un’unica materia nella quale i vari elementi non sono ancora distinti. Il filosofo riteneva che in origine tutte le cose fossero armoniosamente unite nell’ápeiron, ma per una colpa originaria, da lui non meglio specificata, le cose presero a separarsi a coppie di contrari, dando origine al cosmo: così dall’ápeiron uscirono a coppie di opposti luce e tenebre, notte e giorno, vita e morte. Questa colpa nelle Scritture è legata alla nascita degli esseri, che si sono distaccati dall’ápeiron assumendo un’esistenza individuale. Fu perciò un rompere l’armonia originaria dell’àpeiron, la colpa del mondo e degli uomini.

Infatti con la rottura dell’unità ebbe origine la divisione del mondo in contrari. Gli uomini iniziarono a scontare la colpa originaria vivendo la loro vita mortale aspettando il tempo in cui contrari potranno di nuovo fondersi e tornare indistinti nell’ápeiron. Quindi il mondo primordiale è descritto come una realtà informe e vuota. L’unica cosa esistente prima della creazione è un abisso d’acqua. L’opera babilonese Enuma elis descrive la prima fase dell’universo come un caos acquatico; qualcosa di simile viene narrato nella Genesi. L’ápeiron anassimandreo sarebbe riconducibile a Talete, che individuava il principio di tutte le cose nell’elemento fisico umido, ovvero l’acqua. Gli studiosi si chiedono come mai il successore di Anassimandro, Anassimene proponga poi il soffio vitale o pneuma (ossia l’aria) come principio fisico alla base del creato, il che costituirebbe, a loro modo di vedere, una regressione. In realtà queste due interpretazioni vanno a integrare i due lati dell’ápeiron, cioè la materia e lo spirito.

Gli gnostici e la Bibbia all’incontrario

Simili teorie cosmogoniche ebbero sulla lettura della Bibbia sorprendenti conseguenze. In effetti chiunque si può facilmente rendere conto di quanto sia difficile conciliare il Nuovo Testamento con il Vecchio. Particolarmente controversa è la figura di YHWH Sabaoth, il Signore degli eserciti, l’identità guerriera che il Dio di Israele assume durante la lunga storia del popolo ebraico. Si tratta di una divinità spesso collerica e vendicativa, un Dio geloso, che sul monte Sinai ordina a Mosè e agli Israeliti di non avere «altro dio all’infuori di lui» sottintendendo l’esistenza di altre divinità. Com’è evidente, si tratta di aspetti difficilmente conciliabili con il ritratto del Padre buono e misericordioso tracciato da Gesù. La chiave di lettura cristiana tende ad appianare gli elementi problematici della Bibbia ebraica osservati in precedenza, razionalizzandoli quanto più possibile. I vangeli gnostici, al contrario, fanno esplodere queste contraddizioni, proponendo una rilettura rivoluzionaria del testo sacro, così da rovesciarne sistematicamente l’interpretazione. 

Rinunciando alla ricerca di un equilibrio di copertura, i seguaci della gnosi identificano il collerico Yahweh-Sabaoth dell’Antico Testamento con il Demiurgo, ossia con il demoniaco costruttore della terra di cui si è parlato in precedenza. Gli gnostici lo denominano Yaldabaoth, deformando i due nomi divini utilizzati nella Bibbia ebraica, e lo descrivono come un tiranno spesso crudele. La svolta finale giunge con Gesù di Nazareth, che per gli gnostici è un’emanazione luminosa del Signore dello Spirito venuta sulla terra per smascherare una volta per tutte gli inganni del Demiurgo, rivelare la vera identità di Dio Padre e aprire la via per il ritorno delle scintille nel mondo spirituale.  Gli spiriti divini, ossia i singoli «io» degli gnostici, ascenderanno al regno ultraterreno e si uniranno a Dio, raggiungendo la perfezione eterna.

Bogomilismo

A questo punto dovremmo essere in grado di capire diversi aspetti relativi alla dottrina dei catari, la quale presenta evidenti relazioni con quella dei bogomili. Anche la dottrina di questi ultimi si concretizzava come dualistica. Dio avrebbe creato soltanto tutto ciò che è spirituale, e quindi eterno e fuori della contingenza; mentre tutto ciò che è materiale, temporaneo, contingente – perciò anche il mondo e il corpo dell’uomo – è opera del demiurgo, in lotta con Dio. Sicché tutta l’umanità è preda del Male, fino alla venuta del Cristo, che, secondo loro, non può aver rivestito un corpo mortale (concezioni docetiche). Per questi motivi negano l’importanza dell’Antico Testamento. Appaiono in queste credenze gli spunti ereditati da sette dualistico-gnostiche più antiche. Il bogomilismo, in sintesi, riteneva che Dio avesse due figli gemelli: Satanael, il primogenito, e Michael.

I Messaliani, una setta più antica, credevano, come i Bogomili e i Catari, che, a causa del peccato originale, ogni uomo venisse al mondo legato a un daimon, il quale nessun sacramento avrebbe potuto scacciare. Essi sono naturalmente avversi al matrimonio e alla procreazione, con cui si perpetua la prigionia dello spirito nella carne; pure aspramente combattuto è il culto della croce, che è fatto di materia peritura e ricorda la crocifissione di Cristo, il quale è puro spirito. Per motivi consimili abborriscono le immagini e gli ornamenti sacri; le chiese sono demolite e abbandonate perché Iddio onnipresente non può essere venerato in luoghi chiusi. Perciò le riunioni della comunità si tengono di preferenza all’aperto; quando però sia necessario tenerle in luoghi chiusi, basta una semplice stanza in una casa privata. Per i defunti non si prega, perché il purgatorio non esiste.

Il sacrificio di Gesù

Il bogomilismo, in sintesi, riteneva che Dio avesse due figli gemelli, di cui uno, Satanael presto si ribellò al Padre e si trasformò in una creatura malvagia che, una volta esiliato dal Regno dei Cieli, si accinse a creare la Terra, tentando di generare l’uomo. Non riuscendo a completare il capolavoro, chiese aiuto al Padre che soffiò l’anima spirituale nel corpo inanimato. Padrone dell’uomo per aver creato la sua parte materiale, Satanael diede facoltà ad Adamo di soggiogare la Terra a condizione che questi vendesse se stesso e i propri discendenti al suo demiurgo. Mosso da pietà per quegli esseri cui aveva infuso l’anima, Dio inviò allora sulla Terra il suo secondogenito, Michael, il cui spirito penetrò nel corpo di Gesù prima della nascita dello stesso, entrando nel corpo di Maria tramite l’orecchio destro, trattandosi di un concepimento tramite la Parola.

Con il suo avvento Gesù ebbe il compito di rompere il patto stabilitosi tra Adamo e Satanael e, per far questo, sconfisse il Diavolo tramite il suo sacrificio sulla croce. La parte spirituale dell’uomo, una volta liberatasi da quella materiale, poteva ora ascendere al Cielo. Tuttavia Satana, pur privato di gran parte dei suoi poteri, riuscì ugualmente a istituire la Chiesa ortodossa attribuendole cerimonie, sacramenti e gerarchie clericali. Questa diventò così Chiesa di Satana, alla quale ci si poteva sottrarre solo tramite il rifiuto del mondo materiale. Gli “eletti” tra i bogomili, coloro cioè che si dedicavano totalmente alla vita religiosa, praticavano infatti un ascetismo severo, rifiutando le immagini sacre, i sacramenti, l’Antico Testamento ad eccezione dei Salmi e dei Profeti, ogni culto esteriore e ogni forma di struttura ecclesiastica.

L’incidente cosmico 

Diversamente da quanto accade nella Bibbia ebraica, nei vangeli apocrifi l’uomo non crea il Male con le sue scelte, ma al contrario ne è vittima. Secondo gli gnostici, il Male è una forza primordiale che scaturisce dalla materia stessa che permea il nostro mondo. Tutto ebbe inizio ben prima della creazione di Adamo ed Eva. All’inizio ci sarebbe stato un errore, e il mondo divino dello Spirito sarebbe entrato in collisione con l’abisso inerte della materia grezza. Quale sarebbe la causa di questo incidente cosmico primordiale? Non esistendo un unico «dogma gnostico», disponiamo di varie versioni del mito. A parte le differenze, nei vari racconti sembrerebbe possibile individuare uno schema di fondo comune. Una versione particolarmente diffusa era quella adottata dalla setta gnostica di Valentino, tramandataci da Ireneo di Lione. In principio, Dio si manifesta nel Regno Spirituale sotto forma di trenta persone divine, organizzate in quindici coppie maschili-femminili.

Complessivamente formano il Pleroma, che in greco antico significa «pienezza»: la perfezione divina. In questa versione del mito, il Dio gnostico è sia maschile che femminile e ha molteplici qualità: tra gli Eoni divini compare anche «Uomo», modello ideale e perfetto, prototipo del futuro essere umano terreno. Gli gnostici valentiniani dicono che esisteva, nelle altezze invisibili, un Eone perfetto, che esisteva prima di tutto. Questo Eone essi lo chiamano pro-principio, pro-padre e Abisso. Era invisibile, e nessuna cosa lo poteva contenere. Per il fatto che non poteva essere contenuto da nessun altro, e per il fatto che era invisibile, era stato in profondo riposo e tranquillità per una infinità di secoli. Con lui c’era anche Pensiero o Silenzio. Ora un bel giorno questo Abisso volle emettere, a partire da se stesso, un abisso che fosse principio di tutte le cose.

Un errore di gioventù

Mandò fuori questa emissione come un seme, e la depose nel seno della sua compagna Silenzio. Ella ricevette questo seme, e resa incinta, generò Intelletto: simile e uguale a colui che l’aveva emesso, il solo capace di comprendere la grandezza del Padre. Questo Intelletto lo chiamano anche Monogeno, Unigenito. Ora questo Monogeno, avendo preso coscienza di sè, emise a sua volta Logos e Vita, divenendo padre di tutti quelli che sarebbero venuti dopo di lui, principio e formazione di tutto il Pleroma. Da ultimi furono emessi Desiderato e Sophia. A causare l’incidente primordiale sarebbe stata l’ultima di queste manifestazioni divine, Sophia. In altre parole, sarebbe la divinità stessa a commettere un «errore di gioventù», provocando la nascita del mondo terreno e la prigionia del genere umano nella materia.  Ciò che avrebbe spinto Sophia a causare il famigerato incidente sarebbe stato il suo insaziabile desiderio di conoscenza.

Spinta dalla curiosità, avrebbe preso un’iniziativa avventata senza consultarsi con la propria metà maschile, Desiderato. Sophia desidera vedere il Padre-Abisso e comprendere come avesse fatto a emanare la vita. Esposta alla potenza creatrice del Padre-Abisso, Sophia viene ingravidata per errore e dà vita a un abominio informe, un bambino creato da lei sola, senza la controparte maschile: avendo intrapreso un’azione impossibile, Sophia partorì la sostanza informe. Resasi conto dell’errore appena commesso, Sophia proietta al di fuori del regno divino una copia materiale di sé stessa. Fatto ciò, trasferisce il feto deforme nel grembo della nuova entità, liberando così il mondo dello Spirito da questo abominio.

Il Demiurgo inizia a creare

Nasce così il Demiurgo, creatura mostruosa, orfana ed emarginata, che viene relegata nel mondo inferiore della materia. Abbandonato a sé stesso e invidioso del Vero Dio, lui darà vita al mondo terreno e ad Adamo ed Eva. Il Demiurgo e i suoi Arconti però dopo aver creato l’uomo si rendono conto che qualcosa gli manca. Non riescono a dargli un’anima. Allora lo Spirito divino, mosso a compassione, dona alla Mente una scintilla della propria luce. In questo modo, però, una parte della luce dello Spirito rimane bloccata nel regno inferiore. Inizia così una lotta millenaria tra Dio e la materia per liberare le scintille di luce.

Interrogatio Johannis

L’Interrogatio Johannis è uno dei pochi documenti del catarismo. In seguito alle persecuzioni, la maggior parte delle opere scritte dei catari furono distrutte. L’interrogatio proviene dalla Bulgaria, dalla setta Manichea dei Bogomili. Il bogomilismo riteneva che Dio avesse due figli: Satanael e Michael. Satanael, in origine un economo celeste, cominciò a ribellarsi e si trasformò in una creatura malvagia che si diede a predisporre la Terra ponendovi sopra l’uomo. L’Interrogatio Johannis o Libro di Giovanni evangelista, è un vangelo apocrifo in lingua latina, databile al tardo medioevo. Proviene dalla setta manichea dei Bogomili della Bulgaria. Interessante, tra le altre cose, è l’interpretazione relativa ai modi individuati da Satana per sedurre gli angeli. Diversi angeli avevano contratto pesanti debiti col Padre. Erano perciò vulnerabili. L’autore applica curiosamente ad essi il passo di Luca 16:1-8.

Riporto testualmente. «Satana vuole elevare il suo trono sopra le nuvole e diventare simile all’Altissimo (Is.XIV,13-14) Egli percorre i cieli e scende fino all’inferno, poi risale nei cieli e, animato da un cattivo progetto, si mette a sedurre gli angeli e ad esporre loro il suo programma: se gli angeli lo ascolteranno, egli innalzerà il suo trono sopra le nuvole, sarà simile all’Altissimo, separerà l’acqua dalla terra e regnerà con gli angeli nei secoli dei secoli. Allo scopo di convincere definitivamente gli angeli, egli promette di diminuire i debiti che essi hanno con Dio (Luc.XVI,5-8). Satana riesce a salire fino al 5° cielo, ma il Padre, comprendendo i suoi maneggi, dà ordine ai suoi angeli di togliere le corone, le vesti ed i troni agli angeli che hanno ascoltato Satana. Satana decade dalla gloria del Padre e, con la sua coda trascina la 3° parte degli angeli.»

Dopo la caduta gli angeli chiedono perdono

Sulla questione della ribellione degli angeli l’Interrogatio ritorna. Cito nuovamente: «L’invocazione di Satana al Padre (65-67) Questo passo fa parte della parabola del re che ha voluto regolare i conti con i suoi schiavi (Matt. XVIII,26). I Catari moderati conoscevano questo mito e davano un’interpretazione particolare della promessa di Satana, che aveva l’intenzione di restituire tutto al Padre. Satana voleva, creando gli uomini, rimpiazzare gli angeli che egli aveva tolto al Padre. Gli uomini, dopo aver ottenuto la salvezza, potevano occupare il posto degli angeli decaduti. Nel mito dei Catari di Linguadoca non è Satana ma solo gli angeli che chiedono di avere pietà di loro dopo la caduta.»

Riguardo alla creazione e caduta di Adamo ed Eva l’Interrogatio spiega di Satana: «Poi pensò di fare l’uomo per il suo servizio: prese del fango da terra e fece un uomo simile a sé. Quindi ordinò all’angelo del 2° cielo di entrare dentro il fango, di cui prese una parte e fece un altro corpo in forma di donna ed ordinò all’angelo del 1° cielo di entrare in esso. Allora gli angeli piansero molto vedendo sopra di sè un rivestimento mortale, sotto forme distinte. 90 – Egli poi ordinò a loro di compiere azioni carnali con i loro corpi di fango ed essi non sapevano di fare peccato. Allora l’iniziatore del peccato con la sua seduzione fece questo: impiantò un paradiso (è da intendersi un frutteto, con diversi alberi da frutta) e vi mise dentro gli uomini, ordinando loro di non mangiare dei suoi frutti.

Satana seduce Eva

95 – Il diavolo entrò nel paradiso e vi piantò in mezzo una canna. Poi con il suo sputo fece un serpente e gli ordinò di introdursi nella canna, nascondendo il motivo del suo inganno, perché non se ne accorgessero. 100 – Poi si avvicinò all’uomo e alla donna dicendo: Mangiate pure ogni frutto che c’è nel paradiso, ma non il frutto dell’iniquità. Quindi il maligno diavolo entrò nel cattivo serpente e sedusse l’angelo che vi era in forma di donna, effondendo nella sua testa la concupiscenza del peccato.

La concupiscenza di Eva era come un fuoco ardente. Il diavolo, uscendo dalla canna in forma di serpente, con la sua coda fece concupiscenza con Eva. 105 – Poi il diavolo effuse la sua concupiscenza nella testa dell’angelo che era in Adamo ed ambedue furono presi dalla concupiscenza della lussuria, generando non figli di Dio ma figli del diavolo e del serpente, che si chiameranno così fino alla consumazione del tempo. L’interrogatio riporta inoltre le parole di Gesù in Matteo 19:11-12 a sostegno del loro generale rifiuto del matrimonio.

L’occasionalismo di Malebranche

Eugene Wiegner, lo scrittore che pose il famoso problema della “irragionevole efficacia della matematica” nelle sue memorie dice: «Il pieno significato della vita, significato collettivo di tutti i desideri umani, è un mistero al di là della nostra comprensione. Da giovane mi irritavo per questo stato di cose. Ma ora mi sono rappacificato con esso. Provo anche un certo onore ad essere associato ad un tale mistero.» Il filosofo Nicolas Malebranche afferma che «Dio è l’unica vera causa che fa corrispondere le modificazioni corporee con le sensazioni e volontà dell’anima.» Nel 1664, l’anno in cui veniva ordinato prete, Malebranche si imbatteva in una libreria di Parigi nel libro che avrebbe cambiato per sempre la sua vita, L’Homme di Descartes. Fu una folgorazione. Il piacere procuratogli dalla lettura di quel libro fu talmente grande da dover continuamente interrompere la lettura a causa dei troppi intensi battiti del cuore.

Malebranche viene tutt’oggi ricordato come uno dei fautori dell’occasionalismo, la dottrina secondo cui le creature non possiedono alcuna efficacia causale. Esse non sono vere cause ma solo occasioni, strumenti, per l’azione di Dio. Malebranche pensava che Dio è l’unica causa di tutto ciò che esiste e che non c’è nulla che non derivi da lui. Dio è la causa di tutti gli eventi del mondo. Ciò significa che le creature, oltre a non venire dal nulla, non fanno nulla, per cui Dio è l’unica causa movente. Questa affermazione fu immediatamente sentita come eversiva in quanto lesiva del principio di libera scelta che il cristianesimo riconosceva alla creatura. Eppure Malebranche aveva ritenuto di rendere finalmente a Dio la gloria che gli spettava. In ottemperanza al dualismo cartesiano, Malebranche sostiene che fra anima e corpo non ci sia nessun rapporto, in quanto l’anima in sé fa parte della natura eterna di Dio.

La separazione dell’anima dal corpo

Secondo Malebranche gli esseri umani ignorano che vi è una netta separazione tra anima e corpo. Essi non sanno che è Dio l’unico autore di tutto ciò che accade. Egli scrive: «Noi percepiamo per se stessi gli oggetti che sono fuori di noi. Vediamo il sole, le stelle e una infinità di cose fuori di noi; ma non è verosimile che l’anima esca dal corpo e vada, per così dire, a passeggio nei cieli per contemplarvi quei corpi. Essa non li vede dunque per se stessi: e l’oggetto immediato della nostra mente, quando vede il sole, per esempio, non è il sole ma qualche cosa che è intimamente unita all’anima nostra, ed è ciò ch’io chiamo «idea». Per questa parola dunque io non intendo altro se non ciò ch’è l’oggetto immediato, o il più prossimo dello spirito quando esso percepisce qualche oggetto

È Dio che di istante in istante rinnova in noi una realtà che ci appare concreta ma che è il risultato dell’interpretazione della nostra mente. Anche la scienza moderna riconosce che la realtà che noi percepiamo con i sensi è una produzione soggettiva della psiche. Il legame tra la mente e il cervello (corpo) è definito il problema dei problemi. Geulincx negava ogni diretta dipendenza causale tra le due sostanze e sosteneva che la corrispondenza fra l’attività psichica e l’attività corporea derivava da un accordo tra esse stabilito da Dio: esse procedevano come due orologi indicanti perfettamente la stessa ora, senza che il meccanismo dell’uno influisse per nulla su quello dell’altro. Quasi ignorato nei moderni manuali di storia della filosofia per le scuole superiori, Arnold Geulincx è stato, comunque, molto importante per la filosofia seicentesca perché affrontò il dualismo cartesiano tra “res cogitans” e “res extensa” tentando una soluzione di tipo occasionalistico.

Cartesio e Geulincx

Il problema sollevato da Descartes continua ancora oggi ad essere dibattuto. Egli sosteneva esserci due sostanze che formano tutto ciò che esiste, la res cogitans, sostanza pensante, la mente, che è libera, immateriale e consapevole di sé e la res extensa, la materia, il corpo, che è tutt’altro. Non è libera ma meccanicamente determinata e non è cosciente. Queste due sostanze convivono nell’uomo e la comunicazione avviene tramite la ghiandola pineale. Questo sarebbe il doppio canale tra la mente ed il corpo e viceversa. Geulincx come anche altri filosofi ritenevano che la soluzione suggerita da Cartesio fosse un po’ semplicistica perché non è così scontato spiegare il passaggio di informazioni da una sostanza all’altra. Cioè due sostanze comunicano tra di loro a patto che abbiano qualcosa in comune. Ma in questo caso ci sono sostanze completamente diverse, una è materiale mentre l’altra è immateriale.

Geulincx suggerisce l’idea che sia Dio a fare da tramite tra le due sostanze. Dio è sempre lì, pronto a far accadere le cose che servono alla sussistenza della vita. Si tratta dunque di occasionalismo. Tutto ciò che accade non accade perché noi lo facciamo accadere, ma perché noi forniamo a Dio l’occasione per intervenire. Non sono i pensieri che smuovono la materia, perché i pensieri non ne sarebbero in grado ma essi forniscono a Dio l’occasione per intervenire smuovendo la materia. Di fatto è Dio che fa tutto. Senza di lui la comunicazione mente corpo non sarebbe possibile. Forme di pensiero simili erano già emerse in passato. Per esempio un filosofo iraniano, Al Ghazali, aveva sostenuto che il mondo non può andare avanti senza il costante intervento di Dio. È lo Spirito che anima il mondo, c’è un’anima mundi che anima il tutto.

I cavalli di Rily

Per chiudere questa mia considerazione riporto un aneddoto divertente raccontato da un filosofo britannico, Gilbert Rily. «Si dice che alcuni contadini fossero terrorizzati alla vista della prima locomotiva a vapore. Il loro Pastore tenne loro un discorso per spiegare il funzionamento di quella macchina. Allora un contadino disse: “Va bene, Pastore, noi comprendiamo quanto ci dite della macchina a vapore; ma dentro c’è un cavallo, non è vero?”. Erano così abituati a pensare a carri trainati da cavalli che non potevano concepire l’esistenza di veicoli in grado di muoversi con mezzi propri. La storia continua. I contadini esaminarono la macchina e ficcarono il naso in ogni suo angolo più riposto; poi dissero: “Certo, non possiamo vedere né sentire né toccare il cavallo che è qui dentro; siamo stati giocati. Ma sappiamo che un cavallo c’è; sarà, allora, lo spirito di un cavallo che, come nei racconti delle fate, si nasconde agli occhi umani”.

Il Pastore obiettò: “Ma, dopo tutto, anche i cavalli sono fatti di parti che si muovono come una macchina a vapore. Voi sapete che cosa fanno i loro muscoli, le loro giunture e i loro vasi sanguigni. E perché dovrebbe esserci un mistero nell’autopropulsione della macchina a vapore, quando non c’è nessun mistero in quella di un cavallo? Che cosa pensate che faccia andare avanti e indietro gli zoccoli del cavallo?”. Dopo una pausa un contadino rispose: “Ciò che fa andare gli zoccoli del cavallo sono quattro piccoli spiriti di cavalli nascosti dentro di essi.”» In ogni caso il dibattito su cosa sia effettivamente l’anima umana resta a tutt’oggi un discorso del tutto aperto. Secondo T.H. Huxley il mentale sarebbe perfino un prodotto inerte, “come il fischio di una locomotiva a vapore che accompagna il funzionamento del motore senza influenzarlo” . Secondo un altro filosofo, Antonio Damasio, «l’abissale separazione tra corpo e mente» continua ad essere l’ostacolo principale a una teoria neuroscientifica del sé e delle emozioni.

Allego, per il lettore curioso il link dell’Interrogatio Johannis https://www.archiviodiconcorezzo.it/immagini/file/4992_Interrogatio%20Iohannis%20-%20sintesi.pdf

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