Quando è incominciato il giorno del Signore?

Il tema del sabato resta, anche nelle lettere cristiane, un tema importante. In Ebrei al capitolo 4:9 si legge: “Rimane dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio.  Poiché chi è entrato nel riposo [di Dio] si è riposato lui pure dalle sue opere, come Dio si riposò dalle proprie. Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso modello di disubbidienza.” 

Il riposo del sabato prefigura nelle scritture il millennio del Cristo, il giorno del Signore. Quando inizia questo giorno? La risposta a questa domanda va ricercata con attenzione perché è in questo medesimo giorno che si collocano le vicende di Apocalisse dove al capitolo 1:10 si legge: “Mediante ispirazione mi trovai nel giorno del Signore”, quindi il sabato.

Quando comincia il giorno del Signore? Dato che Pietro riconosce che per Geova un giorno sono mille anni, il settimo giorno corrisponde al settimo millennio che va a cominciare nell’ottobre del 1975, 6000 anni dopo la creazione di Adamo. (2Pietro3:8 così dichiara: “Comunque, non sfugga alla vostra attenzione questo solo fatto, diletti, che un giorno è presso Geova come mille anni e mille anni come un giorno.”)

Questo ragionamento ci porta a concludere che i fatti mostrati nelle visioni dell’Apocalisse vanno tutti riferiti al periodo post 1975 e non ad anni precedenti. Ed è sulla scorta di questi medesimi ragionamenti che molti tra i Testimoni di Geova si aspettavano in quell’anno, il 1975, avvenimenti decisivi che invece non si sono verificati. Alcuni allora cercarono di dare una qualche spiegazione per giustificare la delusione dicendo che il millennio sarebbe iniziato solo allo scadere dei 6000 anni dalla creazione di Eva. Tuttavia il ragionamento da farsi è tutto un altro.

Oggi è il giorno del Signore

      Paolo agli Ebrei scrive: “Per questa ragione, come dice lo spirito santo: “Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite i vostri cuori come nell’occasione in cui fu causata amara ira, come nel giorno della prova nel deserto, in cui i vostri antenati mi tentarono con una prova, eppure avevano visto le mie opere per quarant’anni. Per questa ragione mi disgustai di quella generazione e dissi: ‘Sempre si sviano nel loro cuore, ed essi stessi non hanno conosciuto le mie vie’. E giurai nella mia ira: ‘Non entreranno nel mio riposo ’”.

   Badate, fratelli, che non sorga in alcuno di voi un cuore malvagio privo di fede che si allontani dall’Iddio vivente; ma continuate ad esortarvi gli uni gli altri ogni giorno, finché può chiamarsi “Oggi”, affinché nessuno di voi sia indurito dal potere ingannatore del peccato.  Poiché noi diveniamo effettivamente partecipi del Cristo solo se manteniamo salda sino alla fine la fiducia che avemmo nel principio, mentre viene detto: “Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite i vostri cuori come nell’occasione in cui fu causata amara ira”.

   Poiché chi furono quelli che udirono eppure provocarono ad amara ira? In realtà, non furono tutti quelli che uscirono dall’Egitto sotto Mosè? Inoltre, di chi si disgustò [Dio] per quarant’anni? Non si disgustò di quelli che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? Ma a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo se non a quelli che agirono disobbedientemente? Così vediamo che non poterono entrare a causa della mancanza di fede.”

Nella settimana, ovviamente, ci sono sette giorni: sei sono per la fatica ma il sabato è per il riposo.

Poi Paolo continua dicendo: “Perciò, siccome resta una promessa di entrare nel suo riposo, temiamo che talvolta qualcuno di voi sembri esserne privo. Poiché la buona notizia è stata dichiarata anche a noi, proprio come lo fu a loro; ma la parola udita non giovò loro, perché non erano uniti mediante la fede a quelli che udirono. Poiché noi che abbiamo esercitato fede entriamo nel riposo, come egli ha detto: “E giurai nella mia ira: ‘Non entreranno nel mio riposo ’”, benché le sue opere fossero finite dalla fondazione del mondo. Poiché in un luogo egli ha detto del settimo giorno come segue: “E Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le sue opere”, e di nuovo in questo luogo: “Non entreranno nel mio riposo”.

Al capitolo 4 Paolo aggiunge: “Siccome, perciò, rimane che alcuni vi entrino, e quelli ai quali la buona notizia fu dapprima dichiarata non entrarono a causa della disubbidienza, egli di nuovo stabilisce un certo giorno dicendo dopo tanto tempo nel [salmo di] Davide: “Oggi”; come è stato detto sopra: “Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite i vostri cuori”.  Poiché se Giosuè li avesse condotti in un luogo di riposo, [Dio] non avrebbe parlato in seguito di un altro giorno.  Rimane dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio.  Poiché chi è entrato nel riposo [di Dio] si è riposato lui pure dalle sue opere, come Dio si riposò dalle proprie. Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso modello di disubbidienza. 

Il Salmo citato è il 95:7-11 che legge: Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite il vostro cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, quando i vostri antenati mi misero alla prova; mi esaminarono, videro pure la mia attività. Per quarant’anni provavo nausea verso [quella] generazione, E dicevo: “Sono un popolo ostinato di cuore, Ed essi stessi non hanno conosciuto le mie vie”; Circa i quali giurai nella mia ira: “Certamente non entreranno nel mio luogo di riposo”.

Paolo, facendo più volte riferimento alla parola “oggi”, a quale giorno si riferisce? A un tempo imprecisato? Sicuramente si riferisce a un periodo non sabatico, a un tempo che possiamo collocare in uno dei millenni precedenti il 1975.

Arrivati al 1975, tutti “quelli ai quali la buona notizia era stata dapprima dichiarata non poterono entrare a causa della disubbidienza”. Qui la parola “dapprima” andrebbe precisata meglio. Prima di cosa, di quando? Rispondo dicendo: prima del 1975. Perciò esaminiamo meglio cosa dice Paolo agli Ebrei:

“Poiché chi furono quelli che udirono eppure provocarono ad amara ira? In realtà, non furono tutti quelli che uscirono dall’Egitto sotto Mosè? Inoltre, di chi si disgustò [Dio] per quarant’anni? Non si disgustò di quelli che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? Ma a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo se non a quelli che agirono disobbedientemente? Così vediamo che non poterono entrare a causa della mancanza di fede.”

Dunque, arrivati al 1975, il popolo di Dio non poté entrare nel nuovo mondo. Perché? A causa della mancanza di fede. “In che senso?” mi chiederete in tanti. Uno dei massimi esempi di mancanza di fede nelle varie denominazioni religiose che si definiscono cristiane fu sicuramente il fatto di non difendere la verità biblica relativa alla terra come superficie piatta, non globulare.

Fare questo avrebbe richiesto una buona dose di coraggio, come del resto richiede coraggio negare la teoria dell’evoluzione della specie darwiniana. Ma accettare la teoria che descrive la terra come un globo che ruota in uno spazio infinito è contrario alla testimonianza biblica. “Per questa ragione mi disgustai di quella generazione e dissi: ‘Non entreranno nel mio riposo ’ Ecco che nel 1975 scadevano i 6000 anni dalla creazione di Adamo ma incominciavano i 40 anni della cosiddetta peregrinazione nel deserto, che sono terminati nel 2015.

A quel punto sono iniziati i sette tempi di Rivelazione 11 che vanno a finire verso i primi di ottobre 2022. E poi? Armaghedon, con una fase relativamente breve di poche settimane. Poi i sette anni di Ezechiele 39:9 e poi il nuovo mondo. (Confronta su questo blog l’articolo 276 – Confermato: conosciamo mese e anno della fine)

Intuizione e lavoro scientifico

Mi propongo adesso di parlare di alcuni aspetti legati all’origine di questa nostra ricerca sulla terra piatta. Tutto questo lavoro nasce da un’esperienza religiosa.  Avevamo puntato su Dio…

“Si tratta di scommettere…“Dio esiste o no?” Si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell’esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste.” (Blaise Pascal)

Qualcuno ogni tanto ci chiede come siamo giunti alle conclusioni a cui siamo giunti. Domanda più che legittima. Direi che per rispondere si deve affrontare il tema dell’ispirazione: tema che fu caro a poeti, artisti e scienziati di tutti i tempi, ma che i non addetti ai lavori a volte faticano ad afferrare.

Non tutti arrivano a credere nell’ispirazione delle Scritture. Però è proprio da un tale concetto che siamo partiti. Forse pensate che la Bibbia sia uno dei vari testi sacri del mondo. Come i Veda o come il Corano. Io però vi so parlare a fondo soprattutto della Bibbia. Vi dovrete accontentare. L’ho studiata e ristudiata per quarant’anni. Non c’è nulla che io conosca di meglio.

   Potrei aggiungere “Credetemi sulla parola”. Qualche volta rispondere in questo modo può andar bene. Mettiamo che tu mi chieda perchè sono sicura che Tizio ti restituirà la somma che tu gli hai prestato. Io forse non ho voglia di spiegarti tutto, ma conosco Tizio da un bel pò e so che è affidabile. Tu mi conosci come una persona che riesce a valutare gli amici in modo piuttosto obiettivo, per cui sei disposto a darmi fiducia. Ma adesso supponiamo che ti chiedano perchè Dio esiste. Tu non vorresti più rispondere: lo so e basta. Sai che quella persona vorrebbe di più.

Tuttavia come io posso avere un’esperienza diretta di Tizio che incontro regolarmente da qualche parte, posso avere un’esperienza diretta di Dio. Potrei vedere molto chiaramente che Dio esiste davvero. Ma tu, che sei una persona logica, vorresti trovare delle obiezioni più valide per poterlo apertamente negare. Tuttavia non c’è niente di sbagliato o irresponsabile nel fatto che io prenda per buona la mia esperienza.

A volte i filosofi hanno sostenuto che alcune persone possono sapere che Dio esiste come una convinzione di fondo che non richiede argomentazione. Il senso della divinità, detto anche sensus divinitatis, è un’espressione di Calvino per descrivere uno specifico umano. Una specie di sesto senso in grado di permettere la percezione di Dio: “Che esista nella mente umana e proprio per istinto naturale, un certo senso della divinità riteniamo che sia fuori discussione, dal momento che Dio stesso, per impedire a qualsiasi uomo di fingerne l’ignoranza, ha supportato tutti gli uomini con una qualche idea della sua divinità…e questa non è una dottrina che viene appresa per la prima volta a scuola, ma una di quelle che sono insite in ognuno fin dal grembo, una sensazione che la natura stessa non concede all’individuo di dimenticare.”

Per me questo è istintivamente vero. Tuttavia la percezione del divino non funziona in tutti gli esseri umani nella medesima misura, a causa dell’imperfezione implicita nel peccato originale. Il senso del divino per funzionare deve venire costantemente allenato. Ebrei 5:14  allude a quelli che hanno le facoltà di percezione esercitate. Viceversa, se non costantemente esercitate, queste facoltà perdono la loro funzione. Come tutti i meccanismi di conoscenza, il sensus divinitatis può guastarsi. E come conseguenza del peccato è stato danneggiato.

    Per esempio, prendiamo il senso dell’olfatto. Non tutti percepiamo gli odori allo stesso modo… Ma il naso di un maestro profumiere addestrato a testare le fragranze riuscirà a percepire note di profumo e di odore che io non sono in grado di annusare. Alcuni di loro riescono a distinguerne e memorizzarne circa 3000 .

    Così è per la percezione di Dio. Se io non ho quella precisa sensazione  è perchè il mio “sensus divinitatis” è stato danneggiato. Ovviamente se io non ho questo senso granchè sviluppato non vuol dire che non possano esserci altri che ce l’hanno, o che anche io  possa a un certo punto decidere di coltivarlo.

Un certo tipo di esperienza religiosa è comune ai mistici di tutti i tempi. Ma queste esperienze di trascendenza non succedono così semplicemente per caso. Di solito emergono dopo che gli individui si sono concentrati per un lungo periodo in un certo stile di vita. La religione non è semplicemente un corpo dottrinale ma un’attività: il genere di attività che produce esperienze di un certo tipo. E’ l’influenza dello spirito che diventa più intensa.

La pratica religiosa include varie forme di attività, il modellamento della persona a una certa disciplina mentale e spirituale, il che avviene per gradi. Dopo di che si possono raggiungere condizioni psicologiche interessanti.

E’ probabile che chi non ha vissuto questo tipo di esperienze non si renda conto di cosa significa vivere questo “dal di dentro”. E’ come parlare della guerra a chi non l’ha vissuta. La guerra spinge gli uomini contro un limite estremo che li schiaccia, li costringe a estrarre la verità dalla loro vita. Però, se non l’hai vissuta fatichi a capire.

Naturalmente se scrivo un libro su un argomento devo portare le prove. Non basta chiedere di venir creduti sulla parola. Il nostro libro, (The real measures of the (flat) Earth – Michele Vassallo & Adriana Rocchia, che uscirà pubblicato presso Aracne nelle prossime settimane) porta prove e ragionamenti. Sia sperimentali che deduttivi. Però non siamo partiti di lì. Ci siamo arrivati. In mezzo c’è tanta strada.

Tutti noi di tanto in tanto abbiamo a che fare con l’intuizione. Supponi di essere in guerra e di dover decidere una serie di fatti senza avere il tempo di pensare. Devi decidere al volo. Il lavoro dei poliziotti è qualcosa di simile. Si trovano spesso in situazioni ad alto rischio, messi improvvisamente di fronte all’imprevisto o costretti a decidere da che parte prevedere l’attacco successivo. L’intuizione è dunque quel quid istintivo che permette di decidere senza procedere a lunghi ragionamenti. Non ce ne sarebbe il tempo.

Chi fa ricerca scientifica spesso segue una sensazione magari inspiegabile e a volte perfino impercettibile per decidere quale ipotesi sperimentale potrebbe dare maggiori frutti. Intuire vuol dire sapere qualcosa senza poterne dare una spiegazione del tutto razionale e completa su come si sia giunti a una certa conclusione.

La  percezione di Dio può essere qualcosa di questo genere. Questa intuizione  ha avuto un’enorme importanza in tutto il nostro lavoro di ricerca. Cercherò in un prossimo articolo di sviluppare questo argomento non facile, anche attraverso la comprensione di particolari categorie di pensiero.

Terra piatta e antropocentrismo

Parlare di terra piatta significa ricollocare l’uomo al vertice della creazione. La terra cessa di essere un granellino di polvere che si perde via via in un universo ogni giorno più grande e più lontano. Ci si immette di nuovo in un sistema fatto a misura d’uomo. Eliocentrismo e darwinismo ci avevano tarpato le ali mentre ora ci si ritrova a volare. Si ritorna ad essere in armonia con il tutto e consapevoli della propria posizione.

Parlare di autoconsapevolezza è come parlare di coscienza, un tratto comune a tutti gli uomini. Il filosofo tedesco Immanuel Kant aveva espresso questo senso di integrazione dell’uomo con l’universo con parole memorabili. Aveva scritto: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di riverenza sempre crescente, quanto più spesso e più a lungo se ne occupa: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.” Per Kant si tratta qui di relazionare l’intimo dell’uomo, la sua ragione morale, nella cornice dell’universo.

Egli parlava di una legge morale impressa nel suo “dentro”. Cos’è questo se non la coscienza? Un giudice interiore che mi esamina e immediatamente mi approva o mi accusa. Le Scritture nella lettera ai Romani (2:14-15) mostrano che la sostanza della legge è scritta nei nostri cuori come un navigatore morale incastonato dentro.

 “Poiché tutte le volte che quelli delle nazioni che non hanno legge fanno per natura le cose della legge, questi, benché non abbiano legge, sono legge a se stessi. Essi sono i medesimi che dimostrano come la sostanza della legge sia scritta nei loro cuori, mentre la loro coscienza rende testimonianza con loro e, nei loro propri pensieri, sono accusati oppure scusati.”

 Aristotele parlava di pensiero di pensiero, la sua celebre definizione di Dio. In Lui, Dio, c’è un massimo di consapevolezza. Partiremo in modo un po’ defilato dai nostri temi soliti e prenderemo in considerazione il primo testo di letteratura italiana di cui si conosca il nome dell’autore, il Cantico delle creature che Francesco d’Assisi scrive per lodare Dio del sole, della luna, delle stelle…Di lì in poi, ci si immagina forse che la poesia italiana prenda il largo verso una consapevolezza sempre maggiore. Ma non è detto che ciò avvenga in termini positivi, nel senso di un crescente senso di felicità…

Parlando di autoconsapevolezza dell’universo, leggiamo poi anche una poesia di Montale e la confrontiamo con il Cantico agli albori della letteratura italiana. La poesia di Montale è presa dalla sua ultima opera, “Altri Versi”, in cui il poeta, ormai ottantenne, si esprime su questo concetto, la natura e la sua autocoscienza. Solo che l’uomo sembra esserne privo.

E’ probabile che io possa dire io/con conoscenza di causa/ sebbene non possa escludersi che un ciottolo,/ una pigna cadutami sulla testa/ o il topo che ha messo casa nel solaio/ non abbiano ad abundantiam quel sentimento/ che fu chiamato autocoscienza. E’ strano/ però che l’uomo spenda miracoli d’intelligenza/ per fare che sia del tutto inutile/ l’individuo, una macchina che vuole/ cancellando ogni traccia del suo autore./ Questo è il traguardo e che nessuno pensi/ ai vecchi tempi (se mai fosse possibile!).

Invece Francesco d’Assisi scriveva più semplicemente: Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Il Cantico delle creature (1224) presenta una visione antropologica che in Montale si è persa. Questo legame tra uomo e ambiente, che le scienze moderne hanno cercato almeno parzialmente di recuperare, e sta alla base delle rivendicazioni ecologiste, trova una corrispondenza nella visione francescana e  cristiana del creato. E’ una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fratellanza fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia  dal senso di angoscia che nel XX secolo è diventato sentimento generalizzato e comune. La creazione diventava un mezzo di lode al Creatore che è la mente consapevole del tutto. 

Nel corso degli ultimi due secoli la poesia è diventata sempre più pessimista, incapace di trovare ragioni di speranza nell’esistenza sulla terra. Da Leopardi, a Nietsche, a Montale il passo è breve. Dio è morto per tutti quanti.

 E’ vero che già i primi filosofi greci si erano avvicinati innanzitutto allo studio della natura. Tuttavia non avevano mai ritenuto  i fenomeni naturali come il prodotto del caso o derivati da una divinità arbitraria. La divinità non veniva negata anche se spesso veniva considerata impassibile o inattiva. Con Nietsche tutto cambia. Dio è dichiarato morto e, nonostante i tentativi del superuomo, la disperazione si diffonde inarrestabile.

Nel corso di una conferenza che si terrà domenica 26 gennaio alle 15 a Saluzzo presso lo Spazio culturale piemontese di Corso Roma 4, cercheremo di capire come si è svolto questo lungo processo di laicizzazione del pensiero che portò, dai primi filosofi greci a Darwin, a Nietsche e a estromettere Dio dal nostro mondo. Per far questo partiremo da Copernico e da lui faremo marcia indietro tramite Eudosso, Aristotele, Tolomeo e l’Almagesto. Faremo questo poi ancora in puntate successive, per cui ci arriveremo gradualmente.

Un aspetto che accomuna le più rilevanti posizioni filosofiche occidentali apparse prima della metà del XX secolo è la tendenza ad assumere una prospettiva human-centered, incapace cioè di decentrare l’attenzione dagli esseri umani.

Un primo esempio di concezione antropocentrica si ha nel V secolo a.C. con Socrate e i sofisti. I filosofi pre-socratici si interessavano principalmente della natura circostante. Con Socrate e i sofisti, invece, l’attenzione si sposta sull’uomo. Si diceva che l’uomo è la misura di tutte le cose, ponendo quindi l’essere umano come criterio al centro dell’universo. Conosci te stesso, diceva Socrate, proprio indicando la superiorità della conoscenza dell’uomo stesso rispetto alla conoscenza della natura. Dopo questi filosofi, tutti si occuparono di studiare l’uomo, quasi tralasciando lo studio di come fosse nato l’universo, argomento di cui si erano occupati tutti i filosofi presocratici.

Col termine rivoluzione copernicana si intende la svolta nella concezione dell’Universo propugnata da Niccolò Copernico, fautore della moderna teoria eliocentrica del sistema solare. Questa teoria pone il Sole al centro del sistema di orbite dei pianeti e si contrappone a quella geocentrica, o tolemaica, che prevedeva invece la Terra al centro del sistema solare. La teoria di Copernico, fu pubblicata nel libro Delle rivoluzioni dei mondi celesti nel 1543, l’anno della sua morte. Il libro è il punto di partenza di una conversione dottrinale dal sistema geocentrico a quello eliocentrico e contiene gli elementi più salienti della teoria astronomica ancora oggi accettata.

Con Socrate, per la prima volta in storia della filosofia, ci si sofferma sul problema dell’autocoscienza, ovvero la riflessione della mente umana su di sè. Socrate era convinto di non sapere, ma proprio questo fatto di non sapere lo rendeva il più sapiente di tutti. Questo è un atteggiamento applicabile anche nella ricerca scientifica. Conosci te stesso: solo la conoscenza di sè e dei propri limiti predispone l’uomo alla ricerca,lo rende sapiente, incline alla virtù  e lo mette in grado di vivere una vita morale.

Numerosi pensatori, da Socrate a Cartesio, sottolinearono l’importanza di approdare a se stessi prima di iniziare l’indagine delle verità assolute. Centrale risulta la domanda se la conoscenza sia un atto di libertà o un meccanismo automatico. Bella domanda, che arriva a gettare riflessi sulla natura stessa dell’uomo e dell’universo. Perchè? La nostra mente non è la nostra autocreazione, ma il frutto di un’eredità esterna che ci viene attribuita dal di fuori, e che ci può spingere a comprendere la realtà intorno a noi come sacra. 

Di dove arriva questa capacità dell’universo di produrre una mente come quella dell’uomo? Aristotele parla di pensiero di pensiero, opera dell’intelletto attivo.

Il pensiero è definito “la piú divina delle cose che fra noi si manifestano”. Perciò in sintonia con la sua natura divina, esso è in grado di arrivare a Dio, il quale è definito come “pensiero che non pensa a nulla di inferiore a se stesso”. Si tratta della celebre definizione aristotelica di Dio come “pensiero di pensiero” (nóesisnoéseos).

Per Aristotele si tratta di un processo che avviene per gradi. In una prima fase l’intelletto è passivo, basato sui sensi, automatico, ma poi interviene quello attivo che è pensiero di pensiero, capace di raggiungere l’autocoscienza, di percepire non solo se stesso ma l’universo intorno a sè. Fino alla percezione di una luce spirituale. Ciò che è luminoso è la mente. Noi possiamo vedere la luce per via della nostra mente e questo è un processo nella libertà. La nostra mente è suscettibile di sviluppo.

Il Buddismo vede la mente come luce: La mente è più radiosa di qualsiasi altra cosa. La cosapevolezza è di per sè invisibile, infinita e luminosa. Quando questa cessa, cessano nome e forma. Cessa anche la memoria.

È la luce della consapevolezza che rende le cose preziose e straordinarie. E allora le piccole cose non sono più piccole. Quando un uomo, con attenzione tocca un comune sassolino sulla spiaggia, quel sasso diventa un diamante. E se tu tocchi un diamante in stato di inconsapevolezza, diventerà una comune pietra o nemmeno quella.

I quattro mondi della visione di Ezechiele

Presento qui una delle prime immagini che il nostro team Earthmeasured abbia prodotto per sintetizzare quello che è lo schema dei mondi più prossimi al nostro. E’ un disegno che corrisponde alla primitiva visione di Ezechiele capitolo 1 con alcuni dettagli tecnici che in parte già sono stati spiegati sul nostro blog e che verranno pubblicati sul libro che sta per uscire.

Si tratterà di una edizione revisionata ricca di nuovi approfondimenti del libro Dossier 111 – The real measures of the (flat) Earth.